Archive for January, 2009

Nero Wolfe: veleno in sartoria

Tuesday, January 27th, 2009 by

Da fan di Nero Wolfe non posso esimermi da questa minirecensione. In verita’ questa pellicola fa parte di una serie di film realizzati per la televisione dedicati ai romanzi di Rex Stout, film che nascono negli anni 60-70 e che sono ormai pezzi da museo e quindi posso considerarli degni di questo blog.
La prima cosa che colpisce è chiaramente lo stile di questi film, girati in bianco e nero, tempi lenti, musica assente, zero effetti speciali, girati praticamente sono in interni. In verita’ un effetto “speciale” l’hanno usato: quando Nero lascia la sua poltrona e cammina con fare minaccioso i suoi passi vengono sottolineati da una sorta di pernacchia sintetizzata. Non so, per l’epoca probabilmente era un’idea geniale, adesso fa un po’ come se Nero facesse le puzzette ad ogni passo.
Interessante la sigla iniziale, una ripresa aerea della New York degli anni 70, un bianco e nero molto affascinante, quasi alla Woody Allen, del resto NY è Allen.
Queste trasposizioni dei romanzi dell’intrattabile Nero sono fatte tutto sommato bene, posso fare dei piccoli appunti da lettrice: Nero nei romanzi è molto meno amichevole con le donne, diciamo pure che le teme e le detesta senza confini. Il suo rapporto con il segretario-tuttofare-donnaiolo Archie Goodwin forse poteva essere meglio sviluppato, perche’ fonte di parecchi divertenti episodi. Anche i deliziosi pranzetti preparati dal cuoco Fritz Brenner sono spesso solo citati di sfuggita. La passione del corpulento investigatore per le orchidee è ben rappresentata, anche se Nero non toccherebbe mai i fiori recisi con le mani nude; aggiungo che in questo episodio Archie annusa un’orchidea che per natura non ha nessun profumo, ma mi rendo conto: son cose da pignolina e soprattutto questi sono i limiti di una produzione televisiva degli anni 70.

La storia? senza fare spoiler nemmeno a chi volesse leggere l’omonimo romanzo da cui è tratto: una modella muore in una casa di moda uccisa da un confetto al cianuro destinato ad altri. Nero viene ingaggiato per risolvere il mistero, inutile dire che il suo intelletto lo porta furbescamente alla soluzione, sbaragliando l’impotente polizia di NY.

La Fabbrica dei Sogni 2.0

Sunday, January 25th, 2009 by

Ecco qua la nuova versione fiammante della Fabbrica dei Sogni. Siamo 2.0 adesso! Che non vuol dire niente ma fa tanto figo.
Upgrade generale (WordPress 2.7 è un gioiello) e cambio di template (grazie a Yash per averlo trovato e a Gin per la “sensibilità cromatica”) con un sacco di bottoncini colorati e cazzabubbole inutili, ma molto molto belle (e molto 2.0).
Speriamo che insieme con questa nuova versione tutta berluccicosa (e 2.0, l’ho già detto?) arrivino magari anche più contenuti, e più frequenti.

Intanto, visto che qui si deve sempre parlare di cinema, ecco un (breve e irritante) resoconto della serata finale del Festival del Film di Roma (una delle più stupide idee di Veltroni – e scusate se è poco). Vi siete mai chiesti perchè il cinema italiano fa lo schifo che fa?

Mamma Mia!

Friday, January 23rd, 2009 by

Musical spassoso basato sulle musiche degli storici ABBA, questo film ci regala una commedia molto simpatica, forse non originalissima, ma resa divertente proprio dalle canzoni perfettamente inserite e ben poco modificate rispetto all’originale. Aggiungete una location spettacolare nel sole e nel mare greco e il gioco è fatto.
La storia è un classico: una giovanissima sposa a pochi giorni dalle nozze cerca di capire chi possa essere il padre mai conosciuto leggendo il diario segreto della madre e invitando i tre probabili padri. Equivoci, discussioni, risate, balletti e prese in giro di se stessi per tutto il film, fino a un lieto fine non proprio classico.
Meryl Streep si conferma attrice di carattere, bravura e versatilità ormai rare, di Pierce Brosnan che dire? Lo lascio dire a lui in questa intervista delirio al Daily Show di Jon Stewart.
Questo film è un bel modo per riposare il cervello, sorridere e canticchiare, perche’ alla fine le canzoni degli ABBA le si conosce anche senza aver mai avuto un solo cd.

Avviso: vederlo in compagnia di amiche è praticamente un invito al canto e ballo scatenato, scemo e assolutamente divertito. Non mi stupirebbe sapere che in USA le platee femminili hanno ballato e cantato durante la proiezione.

Well I can dance with you honey
If you think it’s funny
Does your mother know that you’re out?
And I can chat with you baby
Flirt a little maybe
Does your mother know that you’re out?

The notorious Bettie Page

Wednesday, January 21st, 2009 by

She knows what you want; she wants it, too.

E’ il novembre del 1947. Una sconosciuta ragazza del Tennessee scende alla stazione del Greyhound di New York. E’ in fuga da una famiglia difficile, da un ambiente povero e degradato e da un marito violento. La sua è una storia come tante, di occasioni mancate per un soffio (arriva seconda al concorso per una prestigiosa borsa di studio), e speranze deluse. E come tante altre è arrivata a New York per rifarsi una vita e inseguire il sogno di diventare attrice. Sembra l’inizio di una storia scritta da uno sceneggiatore a corto di fantasia, che non trova niente di meglio che ripescare tutti i luoghi comuni dell’American Dream. Invece, sta per iniziare una leggenda e, senza che nessuno se ne renda conto, una rivoluzione epocale.

Armata solo di un sorriso devastante, Bettie diventerà in pochi anni The Pin-Up Queen of the Universe, lancerà al successo Playboy (il cui fondatore continuerà ossessivamente per anni a cercare lei in ogni sua modella), sdoganerà l’erotismo “clandestino” fetish/bondage/sado-maso, e sgretolerà a colpi di tacchi a spillo il moralismo e l’ipocrisia della borghesia americana creando le premesse per la Rivoluzione Sessuale degli anni ’60. Poi sparì, ma il suo revival negli anni ’80 e ’90 la trasformò, con la sua inconfondibile frangetta nera, in una delle icone pop più note del secolo, ispirando attrici e cantanti e portando alla (re)invenzione di un nuovo genere di spettacolo, il Burlesque.

Una donna notevole, la cui storia poco nota meritava di essere raccontata. Come ogni femme-fatale che si rispetti, Bettie Page era un mistero e una contraddizione: intelligente, ingenua, disinibita, repressa, femminista, tradizionalista e religiosa al punto da sfiorare il bigottismo, venne sballottata qua e là dalla vita mentre proiettava un’immagine di donna indipendente e padrona di sè, del suo corpo e della sua sessualità. Divenne lo stereotipo della pin-up, interpretando quell’impossibile tensione tra libertà e puritanesimo, malizia e innocenza, in modo così perfetto che sembrava fosse stato creato apposta per lei. Quasi incosciente del significato di quello faceva e inconsapevole del fatto che questa sua incoscienza la rendeva ancora più esplosiva.

Accanto alle foto da pin-up Bettie posava, senza vederne fondamentale differenza, per foto di bondage e sado-maso, allora proibite come oscene. Il successo fu travolgente, per un genere fino a quel momento clandestino, e non poteva non attrarre l’attenzione morbosa dei guardiani della moralità pubblica. Nel 1958, il “caso Page” venne affrontato dall’infame Commissione per la Delinquenza Giovanile del Senato, che si era autoincaricata di difendere la “sanità morale” dell’America e arrogata il diritto di decidere cosa fosse giusto, sano e normale.
Per Bettie forse non sarebbe cambiato niente: la sua vita aveva ormai preso un’altra svolta. Non ha mai rinnegato quello che ha fatto. Forse non lo ha mai capito davvero. L’ultima parola spetta a lei:

Bettie Page Bettie Page Bettie Page Bettie Page