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Archive for October, 2009

District 9

Wednesday, October 28th, 2009 by

“Venissero da un altro stato capirei, ma che vogliono? Non sono neanche di questo pianeta…” (un anonimo, intervistato in tv)

District_9_New_onesheet

Il film a primo impatto sembra un documentario di denuncia sociale, alla Michael Moore, con interviste e filmati di repertorio. Sembra, ma non è. Possiamo considerarlo un documentario fantascientifico? Forse… Sicuramente è un interessante esperimento cinematografico che vede il ritorno della fantascienza sui grandi schermi. In altri tempi un film del genere sarebbe stato un normale film drammatico di denuncia; nel 2009 qualcuno ha pensato di farlo diventare un film di fantascienza, metaforico all’ennesima potenza, dallo stile particolare e dai contenuti forti e senza compromessi.

La fantascienza è un genere cinematografico che per definizione avrebbe molte cose da dire. E’ il modo migliore che l’uomo conosce per vivisezionare il presente, pensando al proprio futuro. Quando l’uomo si interroga sul proprio futuro, fa una cosa molto importante. Se non lo fa, è una mancanza grave.
Negli ultimi anni la fantascienza non se l’è passata molto bene. Se dovessi citare qualche film di fantascienza degli ultimi anni meritevole di essere ricordato, farei fatica. Ormai sono di moda le riduzioni cinematografiche da P. Dick, che però spesso sono fatte alla “dick of dog” (mi si passi il brutto gioco di parole), e vanno molto i remake o i sequel di successi degli anni passati. In tutti i casi le idee più nuove che si vedono, e che vengono riprese dal mondo del cinema, risalgono agli anni 60-70. E’ un po’ che meditavo su questo aspetto: non abbiamo più niente di importante da dirci, interrogandoci sul nostro futuro?

Tutto quello che la fantascienza avrebbe da dire, ormai è stato delegato interamente al cinema thriller/horror, o ai cine-fumetti… è un segno dei tempi. Tutti hanno paura e preferiscono andare al cinema a vivisezionare le proprie paure piuttosto che interrogarsi troppo sul futuro, e tutti hanno bisogno di eroi, anche controversi ma ben identificabili, che sappiano sistemare le cose, per cui ecco che altri generi cinematografici si sono preoccupati di venirci a dire qualcosa di importante sul nostro presente al posto della fantascienza.
La fantascienza ha decisamente dormito sonni profondi, fino ad ora…

L’altra sera sono andato a vedere District 9, avendone sentito parlare molto ma senza aspettarmi troppo, e devo dire che le cose mi sono sembrate subito diverse dal solito. Pur essendo un film ben costruito e dalla messinscena molto forte e accattivante, dotato di effetti speciali abbastanza importanti, non era il solito film pieno zeppo di effetti fini a se stessi (che ormai non sono una novità, tutti sono capaci di farli, e per questo non possono più essere il fine ultimo di un film)… era qualcosa con un contenuto, delle idee, una metafora abbastanza forte, dal rigore morale fortissimo. E soprattutto era un film molto inquieto, fin nel midollo. E’ stata una bella sensazione.
Alla fine da un confronto con amici, è apparso evidente che la sensazione fosse comune: District 9 potrebbe essere l’ultimo rantolo di genialità prima della morte definitiva della fantascienza nel cinema contemporaneo, o un precursore per un nuovo inizio. Vedremo tra qualche anno che segno avrà lasciato, se avrà contribuito a lanciare nuove mode e nuovi spunti, o se sarà stato tutto un bluff.

La trama è abbastanza geniale e soprattutto semplice, potrebbe essere presa direttamente da un quotidiano qualsiasi e ci riguarda personalmente, procede in modo lineare e senza intoppi fino a dove si è prefissata di arrivare, come un treno che punta dritto contro un muro. Il risultato può essere doloroso, probabilmente non l’ideale per una serata di svago.

Il film pecca un po’ nello spiegare gli antefatti, e serve del tempo per iniziare ad entrare negli ingranaggi; lo stile finto-documentaristico, che ha un impatto iniziale molto forte, non sempre permette di far capire al 100% tutto quanto. Per fortuna la trama molto lineare e diventa accessibile non appena si è entrati “nel gioco”.

District 9 (US) F

Gli antefatti: siamo negli anni 80 e senza alcun preavviso una astronave gigante, che visivamente richiama i grandi classici della fantascienza degli anni 60-70, approda nei cieli della terra creando enorme scompiglio nella popolazione mondiale.
Stavolta, però, non si ferma sui soliti cieli americani e non ne escono i soliti alieni pronti a combattere e sopraffarci. L’astronave sembra malridotta, perde pezzi, si muove lentamente fino ad arrivare sui cieli di Johannesburg, dove si ferma a fluttuare a centinaia di metri sopra la città. A questo punto appare evidente che gli inattesi visitatori abbiano dei problemi, e poiché nessuna forma di vita sembra uscire dall’astronave e nessun canale di comunicazione viene aperto, il governo Sudafricano e l’ONU decidono di intervenire con una task force di elicotteri.
Quello che viene trovato sull’astronave è aberrante e sconvolgente: un numero imprecisato (si parla di 1 milione) di alieni mostruosi, viscidi, orribili, vengono trovati in uno stato di denutrizione e sporcizia totale, allo sbando, spossati, in piena anarchia e senza nessuna guida all’interno dell’astronave. Una ipotesi è che la perdita del modulo di comando, staccatosi dall’astronave giorni prima, abbia causato la morte di tutti gli ufficiali di comando. Altra ipotesi è che si siano suicidati per motivi ignoti.
Scatta l’emergenza para-umanitaria, gli alieni sono schedati, gli viene dato un nome, e sono trasportati sulla terra in un centro di “prima accoglienza” (eh già, si chiama proprio così. E’ da verificare se si tratti di una “trovata politica birichina” del doppiaggio comunista italiano o se sia originale).

Venti anni dopo, siamo all’inizio del film: gli alieni stanno sempre lì, parcheggiati in quella che è diventata una baraccopoli abitata da oltre 2 milioni e mezzo di alieni (che nel frattempo hanno cominciato a fare uova e a moltiplicarsi a dismisura), un ghetto chiamato “Distretto 9” (ogni riferimento al Distretto 6 realmente esistito a Johannesburg è puramente voluto).
Gli alieni non si sono integrati, non rispettano la legge umana, e anche se la loro inquietante lingua viene ormai capita dagli umani rendendo possibile una rudimentale comunicazione, gli uomini non gradiscono la presenza di quelli che chiamano con disprezzo “i gamberoni”.

Nel Distretto 9 regnano caos e anarchia. I gamberoni sono sfruttati dalla malavita locale per compiere rapine in cambio di scatolette di cibo per gatti (di cui gli alieni sono ghiotti) e dalla MNU, una multinazionale che gestisce il Distretto 9 e che detiene i diritti di sfruttamento della tecnologia alinea. Vi sembra assomigliare a qualcosa, la sigla MNU? Infatti, vi sembra bene… è diventata una multinazionale a scopo di lucro. Le armi aliene, in particolar modo, sono molto avanzate e potenti e per questo innescano le mire più abbiette di gruppi industriali e dei trafficanti di armi locali. Purtroppo (o per fortuna) queste armi, confiscate dalla MNU, non sono utilizzabili dagli umani perché funzionano solo se interagiscono con DNA alieno.

Ogni tanto i gamberoni scappano dal ghetto, facendo incursioni in città, dove si scontrano con le autorità umane e gli abitanti del luogo. Questi scontri portano altro risentimento e xenofobia, in una spirale senza fine. Arriva quindi l’inevitabile momento di spostarli lontano dalla città, con le buone o con le cattive, in un posto migliore, chiuso e ben recintato, dove la loro incolumità possa essere preservata meglio e dove le condizioni igieniche per i loro figli saranno migliori. Ma gli alieni non vogliono andarsene, non vogliono essere spostati o sfrattati, loro vorrebbero solo tornare a casa…

Per lo sgombero del Distretto 9 viene nominato capo squadra Wikus Van De Merwe, genero del capo della MNU. Wilkus è il classico ragazzotto ignorante, rozzo, insensibile, che viene dalla società bene, spinto da un forte senso del dovere. Dovendo scegliere da che parte stare, tra alieni oggettivamente repellenti ed esseri umani, il nostro istinto ci porta ad identificarci con quello che ci assomiglia di più (Wikus), e a ridere delle sue sopraffazioni inconsapevoli. Siamo portati quasi a giustificarlo in tutto, anche quando per gioco dà fuoco a uova aliene, perché tutto sommato è figlio della società marcia che gli sta attorno, quindi è giustificabile.

Il film, tuttavia, non si vuole limitare ad una semplice denuncia diretta del nostro razzismo inconscio. Il gioco all’inizio sembra molto semplice, ma il progetto è destinato a spingersi un bel po’ più in là.

Durante un sopralluogo ad una baracca in cui si sospetta ci siano attività aliene illegali, Wikus si rompe un braccio ed ingerisce per errore uno strano fluido nero. A seguito di disturbi sempre più fastidiosi, Wikus viene trasferito nell’ospedale militare, dove il medico di guarda gli toglie il gesso al braccio per scoprire che il braccio si sta trasformando in una viscida e tentacolare zampa aliena… dopo accurati esami, il responso è: mutazione genetica irreversibile.
A questo punto si scatena il delirio. Vikus è costretto a subire esperimenti brutali, per capire come sia potuta avvenire la mutazione e se possa essere controllabile e replicabile su altri umani, per poter sfruttare le armi aliene. La fuga diventa inevitabile nel momento in cui i vertici militari decidono di smembrarlo per scoprire qualcosa di più. Dove nascondersi? Ovviamente nel Distretto 9.

La mutazione genetica, progressiva ed inarrestabile, è sinceramente disgustosa: i riferimenti a “La Mosca” sono evidentissimi, voluti ed altrettanto fastidiosi (vomito nero, unghie che si strappano, denti che cadono, squame che appaiono da sotto la pelle, occhi che si spappolano, putrefazione… c’è un intero repertorio di immagini che si rifà palesemente al film di Cronemberg).

A questo punto il film scopre un po’ le carte, pur tenendo le migliori solo per il finale. La metafora si evidenzia un pochino: i mostri siamo noi, nonostante le apparenze, e dovremmo avere così schifo di noi stessi da aver paura a guardarci allo specchio. Pian piano la mutazione ci porterà ad assomigliare agli alieni, per scoprire che da qualche parte in mezzo allo schifo e ai tentacoli ci sono occhi pieni di nostalgia per casa. Niente a che fare con ET, comunque (e per fortuna)…

Il finale raggiunge l’apice, esplodendoci in faccia con una singola inquadratura che è la sintesi poetica, distillata e concentrata, di tutto… Tutto quello che “Io sono leggenda” non ha avuto il coraggio di essere, per manifesta imbecillità dei suoi produttori, lo si può trovare qui.

District 9, dunque, è fantascienza che prende spunto da stili e temi non usuali per la fantascienza, che si rifanno al mondo dell’horror, all’attualità, e ad alcuni classici della fantascienza o del cinema drammatico realista, girato con camera a spalla in “guerriglia style”.

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Dal punto di vista stilistico, il film arriva a costruire qualcosa di abbastanza originale nell’insieme, e che sta in piedi per due ore senza risultare pesante. Fonde finti documentari, finti notiziari televisivi, sequenze cinematografiche classiche con commento musicale, frenetici e nervosi cambi di ritmo, riprese fatte col cellulare, punti di vista di videocamere a circuito chiuso, fino a giungere ad uno stile che nel complesso si preoccupa di raccontare in modo lineare gli eventi, ma non si cura di scegliere quali saranno le forme visive che dovranno raccontare una scena di azione, piuttosto che un momento di passaggio della trama. Le videocamere amatoriali come quelle professionali, i telefonini come le videocamere di sicurezza, tutto contribuisce al racconto della realtà. Tutto fa brodo, insomma. Volendo, ci si può individuare un preciso riferimento alla moderna società dell’immagine, che è pronta a triturare tutto dentro i suoi pixel, di qualunque apparecchio facciano parte.

Non so se possa essere un record per un film di fantascienza, ma nemmeno per un istante si riesce a parteggiare per un essere umano. O sono stupidi, o sono farabutti, o sono incredibilmente meschini, anche quando si scontrano tra di loro e sarebbe opportuno parteggiare per quelli “meno cattivi” o “più simpatici”. Gli alieni, con molta correttezza, non sono tutti dei santi (i farabutti li hanno anche loro), ma gli esseri umani proprio no. Anche questo modo di essere “politically scorrect” forse diventerà una nuova moda cinematografica, ma nel complesso alla prima è venuto proprio bene.

Il regista? Sudafricano, esordiente nel mondo del cinema, illuminato da un produttore intelligente (Peter Jackson), si è già fatto riconoscere e premiare più volte nel mondo della pubblicità.
Quando e come? Preparatevi a ridere… con questo, ad esempio.

Batman Begins

Monday, October 19th, 2009 by

uhm..si…beh……Christian Bale: cazzo c’entra?!!?

ps: a malincuore, anche il doppiatore, nonostante la grande scuola italiana, in questo caso non mi è sembrato per nulla all’altezza del personaggio. Piuttosto, all’altezza dell’interpretazione di Bale.