Riporto qui una recensione scritta dall’amico Blast!:

SCHEDA: Titolo: Sophie Scholl – Die letzten Tage
Regia: Marc Rothemund
Produzione: Germania
Durata: 117 minuti
TRAMA: E’ la storia, quasi in forma di cronaca, degli ultimi giorni di vita di Sophie Scholl, una delle più conosciute (almeno in patria) eroine della resistenza al nazismo, dal momento dell’arresto, avvenuto a causa di un lancio di volantini nel cortile dell’università, e fino alla condanna a morte avvenuta appena 6 giorni dopo l’arresto. Il film è candidato agli Oscar nella categoria “miglior film straniero”.
COMMENTO: La Germania torna a pensare ad una delle pagine più dolorose della propria storia recente. Lo fa, questa volta, con un film che non lascia adito a dubbi, come poteva invece accadere con il recente “La Caduta”. Il film è quasi gelido nella struttura e nella implacabile scansione del tempo che passa. All’inizio vediamo poco o nulla degli antefatti, se non una misera riunione dei componenti de “La Rosa Bianca”, un gruppo clandestino che nel 1943 provocò parecchio scompiglio presso le autorità naziste, distribuendo 5 volantini per posta o abbandonandoli in luoghi pubblici, e criticando il governo nazista (inneggiando alla decandenza e abbattendo il morale del popolo tedesco secondo le autorità).
Vediamo i componenti, tutti studenti, che stampano l’ultimo loro volantino, e decidono di lasciarne una parte presso l’università di Monaco. Sophie e suo fratello Hans decidono di assumersi questo rischio.
In particolare una avventatezza di Sophie, che decide di lanciare dei volantini da una balconata nell’atrio dell’università sarà la causa della cattura da parte di uno zelante bidello. Un lancio di fogli bianchi, sicuramente un gesto liberatorio in un mondo dove è doveroso stare attenti a ciò che si pensa, può essere sufficiente per condannare qualcuno a morte?
E’ successo, e succede ancora così in molte parti della nostra disgraziata terra.
Il film, che quasi nulla racconta degli antefatti e di quello che è il mondo “là fuori”, analizza invece in modo chirurgico tutte le fasi della condanna: gli interrogatori da parte dell’ispettore Mohr, la carcerazione e le confidenze con una compagna di cella accusata di essere una comunista, il processo-farsa, la condanna a morte.
Il tutto ha però uno scopo preciso. Basta con i nazisti spietati portatori del male assoluto. Il film ha lo scopo preciso di mostrare come tutto il sistema fosse sostenuto principalmente dalla paura e non dalla reale adesione alle idee. Tutti i “cattivi” del film hanno un’inaspettato lato umano, spesso nascosto per bene, ma che il film con leggeri tratteggi riesce a far uscire allo scoperto. L’ispettore Mohr che all’inizio sembra inossidabile, a poco a poco si scioglie sotto gli sguardi di sfida di Sophie e a causa della sicurezza con cui lei porta avanti le sue idee di libertà. Mohr nasconde un lato umano insospettabile, che esce ancora di più allo scoperto quando si lascia andare a confessioni che riguardano la sua vita privata, con le sue paure ed incertezze sul futuro della sua famiglia. Il suo tentativo di autoconvincimento che le idee naziste sono in fondo giuste e che Sophie è in torto, nascondono la debolezza di un uomo che ha paura. Sarà il personaggio che, pur restando nella schiera dei cattivi, alla fine ne uscirà più redento.
Ma anche i personaggi minori nasconodono debolezze. Più di uno dimostra, anche solo con uno sguardo, di serbare disaccordo con le idee naziste, come succede per alcuni auditori del processo a “porte aperte” di Sophie e suo fratello, tutti soldati nazisti pronti ad applaudire o scandalizzarsi a comando, ma non tutti certi di quello che fanno; altri si sentono evidentemente imbarazzati per la codardia dimostrata in certe occasioni, soprattutto se confrontata col coraggio dell’eroina (è il caso dell’avvocato-fantoccio di Sophie il cui compito al processo è quello di stare zitto, ma con una evidente paura e ben celata voglia di parlare); infine il caso più eclatante, quello del giudice (un ex-funzionario comunista convertito alle idee naziste) che condanna i prigionieri, ed ha una paura folle di tutto e tutti, soprattutto che una sua mancanza di zelo possa a sua volta farlo segnalare presso le autorità, e quanto più ha paura della fermezza e convinzione delle idee dei prigionieri, tanto più la sfoga con grida ed improperi nei confronti dei condannati. La sua non è crudeltà o cattiveria, è terrore, una cosa ben diversa e più potente.
Alla fine il film pone tutto sotto un’ottica ben diversa da quella a cui siamo stati sempre abituati, perchè ci dice che quel regime (ma potrebbe riferirsi a qualsiasi altro regime totalitario), è stato così solido e distruttivo per anni principalmente non per la larga adesione alle idee da parte dei vari “strati” della società,che forse c’era totalmente solo agli esordi ed è venuta col tempo a mancare, ma più per una imposizione di uno stato di terrore. Fa davvero paura ripensarci, pensare che una condizione simile possa rendere stabile e duratura una follia evidente come quella del nazismo. Eppure è successo, la storia ce lo racconta e non solo per il nazismo. Quello che forse dovrebbe preoccupare ancora di più è che una condizione simile di terrore potrebbe rendere reali e stabili altre follie, anche in futuro….
Tags: 2005, Julia Jentsch, Marc Rothemund, nazismo

Premesso che non ho visto questo film e quindi mi devo fidare di quello che dici tu, a me sembra più ambigua la posizione di “La rosa bianca” che non di “La caduta”.
Se è vero che la tesi fondamentale del film è che il nazismo si è retto per anni principalmente sul terrore esercitato da pochi su una massa fondamentalmente “buona” costretta a comportarsi in modo malvagio, mi sembra un po’ un tentativo di autoassoluzione che cerca di far dimenticare quanto forte sia stato il supporto popolare al nazismo, non solo politicamente ma anche ideologicamente.
Non e’ mica un caso, che i 5 gatti della Rosa Bianca siano stati praticamente gli unici oppositori, tra milioni di tedeschi, in 13 anni di regime! (a parte il tentativo di golpe di von Stauffenberg che rientra in un’altra logica).
Se è come dici tu, non capisco come mai questo film non sia stato preceduto e seguito dalle solite polemiche. Tra l’altro polemiche che nel caso di “La caduta” mi sono sembrate totalmente ingiustificate perche’ e’ un film che secondo me dà una visione terribile e per nulla empatica di Hitler e della sua cerchia interna (o meglio, se dopo aver visto il film provi simpatia per quel “povero vecchio” dovresti seriamente considerare il ricovero in clinica per psicopatici in fase avanzata).
Beh, la cosa è molto più sottile di come è messa giù nel commento… ad ogni modo io trovo sempre ingiustificate le critiche su film che si allontanano dalla visione comune, e in ogni caso in “La Caduta” Hitler non era per nulla simpatico, ma appariva con tutte le suo debolezze, era malato ed era vecchio… era un pazzo lucido, ma era anche tutte le altre cose, non certo un uomo indistruttibile… debole non vuol dire che poi devi provare simpatia per lui, almeno io non la penso così, e in ogni caso era un hitler diverso da come lo si è sempre visto.
Lo stesso, anche se in modo più sottile, vale probabilmente per questo film… quello che credo voglia dire non è che non ci sia stato supporto popolare, ma neppure che quelli siano stati gli unici 5 oppositori come dici tu.
A volte si può fare opposizione anche solo rifiutando dentro di te certe cose, anche se poi le circostanze ti portano ad applaudire come tutti.
Questo credo che sia umano, e non è che nel periodo del nazismo in germania ci fossero solo automi
Poi forse io la critica l’avrei scritta più sfumata…
La questione del supporto al nazismo è parecchio complessa. Comunque io parlavo di opposizione attiva e organizzata. I lager erano pieni di oppositori del regime, ma di organizzazioni di resistenza ce ne erano pochine. Sulla “Caduta” siamo d’accordo. E quest’anno credo che se ne vedranno altri di film che danno una visione diversa dalla pappa somministrata abitualmente alle masse. Da Munich al Codice da Vince. Ci sarà da ridere quanta gente si incazzerà
:D
Beh, ma se c’era pieno di oppositori nei lager, ma nessuna organizzazione, cosa significa? Forse che c’era un clima di terrore?
Adesione alle idee sicuramente all’inizio… ma nel 1943, anno in cui si svolge la vicenda, di massacri ne avevano già subito qualcuno, forse non erano tutti così convinti…
Che poi ci fosse gente come l’ispettore Mohr che continuava a ripetersi come un mantra che era tutto giusto solo per non lasciare che il tarlo del sospetto si insinuasse il lui, cosa che lo avrebbe condannato, beh, è tutta un’altra storia…
Vero o falso che fosse, mi pare abbastanza PLAUSIBILE…
Non voglio certo negare l’esistenza di un clima di terrore nella germania nazista, ci mancherebbe. Quello che voglio dire è che imputare tutto al terrore significa negare il vasto supporto ideologico che il nazismo ha avuto. e siccome io credo (e non solo io) che il nazismo sia strettamente legato alla cultura tedesca, mi sembra un tentativo di assolversi da soli. E’ troppo facile pensare che “quelli” erano mostri inumani e “tutti gli altri” avevano solo troppa paura per ribellarsi. Sarà stato vero per alcuni (e, ripeto, i lager erano pieni di gente che aveva detto una parola di troppo), ma secondo me il mostro se ne stava bello tranquillo dentro ognuno. Detto in altre parole, cerco di rovesciare la tua interpretazione. L’ispettore è un uomo “buono” costretto dalla paura a fare cose malvage o un uomo “cattivo” che cerca di soffocare la propria coscienza? La differenza c’è ed è enorme.