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Archive for October, 2006

Short Message Service #2

Sunday, October 29th, 2006 by

Visto che sto blog è più o meno resuscitato dopo la pausa estiva (Yash ci diamo una mossa?) oggi si è fatta un pò di manutenzione. Siamo alla nuova versione di WordPress appena uscita di fabbrica, il contatore dei commenti è stato riparato e c’è di nuovo la preview dei post. C’è anche un nuovo sistema per usare le immagini (leggere istruzioni, please, soprattutto Gin). A breve, prima o poi, anche un sistema decente di statistiche.

E come se non bastasse, la più grande collezione di foto di Jessica Alba mai compilata da essere umano (sì lo so che non c’entra nulla, ma lei è tanto tanto tanto tanto carina e poi io ho lavorato come un negro e mi merito un premio).

UPDATE 27/11/06: siccome il nuovo sistema anti-spam fa hahare (come dicono in Toscana) si cercherà presto di risolvere con un metodo più avanzato. In più, il nostro host è stato sotto attacco DoS e ha avuto altri problemi tecnici questo mese e quindi alcuni post appaiono in ritardo.

The Da Vinci Code

Friday, October 27th, 2006 by

NB: questa è roba di qualche mese fa. Ma ci tenevo a dirla.

Non capita spesso di uscire dal cinema e poter dire: “ehi, il film è meglio del libro!”. Non che ci voglia molto, il libro essendo uno dei peggio scritti best-seller degli ultimi trent’anni. Basta prendere lo sceneggiatore e il regista di A beautiful mind, un buon gruppo di attori (Tom Hanks, Jean Reno e il sempre grandissimo Ian McKellen) e una storia che è stata scritta pensando a come farci un film, toglierci un pò delle castronerie più ovvie, tagliare qualche pezzettino inutilmente contorto e si tirano via facili due orette e mezza di pellicola. Per assicurarne il successo basta la pubblicità gratuita fornita da chi si sente offeso dalle “controverse” ipotesi che fanno da contorno e giustificazione del giallo/caccia al tesoro.

Non che ci sia molto di nuovo nemmeno in questo. Il Codice Da Vinci ricicla semplicemente alcune delle più inossidabili storie e pseudo-storie di cospirazioni e “segreti” in circolazione da decenni: il Santo Graal (che funziona sempre, come insegna Indiana Jones), i Templari, i “misteri” di Rennes-le-chateau e il Priorato di Sion. La storia è largamente copiata basata sulle deliranti teorie dalla premiata ditta Baigent-Leigh-Lincoln pubblicate da almeno 20 anni e di cui ormai è stata da tempo dimostrata l’infondatezza. Se lo si prende come una forma di intrattenimento storico-religioso, e a patto di non essere dei micragnosi bigotti, è anche divertente.
Il vero colpo di genio dell’autore è stata l’idea di tirare dentro la più ricca, potente e secretiva setta del Cattolicesimo moderno, scatenando un caos mediatico che ha trasformato un romanzo mediocre in un bestseller mondiale e generato un caso editoriale, il qui presente blockbuster e una valanga di libri, conferenze, documentari, presentazioni e discussioni da bar. Insomma una magistrale operazione di marketing mass-culturale e un caso da manuale di successo pianificato a tavolino.

La vicenda del Codice è però più interessante e importante di quanto appare a prima vista. Per prima cosa dimostra ancora una volta quanto siano fondamentalmente idioti i censori, o aspiranti tali, e quanto poco abbiano imparato da svariati millenni di fallimenti.
Ma se si trattasse solo di questo non sarebbe diverso da altri libri o film “scandalosi”. Il fatto è che il Codice da Vinci ha messo il dito direttamente dentro uno dei più grossi tabù della storiografia occidentale: la storia dei primi secoli dopo Cristo. Il gran casino che ne è nato indica semplicemente che questo periodo storico non può essere discusso, e men che meno revisionato. Ne esiste una versione ufficiale, definita e difesa da persone e organizzazioni che non si occupano di storia, che è sostanzialmente immutata da secoli, praticamente impermeabile alle novità, ai ritrovamenti archeologici e alle informazioni venute alla luce nel frattempo (a meno che non confermino questa versione ufficiale o a meno che queste discussioni non rimangano riservate a una ristretta cerchia di specialisti). Di questioni interessanti ce ne sarebbero molte: dalla frammentazione delle chiese cristiane ai rapporti con il potere imperiale romano e l’importanza che questo ha avuto nel definire la “vera fede”, le influenze del Culto Mitraico e delle altre religioni mediorientali, la stessa storia di Roma che non può essere ridotta a una cronaca dell’ascesa del Cristianesimo a religione ufficiale dell’Impero (con annessa lista di martiri e relative leggende). Tempo fa, ipotizzare che, per esempio, il Cristianesimo assorbì vari culti pagani nella sua marcia verso la supremazia avrebbe portato direttamente sul rogo. Oggi per fortuna non più, ma il dibattito è evidentemente troncato da accuse di “pregiudizio anti-cristiano”, ateismo (?), anti-clericalismo, etc…
Il Codice da Vinci non aiuta chi vorrebbe una visione obiettiva e storicamente rigorosa di quel periodo. Quando va bene è impreciso e superficiale, quando va male platealmente falso. Il fatto che così tanta gente, anche istruita, ci abbia creduto è innanzitutto una prova lampante del fallimento delle Chiese cristiane nell’insegnare le basi della loro stessa dottrina: troppo prese a fare politica e a occuparsi di ciò che accade tra le lenzuola dei fedeli. Cercare di recuperare tentando di proibire o censurare (o bruciando i libri, che questo vizio non l’hanno mai perso) o rispondere dicendo che “non è come dice lui, perchè è come diciamo noi” è solo patetico, nel XXI secolo.
Allora se quello che ci vuole per eliminare una versione dei fatti stile Ben-Hur o Quo Vadis è un volgare prodotto della cultura di massa, così sia. Almeno qualcuno sarà costretto a prendersi la briga di dimostrare che le cose sono andate come sostiene lui oppure dovrà finalmente rinunciare a un insostenibile monopolio culturale su quasi mezzo millennio di storia.

As long as there has been one true God, there has been killing in his name.

Il diavolo veste Prada

Tuesday, October 17th, 2006 by

Del perché tre ragazze, ovvero le solite: veraMora, rossaRiccia e biondaDentro, si siano fiondate a vedere codesta commedia è superfluo spiegarlo.
Il film è una sbirciatina sul cattivo e spietato mondo della moda, un posto dove una taglia 38 è la norma e una taglia 42 è una grassa. Considerate che io porto una 46 e tirate le conclusioni sul disturbo mentale di cui alcuni stilisti devono soffrire.
Narrasi l’avventura temporanea di un’aspirante giornalista nel suddetto mondo, fatto di coltellate nella schiena, lustrini, scarpe fantastiche, cellulari sempre accesi, impegni mondani e fintissimi sorrisi. Inutile parlare del lieto fine, un poco ovvio e moralista in verità.
Il film è però piacevolissimo, Meryl Streep, Miranda Priestly, è semplicemente perfetta, una vera attrice, una spietata dentro, c’é poco da aggiungere, divina. Ha quel tocco di cinismo nello sguardo che la rende credibilissima nella parte della direttrice geniale, perfezionista e tirannica.
Anne Hathaway, Andy Sachs, che forse ricorderete in Brokeback Mountain, ha occhi incredibilmente grandi che la rendono la vittima sacrificale adeguata per la perfida Miranda, tirannica direttrice del più famoso giornale di moda del pianeta.
Citiamo anche Adrian Greneir, Nate il fidanzato di Andy, per una mera motivazione estetica, capitemi.
Il regista, D. Frankel, ha firmato alcuni episodi di Sex and the city, si nota.
Una commedia molto godibile, fatta di battute al vetriolo, di situazioni al limite del ridicolo, di fantastiche scarpe e accessori invidiabili, di uomini viscidi e donne senza cervello, di uomini disponibili e donne con molto talento. Perfetto per rilassarsi e, se volete ma solo SE proprio volete, pensare un po’.
Per le fashion victim imperdibile la sequenza della mutazione di Andy: da ragazza Grandi Magazzini ad Adepta di Prada in pochi istanti, una scena piacevole.

Adesso sappiate che siete a rischio Spoiler se proseguite la lettura, fatti vostri.
Io ho pensato, ho pensato che sarebbe stato bello vedere Andy proseguire nel campo della moda a lei così inizialmente lontano, ma dove ha saputo trovare la sua via di riscatto e successo. Sarebbe stato un modo divertente per mostrare un po’ meglio che in ogni contesto, per quanto frivolo, il cervello conta. Se poi c’é anche la presenza fisica il tutto è più piacevole.
Sarebbe poi stato più bello, meno romantico, meno angosciante, che Nate-fidanzato rompesse poco le scatole per il lavoro di lei. Alla fine il film se ne esce un po’ con lo stereotipo: se sei donna e hai un lavoro importante e impegnato la tua vita sentimentale fa schifo. Non ci credo.

Inutile dire che sono uscita dal cinema con l’incolmabile sensazione di aver bisogno di scarpe…

Nigel:”Tu hai un bisogno disperato di Chanel!”