La Fabbrica dei Sogni
You only live twice or so it seems. One life for yourself and one for your dreams.
Posted by yash in comico, commedia, thriller/horror on day 279 of year 2008 at 965 Swatch Internet Time.
Altrimenti noto in Italia come “osteria numero venti” (davvero mi stupisco che i geni del doppiaggio che ci ritroviamo qui non abbiano pensato di metterlo in sottotitolo).
Un film, che potrebbe essere fedelmente riassunto in alcune battute, quali:
(Il ginecologo alla ragazzina impaurita stesa sul lettino)
“Non abbia timore signorina, non mordo”
“C-ciao mamma, sono a casa!”
“Ciao cara, hai fame? C’è della roba pronta in forno”
“N-no, grazie mamma, ho già mangiato”
… e via dicendo. A ripensarci bene, temo che più della metà del film sarebbe da riportare, come fulgido esempio di dialoghi a metà strada tra il favolesco e densi di doppi e tripli significati (“nonna ma che mani grandi che hai!”).
La storia credo sia nota, dal tanto che è trash: Dawn è una ragazzina tutta impegnata a sfangare la minchia al prossimo, professando che la verginità è un bene da preservare e circondandosi di ragazzi e ragazze dai comportamenti al limite del grottesco (facile satira ed ironia, forse non del tutto politicamente corretta, di un certo tipo di società americana un po’ ingenua, sempliciotta ed ipocrita). Un bel giorno Dawn scopre di essere dotata di un’arma quasi mitologica, il desiderio di ogni donna, l’incubo di ogni uomo: una vagina dentata che può usare a suo piacimento per provare piacere o infliggere punizioni più che esemplari a qualunque stupido maschio se lo meriti, dal fratellastro Brad (che in confronto a lei, tutta angelica e perfettina, sembra semplicemente l’anticristo piovuto in terra), al ginecologo lussurioso, fino all’amico che se la tromba solo per scommessa.
L’ultimo a rimetterci le penne sarà un vecchio maniaco bavoso, in grado di toccarsi la punta del naso con la lingua. Credo che in effetti chiunque dotato di siffatto dono, debba essere punito in qualche modo, e il film dimostra che alla fine c’è una giustizia quasi divina anche su questa terra.
Insomma, per farla breve, non mi ricordo di aver mai visto un film così stranamente in bilico continuo tra comico volontario ed involontario, ed horror-trash (sanguinolento, disgustoso, ma anche in grado di toccare nel vivo un sacco di tabù e così imbarazzante da poter solo suscitare risate); così esageratamente trash a tratti, ma anche contenuto e dai strani risvolti seriosi, come se si rendesse conto che non è sempre il caso di eccedere (un po’ come se in una gara di rutti, di tanto in tanto qualcuno dicesse qualcosa di serio); così stupido ed inutile come qualsiasi altro teenage-movie, ma comunque in grado di dire qualcosa; così capace di portarsi dietro temi e paure antiche come il mondo (pare che il mito della “vagina dentata” sia l’unico presente in tutte le culture del mondo, insieme a quello del “diluvio universale”… e nel caso si beccasse un umano dalla cultura aliena, per non sbagliare, una bella centrale nucleare sempre onnipresente in buona parte delle inquadrature, e non si sbaglia).
Non so sinceramente dire se sia un film riuscito. Probabilmente non lo è, ma come ogni buon film trash che si rispetti, credo che intenzionalmente cerchi di dare l’impressione di qualcosa fatto non proprio al meglio.
In patria è stato osannato dalla critica ed ha pure vinto un premio della giuria al Sundance Film Festival. Questo non significa nulla. Ovviamente ha creato scandalo annunciato, ed infatti in Italia è uscito con un anno di ritardo. Anche questo non significa nulla.
Di sicuro il risultato che il film ottiene è strano, proprio per la stravagante mistura di amenità, tubù, schifezze, stupidate, esagerazioni trash, qualche refolo di poesia, temi seri, doppi sensi, riferimenti mitologici, un sacco di banalità e situazioni normali, e spunti quasi intelligenti di riflessione.
E’ stato anche abbastanza strano notare come la sala fosse piena di donne sole, a gruppi di tre o quattro, tutte sulla via dell’acida zittellitudine che hanno passato il tempo a ridacchiare e sgomitarsi, e di uomini tutti intenti a provare dolore e sofferenza. Sembrava un film nel film, magari Alberoni potrebbe trarne un ritratto sociologico interessante, come solo lui sa fare…
Alla fine del film un tizio davanti ha me ha esclamato: “d’ora in poi voglio solo donne usate, meglio non correre rischi!”. Un commento un po’ volgare e poco rispettoso, ma rende bene. Io aggiungerei anche di stare attenti a non avere cani in giro… non si sa mai.
Non è un film che consiglierei a tutti, perché è troppo facile leggerlo male, o non leggerlo proprio, e mi sembrerebbe un pochino ingiusto. A me comunque è tutto sommato sembrato interessante. E a dir la verità se ci penso bene, è pure patetico che ora io sia qui a darmi un contegno intellettualoide, cercando di leggerci qualcosa. Forse è meglio tornare alla gara di rutti.
Osteria numero venti, BUUUURRRPP!! Paraponzi-ponzi-po’! Se la figa avesse i denti…
Posted by robsom in omaggio, tutubo on day 261 of year 2008 at 659 Swatch Internet Time.
Un bel post della Giulia, denso di link a spezzoni video, è dedicato alla rappresentazione delle donne nei vari film di San Quintino (dal leggendario Pulp Fiction al bizzarro Grindhouse).
Non ci avevo mai fatto caso, ma è indubbiamente vero. I personaggi femminili di Tarantino sono vere eroine post-femministe. Non più “damigelle in pericolo” che devono essere salvate dal’uomo di turno, nè stupide “oche” al traino, ma nemmeno virago mascolinizzate. Tarantino vive in un mondo tutto al femminile, dove le donne fanno di tutto, e meglio, degli uomini.
E’ il post-femminismo, baby.
Per dire, se l’avesse girato Tarantino, Ann Darrow a King Kong l’avrebbe preso a calci nelle palle…
Posted by yash in fantastico on day 239 of year 2008 at 822 Swatch Internet Time.
Eccomi qui, riapprodato a qusto blog dopo un anno di assenza, potevo esimermi dal riprendere le fila da uno dei film che ultimamente ha fatto parecchio parlare di sé? Vuoi perché secondo alcuni potrebbe battere ogni record di incassi, vuoi perché porta una sfiga pazzesca , vuoi perché c’è un’ombra che lo sovrasta abbastanza inquietante, e non si capisce se lo è davvero, o è solo uno squallido esempio di marketing virale.
Insomma, è un film che ultimamente ha fatto parlare di sè, a torto o a ragione.
Essendone un sequel, ed essendo creato dalle stesse persone e dalla stessa produzione, molti dei commenti già espressi per Batman Begins restano validi: Batman è stato tante cose diverse nella sua storia, questo è giust’appunto un altro capitolo che ne aumenta la varietà.
Piccola premessa: non ho letto il fumetto “The return of Dark Knight” di Miller, da cui il film “dovrebbe” essere tratto. Immagino che comunque, conoscendo un poco Miller, di fama e per esperienza, il film non c’entri molto con le trame ed atmosfere del fumetto.
Detto questo, mi sento di aggiungere solo due cose ai commenti già espressi, una riguardante il regista, ed una riguardante il film.
Il regista: Chris Nolan, è uno che ci sa fare. Ci sa fare all’ennesima potenza quando ha una idea originale e la porta avanti con coerenza e talento fino alla fine.
Sembra che ci sappia fare un po’ meno quando è vincolato da un film che vuole essere di forte richiamo (diciamo pure commerciale, con l’ambizione di essere un Top10). Stavolta fa le cose un po’ meglio rispetto al seppur sufficiente Batman Begins: le atmosfere a tratti sono più scure, come giustamente dovrebbe essere, calca un po’ di più la mano quando serve. Niente a che vedere con Miller, comunque.
Purtroppo siamo ancora a New York, e non a Gotham City. Una New York nei giorni nostri, a combattere contro i terroristi (sic! Onde evitare che uno si faccia idee sbagliate, così viene definito un paio di volte esplicitamente il nuovo Joker!), contro un male oscuro e senza forma, che colpisce senza motivo e senza spiegazione, e a cui non ci si può arrendere.
I tempi segnano le cose, anche i film di Tim Burton sono ormai fuori tempo e lontani anni luce.
Tuttavia, nonostante questo adattamento ai tempi che corrono, mi sento di dire che stavolta ci siamo, finalmente dopo tanti episodi infelici, finalmente un Batman in grado di competere coi primi episodi, che restano comunque quelli più azzeccati.
Peccato che, al di là dei tempi che corrono, anche lo “svolgimento” sia troppo vicino a quello degli anni 2000, ovvero troppo preoccupato a creare spettacolo, che non a creare atmosfera. Gli inseguimenti con Batman a cavallo della BatMoto (dopo l’Hummer corazzato, era difficile fare peggio, ma ci sono riusciti), sono molto spettacolari, probabilmente ricreati al computer in buona parte vista la spettacolarità delle scene, ma sono TROPPO finti e TROPPO inverosimil, sono inutili, servono solo ad appagare le persone che nei tempi della computer graphic, chiedono e petendono che la computer grapich gli mostri cose che nemmeno possono immaginare, e non c’entrano una mazza con Batman: sono anch’essi un segno dei tempi che cambiano.
Le atmosfere, queste sconosciute!, si possono creare in tanti modi. Rimettere Batman a Gotham City senza lasciarsi andare a velleità spettacolari avrebbe di certo facilitato il compito, ma per fortuna ci sono altre scelte di regia che aiutano a “creare atmosfera”, soprattutto quando sottolineano senza mai perdere un colpo tutta la follia e l’alienazione di uno dei suoi protagonisti: il Joker di Heat Ledger.
E qui arriviamo al secondo punto, ovvero al Joker attorno a cui praticamente ruota tutto il film, e che ruba la scena in ogni istante a Batman (oltre al fatto che anche Michael Caine, Morgan Freeman e Gary Oldman lo fanno, per la loro consueta bravura). Bene hanno fatto gli autori a non intitolare il film “Batman - The Dark knight”, perché a conti fatti non sembra essere un film su Batman, bensì su Joker, c’è poco da girarci in giro.
Un Joker che è presente anche quando non c’è, un Joker che non è più un super-criminale da fumetto, ma diventa di tutto e di più… diventa un terrorista, diventa un perfido carnefice macellaio (altro che fumetto), diventa l’essenza del male indecifrabile, diventa un vero e proprio agente del caos mandato sulla terra per farne polvere (e possibilmente divertirsi un sacco nel farlo). Schiacciante è la filosofia che lo guida, semplice ma abominevole:
“Lo sai qual è la cosa bella del CAOS? Che è equo…”
E’ forse la battuta più fulminante del film, e non è uno scherzo: il Joker vuole un mondo che abbia almeno una certezza; un mondo senza disuguaglianze e senza torti, perché il caos non guarda in faccia nessuno e non fa favori a nessuno… è giusto. Viene trasformato in una sorta di giustizia primitiva ingovernabile dagli uomini, ma proprio in quanto tale, più giusta di qualsiasi altra cosa l’uomo possa creare. Questo è sicuramente il punto di forza di tutto il film.
Heat Ledger e Chris Nolan, ciascuno nel proprio ruolo, fanno bene la loro parte. La sensazione sgradevole che approda nella testa dello spettatore, nell’incalzare degli eventi e di una trama che non risparmia colpi di scena, è che l’obiettivo del caos sia stato raggiunto, perchè in um modo o nell’altro vengono sempre a mancare punti fermi. Perfino la macchina da presa spesso “svolazza” in modo inquietante, quando inquadra il Joker (memorabile la scena con Joker appeso a testa in giù, ed inquadrato a rovescio).
A mio parere Heat Ledger può puntare a vincere la sfida tra Joker. La sfida tra Tim Burton e Chris Nolan non è nemmeno ipotizzabile, non c’è storia, ma quella tra i due Joker sì, per me ci sta tutta e se ne può discutere.
Forse da vivo non avrebbero mai dato un oscar a Ledger, come pare vorrebbero fare da morto. Anche questo purtroppo, temo sia marketing…
Il film, comunque, non contiene sono questa tematica di punta. Anzi, forse c’è troppa carne al fuoco, e spesso troppo poco sviluppata.
Ad esempio il tema del “doppio” con l’evoluzione drammatica di Harvey Dent da integerrimo procuratore distrettuale (un baluardo del bene) a rappresentante integrale del male e a sua volta agente del caos al pari di Joker, nel personaggio di Duefacce, forse meritava un film a parte anziché essere “buttato via” con mezz’oretta scarsa di film, come fosse un compitino di scuola infilato in un film che si preoccupa per tutto il tempo di dare risalto a ben altro…
Invece discreto risalto è stato dato al tema della manipolazione dell’opinione pubblica. Il film dice cose già note, ma lo fa bene: spiega come il popolo abbia bisogno di un nemico, possibilmente governabile e che non abbia nulla a che fare col “caos” (troppo equo e troppo sfuggente per piacere a chi comanda) e di qualcuno pronto a combatterlo con prontezza.
Siccome l’eroe deve essere eroe fino in fondo (è pur sempre per tutti i super-eroi una questione di poteri e responsabilità, di cui grande esponente è Spiderman), anche quando non si tratta di apparire come tale, ecco aprirsi il finale azzeccatissimo e amaro, molto amaro. Così amaro che non a tutti è piaciuto, e ha fatto dire a più di una persona che conosco che questo “non è lo stesso Batman di sempre” o che è un “Batman senza palle”. Eppure temo proprio che non sia così, e che essere eroi per davvero voglia dire anche questo. Ma è una cosa difficile da capire nella società dell’apparenza in cui vivamo.
Ce lo diceva Orwell, ce lo ripete Batman. Il nemico a volte non è un nemico, un eroe non sempre sembra un eroe, e ciò che sembra un eroe non è detto che lo sia. Trovo sia giusto essere delusi ed amareggiati per quella che potrebbe essere una verità che non impariamo mai a comprendere, proprio perchè il mondo dei media e chi ci governa continuano a propinarci un’altra verità assoluta, che i nemici sono sempre molto nemici, e gli eroi sono sempre molto eroi.
Posted by schuck in commedia, storico on day 179 of year 2008 at 447 Swatch Internet Time.
mi è venuta voglia di rivederlo…
forse perchè l’ho visto anni fa, ero un ragazzino e ho solo un ricordo un po’ frammentario e confuso…
ma un capolavoro è un capolavoro, no?
Posted by gin in drammatico on day 125 of year 2008 at 847 Swatch Internet Time.
Ci sono momenti, capitano ogni tanto, in cui io sento il bisogno di rivederlo, per tanti motivi, questo film ha così tante sfumature è così colmo di significati che mi lascia sempre una sensazione piacevole e la voglia di pensare. Non mi sembra poco.
Posted by robsom in tutubo on day 90 of year 2008 at 258 Swatch Internet Time.
Non sono un grande fan nè di Manfredi nè di questo film in particolare, ma dato l’alto contenuto sociale mi sembra giusto riproporre questo spezzone:
… sa mai che, in campagna elettorale, qualcuno abbia bisogno di idee…
Posted by robsom in omaggio on day 84 of year 2008 at 560 Swatch Internet Time.

Con agghiacciante tempismo, tre giorni dopo che ho iniziato a leggere “2001: Odissea nello Spazio”, A.C. ha tirato le ali. Facendo i debiti scongiuri per gli autori degli altri libri che ho in coda, ne parliamo qui, e non solo perchè è stato il co-autore di una delle più grandiose opere cinematografiche di tutti i tempi (di cui abbiamo già detto).
Nella prefazione del libro, Clarke racconta che al termine della missione Apollo 13, il capo della NASA, Tom Paine, gli spedì una copia del rapporto della missione su cui aveva annotato: “proprio come tu avevi sempre detto che sarebbe successo, Arthur”. Questo anedotto sintetizza la vita di Clarke: riuscì a ispirare molta gente a fare l’impossibile e predisse il futuro con accuratezza sconcertante. Di profeti il mondo ne ha visti molti, ma ben pochi ne hanno azzeccate così tante.
Clarke era l’ultimo sopravvissuto della Trinità della Fantascienza (il primo ad andarsene è stato Heinlein nel 1988, seguito da Asimov nel 1992). Credeva, come Asimov, che la Fantascienza avesse un ruolo sociale molto importante: One of the biggest roles of science fiction is to prepare people to accept the future without pain and to encourage a flexibility of mind. Politicians should read science fiction, not westerns and detective stories. E aveva (ancora) ragione. Come già abbiamo notato la maggior parte dei dibattiti sui pericoli delle tecnologie più recenti (bio-, nano-, cyber-, etc…) e delle questione ecologiche sono non solo banali e superficiali, ma anche irrimediabilmente superati da decenni di speculazione fantascientifica.
In un certo senso Sir Arthur è stato l’ultimo di un’epoca. Dopo la scomparsa di Isaac, era praticamente rimasto l’unico a credere nella Scienza come unico mezzo per migliorare la condizione umana (e forse, eventualmente, superarla). Un incrollabile ottimismo, in parte giustificato e largamente stemperato da buone dosi di cinismo e humour britannico, che la cultura moderna sembra aver mai perso o abbandonato di fronte agli effetti collaterali, ai rischi e ai danni del progresso. Anche lui si rendeva conto che l’illusione illuminista sulle “magnifiche sorti progressive” dell’umanità è entrata ormai in crisi da parecchio per conto suo, lasciando spazio al ritorno prepotente sulla scena delle grandi religioni organizzate e al dilagare incontrollato di superstizione e irrazionalità, ma si rifiutava orogogliosamente di rinunciare a guardare le stelle e a sognare. E questa è forse la cosa più importante che si è lasciato dietro.
Grazie, Arthur.
I’m sure the extraterrestrials are all over the place. I am surprised and disappointed they haven’t come here already - assuming they haven’t. Maybe they are waiting for the right moment to come. And I hope they are not hungry!
Posted by gin in drammatico on day 62 of year 2008 at 925 Swatch Internet Time.
Ci risiamo: per accontentare un’amica molto bionda e per niente amante del cinema sono stata trascinata a vedere questa cosa, a buttare via i miei dieci euro, immolati alla famiglia cinematografica italiana che meno mi interessa, i Muccino.
L’ho presa come una lezione di vita, ho definitivamente messo una pietra su un certo filone cinematografico.
Sono imbarazzata, non so nemmeno cosa scrivere, perdonatemi.
L’idea di base non è male: una seria quarantenne insegna la sottile arte della seduzione ad uno spiantato venticinquenne per aiutarlo nella dura conquista di una ragazzina oltremodo viziata e instabile. Forse non sarà originale come storia, no di certo, però la questione è sempre interessante.
Peccato che le capacità recitative dei soggetti siano limitate oltre ogni possibile previsione, Muccino Jr poi è in grado di fare solo se stesso: leggermente spaesato, incapace di trattenere le arrabbiature per più di trenta secondi, con l’aria un po’ da unto. Capitemi, già non è il mio tipo, se poi fa sempre le stesse parti, scrivendosi il soggetto e curandosi la regia… è troppo perfino per me.
I dialoghi sono terribili, di palesi frasi ad effetto, continue e scontate. Al decimo minuto si capisce perfettamente come finirà tutta la faccenda, il che non sarebbe male se il modo in cui si arriva alla fine fosse ben strutturato, vivo e appassionante. Invece no, devo dirlo.
Per non parlare della palese copiatura da EyesWideShut della festa in maschera, copiatura terribile non essendoci Kubrick in regia.
Nota positiva: la casa della quarantenne è davvero molto bella, stipata di scaffali di libri, mobili, cose antiche e ancora libri; la voglio anche io. Dovevo trovare qualcosa di bello, vi pare?
Posted by robsom in trailer, tutubo on day 60 of year 2008 at 265 Swatch Internet Time.
Ok, cerchiamo di ridare pò di vita a questo blog, che se no Gin ci sgrida ![]()
Visto che quest’anno le produzioni sono state piuttosto avare, vediamo qualcosa dal passato. Per esempio scavando nel Tubo ecco una - ingiustamente - misconosciuta gemma (rara nel panorama di solito desolante del cinema italiano) di Monicelli, con un meraviglioso Tognazzi.
Posted by gin in drammatico on day 50 of year 2008 at 903 Swatch Internet Time.
Spero che qualcuno degli amici di questo cine-blog (un po’ spento, ma in fase di riattivazione) scriva al più presto una vera recensione di un film bellissimo. Io non ce la faccio, dovrei rivederlo e leggere il libro per esserne capace. Lascio qui solo quello che spontaneamente viene.
Into the wild si candida ad essere il più bel film visto quest’inverno, quel film, le sue parole, le sue immagini, il significato profondo, i significati nascosti tra le pieghe di quelle due ore sono così tanti che saperli scrivere non è cosa da bionda.
Le immagini sono poesia pura, colore vitale, spiegano il motivo per cui tante persone decidono di dedicare la loro vita allo studio della natura nei suoi più vari aspetti, parlano del senso del rispetto che tutti dovremmo portare nei confronti di ciò che viviamo tutti i giorni, raccontano perchè ci si alza all’alba in un inverno gelido per scattare una fotografia.
Tutte le emozioni del protagonista, le sue più intime paure, l’incompresione degli altri, le insoddisfazioni profonde, le sconfitte terribili, arrivano dritte al cervello e ti lasciano incollato alla poltrona. Perchè ognuno di noi ci può trovare un piccolo momento di se’ dentro quel film e la conclusione è perfetta, semplicemente perfetta: la felicità è vera solo quando condivisa.
Da soli niente ha il pieno gusto della felicità.
Che sia difficile trovare i giusti compagni di viaggio è chiaramente un’altra faccenda.