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Archive for September, 2005

The Skeleton Key

Friday, September 30th, 2005 by

"Probabilmente ogni casa ha i propri fantasmi. Ma solo nel momento in cui vi si crede, si inizia a vederli"

Per un appassionato di thriller/horror non è sempre facile trovare un film da vedere, che sia all’altezza delle aspettative. Ormai, oltre ad essere un genere inflazionato (saranno le paure inconsce dettate dall’attualità che spingono a fare film così?), è anche un genere incredibilmente codificato, quindi sempre più pieno di stereotipi che vengono immancabilmente seguiti come fossero Bibbia da chi non è ispirato.

Per fortuna “The Skeleton Key” non rientra in questa categoria. Strombazzato nei trailer come il film “dello stesso autore di The Ring” (cosa peraltro falsa, visto che si tratta dello stesso sceneggiatore, Ehren Kruger, molto esperto di cinema di tensione, vista la sua filmografia), si tratta in realtà di una piacevole sorpresa, che riesce nell’intento di insinuarsi nel sistema nervoso dello spettatore, minuto dopo minuto, in un crescendo di tensione e sospetto. Il tutto condito da una vaga atmosfera da “spada di Damocle” che pende sulla testa dei protagonisti. Il film comunque non si sottrae a ispirazioni già viste, a cominciare dalla storia, ma riesce a rivisitare tutto in modo abbastanza nuovo ed inquietante.
La storia è semplice: Kate Hudson, un infermiera sensibile in un mondo cinico dove la morte e la sofferenza non hanno più valore, viene invitata a lavorare come aiuto nella casa fatiscente, nei sobborghi di New Orleans, di una anziana signora, magistralmente interpretata da Gena Rowlands, il cui marito è restato paralizzato da un ictus, mesi prima (uno splendido John Hurt in grado di recitare con lo sguardo). In un crescendo di tensione, e di occhiate oblique dell’anziana signora, la giovane infermiera si renderà conto che il marito le sta in realtà chiedendo aiuto contro qualcuno o qualcosa che si annida nella casa, e che il suo ictus potrebbe avere un’origine “non naturale”. E grazie ad una chiave in grado di aprire tutte le porte della casa (tutte meno una), la giovane scoprirà una stanza che sembra nascondere un orribile segreto.

Come detto il film a tratti si abbandona a molti stereotipi del genere, scricchiolii e temporali, ombre fuggitive e porte che sbattono, specchi malefici, per non parlare di quella porta che non andrebbe mai aperta o della protagonista che si caccia nei guai da sola.
Però inserisce tutto in una cornice nuova, quella, ad esempio, di una New Orleans un po’ decadente, ma portatrice di una certa cultura popolare, musicale e non, quella di una casa fatiscente ed abbandonata, al limite di una palude. Per una volta tanto niente teenagers stupidi, ma attori che sanno recitare con uno sguardo. E che sguardi.
Anche il tema portante del film è abbastanza innovativo: si parla di magia Hodoo (e non Vodoo, come si è solitamente portati a pensare), tipica proprio della cultura popolare americana del sud povero e decadente. Con una caratteristica che viene sfruttata in modo intelligente per i 3/4 del film, ovvero quella che se non credi a tale tipo di magia, essa non può fare nulla, e non ti può nuocere. Il film gioca molto su questo aspetto, e così, mentre all’inizio la protagonista è scettica, e in quanto tale è intoccabile, via via che il gioco procede, diventerà “credente”, e quindi vulnerabile. Ovviamente il film è chiuso dalla classica sorpresa, per una volta tanto ben architettata e non campata per aria, non banale e i cui indizi sono disseminati in tutto il film. E per una volta tanto un finale che lascia l’amaro, aperto e che non cerca, come al solito, di imitare un happy end che strizzi l’occhio ai sequel.

Il tema può apparire banale, ma si apre a qualche spunto di riflessione. La “magia” che non ti può fare nulla se non ci credi, può, volendo, anche essere quella del cinema. Un film thriller come questo non potrà mai fare nulla allo spettatore, se questo non è disposto a lasciarsi suggestionare. E più in generale, un film non potrà mai emozionare, se lo spettatore non è disposto a crederci, almeno per un paio di ore, fino al momento in cui si riaccendono le luci. E’ curioso che, in un mondo in cui le cose funzionano esattamente così, ci si sia abituati con gli anni a considerare come “normali” le entità soprannaturali ed onnipotenti che spesso popolano il mondo del horror, e a considerare come “originale” una maledizione che si ferma davanti ad un miscredente. Come se fosse facile, poi…

Una nota particolare per la colonna sonora, che riesce ad attingere ai grandi classici della cultura musicale di New Orleans, mescolandoli alla classica colonna sonora da film thriller. In questo modo quei classici riescono a diventare a tratti inquietanti, e portatori di presagi, al solo sentirne le note. Una ulteriore prova che il film riesce nel suo scopo.

E infine c’è New Orleans, con la sua cultura, le sue credenze, i riti Hodoo, le sue paure, le sue miserie. Niente di questo viene nascosto, come spesso può accadere nelle produzione hollywoodiane di cassetta, forse solo un po’ edulcorato, a tratti valorizzato. Ma forse non è il film, forse è solo il sapere che di tutto quello che si vede nella pellicola ora non resta più nulla.

"Stavolta è stato più difficile!"
"Già, e sarà sempre più difficile. Oggi la gente non crede più a nulla...."

PS: io non ci credo. Però d’ora in poi una striscia di polvere di mattoni sulla porta della camera, per vedere se mia madre è la personificazione del male o no, e riesce ad attraversarla, ce la metto… 😛

Cinderella Man

Thursday, September 29th, 2005 by

Motivi che possono spingere quattro donne a precipitarsi a vedere Cinderella Man:
una c’era perchè al cinema ci vivrebbe;
una c’era perchè Russel Crowe è sempre un argomento interessante;
una, Gin, c’era per la somma delle suddette cose;
l’altra c’è stata trascinata nonostante l’odio per il pugilato.

Il film va visto, e lo dice una che non capisce lo sport in questione. Crowe è bravo da svenire, non parlo dei muscoli ma dell’interpretazione, la regia impeccabile, Howard è diventato una garanzia. Sangue non se ne vede molto, niente splatter, ma certi pugni arrivano nello stomaco lo stesso, buona l’inquadratura finale perpendicolare al ring e sfumata dal colore al seppia, senza smancerie inutili. Renee Zellweger dovrebbe cambiare doppiatrice italiana, terribile i primi 10 minuti, poi ci si concentra su altro per fortuna.
E’ una vicenda umana toccante, emozionante e reale. E’ interessante e apre una porta su un periodo non facile per gli USA (anni ’30), a quanto pare non siamo gli unici che nella storia han patito la fame vera. Gli scorci di Central Park adibita a baraccopoli sono emozionanti, una scena ben diversa dai newyorkesi in t-shirt e shorts che fanno jogging. Fa riflettere, considerato il comune pensiero che dà all’America il ruolo di Paese Ricco, come se certi problemi non l’avessero mai toccata.

Curiosità
Aspetto conferma da chi vedrà la versione in lingua originale, nel frattempo vi sottopongo un quesito: durante una conferenza stampa J.J.Braddock (Crowe) a domanda risponde qualcosa tipo: “Credo che passerò dal fruttivendolo perchè mia moglie mi ha detto di tornare con la cintura (da campione), ma i miei figli han capito verdura!
Nelle immagini finali mentre i testi ci dicono di come sia stata normale e piena la vita di J.J.Braddock, lo si vede rientrare in casa con un acquario e delle piccole tartarughe per i figli.
E’ possibile che la battuta di cui sopra in lingua originale giocasse non su Cintura-Verdura ma sull’assonanza, intraducibile, Title-Turtle?
Ho pensato una delle mie idiozie o regge? Agli angolfoni il responso.

La fabbrica di cioccolato

Tuesday, September 27th, 2005 by

" Vedete cari bambini, ogni cosa in questa stanza è commestibile. Anche io sono commestibile. Questo però viene chiamato cannibalismo, miei cari ragazzi, ed è considerato disdicevole in molte società"

Mi sono fiondato a vedere Charlie and the Chocolate Factory appena uscito nei cinema, non tanto per il tipo di film, nè per fare un confronto con il precedente film degli anni 70 (Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato), tipicamente disneyano e di buoni sentimenti, natalizio, e quindi tutto sommato poco interessante, almeno per me.

A dir la verità ci sono andato solo per un atto di fiducia verso quello che considero una dei registi più geniali dei nostri anni, perchè tutto sommato sapevo che le atmosfere disneyane fiabesche sarebbero state in qualche modo “disturbate” dalla verve stridente e gotica di Tim Burton. Aspettativa che ovviamente non è stata delusa (anche se, per molti amanti del classico, sarà proprio questa una fonte di delusione)..

L’accoppiata, ormai di ferro, Burton/Depp non si smentisce mai, e la prima nota più stridente è proprio come è stato reso il personaggio di Willy Wonka: quasi uno psicotico,apparentemente sempre sull’orlo di una crisi di nervi dovuta a traumatiche esperienze con il padre tirannico e la famiglia inesistente. In ogni caso un personaggio molto sfumato, equivocabile in molti passaggi, che nasconde ben più di un’ombra, ma cerca comunque di fare la parte che gli è stata assegnata dagli eventi, ovvero quella del personaggio da fiaba per bambini, non sempre riuscendoci. Molto sullo stile di “ridi pagliaccio”. Sicuramente una ennesima ottima prova di Johnny Depp.

Il regista, in questo caso, è molto simile allo stesso personaggio di Willy Wonka, il classico inventore geniale,
isolato, incompreso e solo, che passa il tempo ad inventare nuove cose (soprattutto nuovi dolci) nei modi più incredibili, ma solo alcune invenzioni si dimostrano estremamente utili o positive, mentre altre sono inutili, altre futili, altre ancora nocive o addirittura ributtanti… Tim Burton è un po’ lo stesso del suo personaggio,
si lascia trasportare dalla fantasia sfrenata e dalle intuizioni geniali, ma solo a volte queste portano ad atmosfere sognanti di fiaba, mentre altre portano decise nel mondo del grottesco, nell’ironia stridente e dissacrante, per finire nel trash un po’ insensato (ma molto colorato ed accattivante), se non nel gotico, nell’orrore e nel ribrezzo. Tutto questo senza logica apparente, e senza soluzione di continuità, passando da un
eccesso all’altro, proprio come se le sue trovate geniali, fatte a fin di bene, gli sfuggissero di mano e dal controllo razionale. Un Burton all’ennesima potenza, direi…

Due altre cose possono valere la visione del film: gli Oompa-loompa, i nanetti che aiutano Wonka nella fabbrica di cioccolato e che sono artefici delle trovate più assurde e trash, nonchè quelle più geniali, e dei momenti più divertenti del film (molto contribuisce il fatto che siano tutti stati interpretati dallo stesso attore che, truccato in mille modi, uno più assurdo dell’altro, si è centuplicato sullo schermo grazie alla tecnica digitale).

Un altro buon motivo è l’ironia dissacrante che pervade tutto il film, altra caratteristica di ferro delle produzioni di Burton, e che si esplica in molte citazioni che i cinefili possono divertirsi a scovare. Una su tutte, esplicita, fin troppo facile da trovare, è la parodia di 2001 odissea nello spazio, in cui una tavoletta di cioccolato si trasforma nel monolite nero, con le scimmie che gli danzano attorno. Chissà se Kubrick sta apprezzando, o si sta rivoltando nella tomba?

Come dicevo al’inizio, l’autore è incrollabile e immutabile nel suo stile, sempre uguale fin dagli esordi, e gli si può dare cieca fiducia, chi lo ha già apprezzato in altri film probabilmente non resterà deluso…

Crouching Tiger, Hidden Dragon

Thursday, September 22nd, 2005 by

Sono stato tentato di usare il titolo originale di questo film, Wo hu cang long, ma poi nessuno avrebbe capito di che stavo parlando. Il motivo sta sempre nella ostinazione della già citata signorina, che continua a pensare che se un film è parlato in un mandarino semplice si capisce benissimo. C’è da dire che se i nomi dei personaggi fossero uguali nell’audio e nei sottotitoli la vita sarebbe più semplice.

Ad ogni modo, il celebratissimo La Tigre e il Dragone è stata un pò una mezza delusione. E’ un film ben fatto, molto curato nelle luci e nei colori (un trademark di Ang Lee). Gli attori, per quanto difficile mi venga giudicare l’espressività dei cinesi, sono bravi, sia Yun-Fat Chow che Michelle Yeoh, molto maturata come attrice dai tempi di 007, e naturalmente la splendida Zhang Ziyi. L’idea di dare un tocco femminista alla storia è pure abbastanza originale per un film di arti marziali. Il problema sta altrove.

Di solito in film di questo tipo, la storia è solamente un pretesto per mostrare spettacolari scene di combattimento. E, di solito, si tratta di scene al limite della credibilità. In tutti i film è richiesta una certa sospensione della credulità dello spettatore (se ne è già parlato) e, visto che nell’immaginario popolare i maestri di arti marziali hanno capacità quasi sovrumane, nei film di arti marziali la soglia di verosomiglianza è particolarmente bassa. Il problema della Tigre e il Dragone sta nel fatto che questa soglia è praticamente sparita. I combattimenti sono irreali danze nell’aria. Splendidamente coreografati (non per niente è lo stesso coreografo di Matrix), ma assolutamente impossibili. Perlomeno in questo universo. Che volendo potrebbe anche essere visto come una rappresentazione artistica, estetica, del kung-fu, se fosse supportato da una storia che giustificasse la dimensione fantastica, da fiaba di arti marziali. Ma non è così, ed è un pò un peccato.

The things we touch have no permanence. My master would say: there is nothing we can hold onto in this world. Only by letting go can we truly possess what is real.

Ghost Dog

Wednesday, September 14th, 2005 by

Ghost Dog: the way of the samurai è un film strano. Un mix bizzarro tra una storia di mafia, una storia di ghetto e una di arti marziali. Potrebbe anche essere un’idea affascinante, un killer impiegato dalla mafia italo-americana che segue il codice d’onore degli antichi samurai. E in effetti è ben fatto, con una musica rappata accattivante e una affascinante fotografia. Ma ne viene fuori un minestrone senza molto senso, un pò Leon, un pò innumerevoli altri film di mafia e di samurai, ma con una storia mal raccontata e personaggi mal caratterizzati (e c’è da dire che Forest Whitaker è anche al suo minimo storico).

Le citazioni dall’Hagakure, il libro di riferimento dell’etica samurai, rimangono la parte più interessante, ma appaiono spesso isolate dal contesto. E’ un peccato perchè come idea aveva un certo potenziale, per esplorare il legame e la tensione tra padrone e servitore, tra fedeltà e morte. Un rapporto complesso, regolato da un codice d’onore antico. E se il signore a cui il samurai ha giurato fedeltà fino alla morte vuole la sua morte? E per quale motivo il samurai dovrebbe arrivare a essere così devoto al suo signore, soprattutto quando questi ne è palesemente indegno? Forse l’onore del signore è importante quanto quello del samurai. E poi, è il codice del samurai che determina la sua vita o il contrario? Il codice diventa un feticcio privo di senso, autoreferenziale, importante di per sè, ma scollegato dal mondo. Oppure no, è l’unica cosa capace di dare un senso alla realtà e alla vita?

It is said that what is called “the spirit of an age” is something to which one cannot return. That this spirit gradually dissipates is due to the world’s coming to an end. In the same way, a single year does not have just spring or summer. A single day, too, is the same. For this reason, although one would like to change today’s world back to the spirit of one hundred years or more ago, it cannot be done. Thus it is important to make the best out of every generation.