La Fabbrica dei Sogni
You only live twice or so it seems. One life for yourself and one for your dreams.
Posted by schuck in commedia, storico on day 179 of year 2008 at 447 Swatch Internet Time.
mi è venuta voglia di rivederlo…
forse perchè l’ho visto anni fa, ero un ragazzino e ho solo un ricordo un po’ frammentario e confuso…
ma un capolavoro è un capolavoro, no?
Posted by gin in commedia on day 151 of year 2007 at 828 Swatch Internet Time.
In una calda serata di maggio con grande soddisfazione mi concedo un filmetto da relax.
L’Uomo dell’anno non è infatti un capolavoro come Goodmorning Vietnam, non esilarante quanto Mrs.Doubtfire, forse non ne ha il ritmo, ma Robin Williams è sempre una piacevole compagnia.
Il film ci racconta qualcosa che in verità potremmo benissimo vedere nella vita reale, se solo fossimo più fortunati. Un comico molto pungente e ben informato, senza volerlo, semplicemente perchè una cosa tira l’altra, si trova ad essere candidato alle presidenziali statunitensi. Con pochissimi soldi, molto entusiasmo e geniali battute riesce a farsi strada fino alla votazione finale. Votazioni che si effettuano in modalità completamente automatizzata, niente carta e matita copiativa, basta pigiare un bottone sul video e il gioco è fatto.
Il problema è proprio il sistema di voto, un baco del sistema genera tutti gli accadimenti della seconda parte del film, compresa la comparsa di Laura Linney, convincente nonostante la parte un poco scontata fin da subito. Grandioso C.Walken nella parte del produttore in sedia a rotelle, cinico e leale. Con una faccia così la parte gli pareva cucita addosso.
Imperdibile l’ingresso del designato Presidente al Congresso, vestito da Luigi XV.
Il film, ripeto, non si scosta molto dalla realtà: siamo disposti a credere a un comico televisivo più che a un politico che abbiamo eletto e che ci dovrebbe rappresentare.
Questo dovrebbe farci riflettere, soprattutto di questi tempi.
Uno dei piccoli problemi dei film di R. Williams è l’intraducibilità di alcune battute: sarebbe da vedere in lingua originale. Intuibile per esempio una battuta persa nella traduzione sull’Old Glory, la vecchia gloria, riferimento alla bandiera americana che si perde senza molto senso.
Ve lo consiglio, divertente, semplice, che poi se vuoi ci puoi riflettere un poco; perfetto anche come home-dvd.
Posted by gin in commedia on day 362 of year 2006 at 188 Swatch Internet Time.
“Ehi Gin, che ne dici se stasera ci facciamo Russel Crowe?”
Che avreste risposto? Io non sapendo nemmeno cosa m’aspettasse ho detto sì con l’ultima fetta di panettone in mano, il nome valeva il rischio di un film-sola, quindi un martedì sera qualsiasi ci siamo viste un filmetto senza pretese d’esser capolavoro ma godibile.
Russel Crowe (Max) è decisamente un bel punto di partenza per una storia semplice, divertente e romantica; di comune accordo con l’amica che mi accompagnava ho deciso che occhi espressivi come quelli di Crowe se ne vedono pochi in giro, certo pure tutto il resto del sudetto ha il suo bel perchè. A dimostrazione della cosa la sala era gremita di fanciulle o coppie la cui parte maschile era stata trascinata lì a forza, e parlo delle coppie etero naturalmente.
Ma anche gli ometti avranno il loro bel vedere inseguendo una molto affascinante Marion Cotillard (Fanny) sulla sua bicicletta e ascoltandola parlare con un adorabile accento francese.
La storia è tutta giocata nella splendida Provenza, tra vigneti spettacolarizzati, governanti appassionate, eredità inaspettate e forse immeritate, vignaioli burberi e misteriosi, vini imbevili o eccellenti, scontri tra parenti, rampanti broker londinesi dal ricordo molto facile, buoni sentimenti, innamoramenti repentini nell’eterno scontro tra Britannici e Francesi. Forse una trama prevedibile, ma spezzata da umoristici e sinceri siparietti comici.
Appunto speciale per A. Finney, strepitoso come sempre nella parte dello zio Henry. Le sue chiacchiere a proposito di vino con il nipote ragazzino m’ha fatto venire un certo magone. E son bei ricordi da tenere.
“Una volta che trovi qualcosa di buono, Max, devi averne cura. Devi lasciare che cresca.” Henry
Qui trovate un’ottima riflessione su alcune scelte del regista che permeano tutta la pellicola, contiene spoler vi avviso, però è interessante.
Inutile aggiungere che voterei anche subito una modifica costituzionale del tipo: “Al cinema è vietato parlare durante la proiezione (se volete parlare andate a vedere Olè o Vacanze a NY). La violazione del suddetto divieto provocherà l’allontanamento forzato e immediato dalla sala”.
Lo so, è solo una vana speranza, ma tutte io me le trovo le galline starnazzanti al cinema?
Posted by gin in commedia on day 289 of year 2006 at 083 Swatch Internet Time.
Del perché tre ragazze, ovvero le solite: veraMora, rossaRiccia e biondaDentro, si siano fiondate a vedere codesta commedia è superfluo spiegarlo.
Il film è una sbirciatina sul cattivo e spietato mondo della moda, un posto dove una taglia 38 è la norma e una taglia 42 è una grassa. Considerate che io porto una 46 e tirate le conclusioni sul disturbo mentale di cui alcuni stilisti devono soffrire.
Narrasi l’avventura temporanea di un’aspirante giornalista nel suddetto mondo, fatto di coltellate nella schiena, lustrini, scarpe fantastiche, cellulari sempre accesi, impegni mondani e fintissimi sorrisi. Inutile parlare del lieto fine, un poco ovvio e moralista in verità.
Il film è però piacevolissimo, Meryl Streep, Miranda Priestly, è semplicemente perfetta, una vera attrice, una spietata dentro, c’é poco da aggiungere, divina. Ha quel tocco di cinismo nello sguardo che la rende credibilissima nella parte della direttrice geniale, perfezionista e tirannica.
Anne Hathaway, Andy Sachs, che forse ricorderete in Brokeback Mountain, ha occhi incredibilmente grandi che la rendono la vittima sacrificale adeguata per la perfida Miranda, tirannica direttrice del più famoso giornale di moda del pianeta.
Citiamo anche Adrian Greneir, Nate il fidanzato di Andy, per una mera motivazione estetica, capitemi.
Il regista, D. Frankel, ha firmato alcuni episodi di Sex and the city, si nota.
Una commedia molto godibile, fatta di battute al vetriolo, di situazioni al limite del ridicolo, di fantastiche scarpe e accessori invidiabili, di uomini viscidi e donne senza cervello, di uomini disponibili e donne con molto talento. Perfetto per rilassarsi e, se volete ma solo SE proprio volete, pensare un po’.
Per le fashion victim imperdibile la sequenza della mutazione di Andy: da ragazza Grandi Magazzini ad Adepta di Prada in pochi istanti, una scena piacevole.
Adesso sappiate che siete a rischio Spoiler se proseguite la lettura, fatti vostri.
Io ho pensato, ho pensato che sarebbe stato bello vedere Andy proseguire nel campo della moda a lei così inizialmente lontano, ma dove ha saputo trovare la sua via di riscatto e successo. Sarebbe stato un modo divertente per mostrare un po’ meglio che in ogni contesto, per quanto frivolo, il cervello conta. Se poi c’é anche la presenza fisica il tutto è più piacevole.
Sarebbe poi stato più bello, meno romantico, meno angosciante, che Nate-fidanzato rompesse poco le scatole per il lavoro di lei. Alla fine il film se ne esce un po’ con lo stereotipo: se sei donna e hai un lavoro importante e impegnato la tua vita sentimentale fa schifo. Non ci credo.
Inutile dire che sono uscita dal cinema con l’incolmabile sensazione di aver bisogno di scarpe…
Nigel:”Tu hai un bisogno disperato di Chanel!”
Posted by robsom in commedia on day 89 of year 2006 at 017 Swatch Internet Time.
Era veramente da un pezzo che non ridevo così tanto al cinema. Grazie mille alla rassegna del cinema indipendente!
Crimen ferpecto (il riferimento, volutamente storpiato, è all’omonimo film di Hitchcock) è una di quelle piccole perle che purtroppo non trovano mai l’attenzione (e la pubblicità) che meritano. Vuoi perchè non è l’ennesimo blockbuster hollywoodiano tutto effetti speciali, vuoi perchè non può vantare nomi famosi, vuoi perché non è l’ultimo aborto del solito intellettualoide nostrano. Invece è una divertentissima e cattivissima commedia nera, di un umorismo incredibilmente macabro e bastardo. Una satira spietata della società dell’apparenza e dell’immagine. E dei suoi falsi miti. Ma anche no.
Manuel, un “hombre elegante, que quiere vivir en un mundo elegante”, vive in modo molto glamour e fashion: purtroppo per lui lo stile di vita a cui aspira è possibile solo nei film o nei tabloid. Ma per un uomo in gamba, e con pochi scrupoli, niente è impossibile. Basta un poco di inventiva e una gran faccia di bronzo. Nel suo piccolo mondo, il reparto di abbigliamento femminile di un grande magazzino, è un Re, idolatrato dai suoi sfigatissimi e inadeguati assistenti e ammirato dalle belle commesse che seduce con cibi di lusso e regali costosi “prelevati” dai vari reparti del grande magazzino. Ma, nella migliore tradizione della commedia nera, il fato punirà crudelmente la sua cialtroneria e superficialità precipitandolo in quel mondo “comune” e “perbene” che aborre.
Tutto bene dunque? Essere vince su avere e i veri valori trionfano sul culto dell’apparenza, mostrando la futilità di inseguire una vita modellata su film, pubblicità e rotocalchi? Non proprio. Perchè mentre si guarda il povero Manuel dibattersi tragicomicamente tra le braccia della sua Nemesi viene da pensare che forse non aveva tutti i torti, che il modello di vita opposto (lavoro, casa, chiesa, famiglia) è altrettanto alienante e che dopotutto, a una morte-in-vita davanti alla tv, è forse meglio il vorrei-ma-non-posso di un eterno Peter Pan.
Anche se la vita ha un senso dell’umorismo davvero perverso…
Diventare un altro idiota in mezzo a migliaia di idioti, con una vita mediocre e noiosa, piena di bambini e tende in tinta con il sofá. Scoprire che l’inferno esiste e che il demonio è piccolo, brutto e porta biancheria e reggiseno color carne.
Posted by gin in commedia on day 87 of year 2006 at 099 Swatch Internet Time.
Non potevo credere a me stessa, sono uscita dal cinema dicendo qualcosa come: “da secoli non vedevo un film italiano divertente e piacevole“. Io, quella che trova spesso insipidi i film italiani moderni e insopportabili le manie da grande autore artistico di cui si fregiano i nostri registi.
Un film leggero, in cui ogni trentenne ritrova la sua musica adolescenziale, compresa quella odiata; ci sono tutti i dettagli di un’età difficile, le spadrillas, il ciuffo di certi cantanti, le magliette lunghe, i motorini senza casco, i walkman con i primi auricolari, Snoopy sui diari, le prime canne …
A molti non è piaciuto, s’è detto che in fondo non fa altro che evidenziare quanto la nostra generazione sia stata la meno attiva degli ultimi decenni. Sarà pur vero, ma che si poteva fare? il ‘68 era nel cassetto, guerre in casa non ne avevamo, ci si limitava a dire no alla Jervolino ma nessuno ricorda il perchè. Forse era giusto dire no, a prescindere. Si conosceva il Vietman solo vedendo Full Metal Jacket. E’ andata così, perchè sentirsi in colpa adesso?
E’ un film che racconta il passaggio tra l’adolescenza e l’età che dovrebbe essere adulta, i problemi scolastici, gli innamoramenti, le paure. Racconta cose che io non ho fatto a quell’età, sesso, feste in piscina, camere tappezzate da poster, fughe in motorino di notte … perchè non le ho fatte? Perchè vivere in un paesino non è come crescere a Roma e perchè avevo (ho) due genitori apprensivi, un filo tradizionali che certe cose me le hanno permesse qualche anno dopo. Mi sono rifatta, sia ben chiaro, certo non è come viverle a 17 anni, ma pazienza. Come me ne conosco almeno una decina, ma siamo diventati grandi, matti, acuti e sensibili lo stesso.
Il film è godibile, per nulla melenso anche se fatto di ricordi; è una storia d’amicizia e di cazzate, G. Faletti è molto convincente nella parte del prof. Carogna, le battute non sono scontate e i protagonisti deliziosi.
Aggiungo che in tanti anni di frequentazioni cinematografiche non mi era mai capitato di sentire la gente in sala cantare sussurrandole le canzoni della colonna sonora e applaudire al finale, molto carino.
Posted by robsom in commedia, drammatico on day 4 of year 2006 at 339 Swatch Internet Time.
Con la pancia ancora piena dei banchetti di Natale e Capodanno, questo film mi sembrava molto adatto. E’ da tanto tempo che volevo vederlo: Il pranzo di Babette, da un libro di Karen Blixen. Io ho una passione smodata per i film “gastronomici”. Non (solo) per golosità, è che trovo affascinante l’intreccio della storia e dei personaggi con il cibo, il modo in cui questo si carica di significati e di simboli. Dopotutto cucinare e mangiare sono innanzitutto espressioni culturali e definiscono ciò che siamo più di ogni altra cosa.
Così il contrasto tra il cibo inconsistente e insapore di una minuscola comunità protestante ultra-puritana sulla costa danese e il cibo raffinato cucinato dalla cuoca francese in esilio è molto più che un contrasto tra odori, sapori e colori. E’ anche, ovviamente, lo scontro tra due modi di intendere la vita e il rifiuto di una cultura che santifica l’automortificazione e il sacrificio fini a sé stessi. Ma questa non è una storia antireligiosa come potrebbe sembrare a prima vista. Anzi, contiene numerosi riferimenti religiosi, a cominciare dal numero di partecipanti alla cena di Babette. E’ piuttosto una storia contro un certo modo di intendere la religione, e il cristianesimo in particolare. Se la vita è sofferenza, perché aumentare questa sofferenza arbitrariamente attraverso la privazione e il sacrificio invece di cercare di alleviarla grazie ai pochi piaceri che ci sono concessi? E che merito se ne potrebbe mai acquistare presso un Dio che ha creato tante cose buone e belle e ci ha dotato dei mezzi per apprezzarle? Vale per il cibo come per altre cose. Infatti il parallelo immediato è quello con l’arte. Non c’è davvero motivo per considerare uno dei 5 sensi più peccaminoso o scandaloso degli altri 4. Se l’arte è un mezzo per glorificare Dio, a maggior ragione può esserlo il cibo e non solo perchè è esso stesso una forma d’arte. In fondo, il Cristianesimo nasce proprio da una cena e se la salvezza passa attraverso pane e vino non potrebbe benissimo passare attraverso foie gras e champagne?
Ad ogni modo io ho deciso che non morirò prima di aver mangiato le cailles en sarcophages. Dopo averle mangiate ci penserò su; tanto che fretta c’è?
The Cailles en Sarcophages were a favourite of General Galliffet. The General had this rather interesting notion that this woman, this head-chef, had the ability to transform a dinner into a kind of… love-affair… yes, a love-affair that made no distinction between spiritual and other… appetites. General Galliffet said that in the past he had fought a duel for the hand of a desired woman. But now in all of France there was not a woman for whom he would risk his life with the exception of the Café Anglais chef.
Posted by gin in commedia on day 313 of year 2005 at 932 Swatch Internet Time.
Confessione: Orlando Bloom fa parte della schiera degli intoccabili. Prendetemi tutto ma non il mio Orly, please.
Definitivamente sciroccate ce ne andiamo al cinema nella serata dedicata alle coppie, cercando di spacciarci per un terzetto lesbo. Inutile, abbiamo pagato il ridotto del mercoledì, ma non il superidotto coppiette.
Il film è una commedia divertente, a tratti poetica. Trovarsi come Drew Baylor, O. Bloom, nel guano lavorativo più profondo dopo aver toccato l’apice del successo planetario, scoprire che tuo padre è morto, convincersi di dover recuperare la salma dal paese natio dove una marea famigliar-paesana ti accoglierà con un filin di sospetto. Non sembra facile e non lo sarà.
Buona la prova di Orlando Bloom, il ragazzo ha delle belle espressioni da perso completo (è un complimento?), la fisicità lo aiuta nella conquista della sala, ma non dispero: qualcuno lo vorrà mettere alla prova con sceneggiature più impegnative, se lo merita.
Kirsten Dunst, Claire nel film, è esilarante e dolcissima, imperdibile la logorrea che la coglie al suo ingresso in scena. Sarà lei a convincere lo sventurato Drew che l’incredibile suicidio approntato e interrotto dagli eventi, può attendere.
Susan Sarandon si conferma eccezionale, la sua scena alla commemorazione del marito defunto per cinque minuti fa dimenticare il resto del cast: divertente, toccante e allegra. Forse è così che dovrebbero essere i funerali, c’è da pensarci seriamente.
Non so se c’è un messaggio profondo e recondito nel film, o se è una semplice commedia per alleggerire la serata. Esco convinta che forse la vita va presa con serenità maggiore, che le disavventure infine si superano, che un po’ di sana musica (pop, rock, country, classica…) può risolvere un momento difficile accompagnata dalla certezza di un amico vero.
Quasi dimentico: Orlando ha delle bellissime mani! Ognuno ha le sue manie; l’ho detto che infine è una commedia, vero?
Claire: To have never taken a solitary road trip across country? I mean everybody’s got to take a road trip, at least once in their lives. Just you and some music.
Posted by yash in commedia, drammatico on day 308 of year 2005 at 925 Swatch Internet Time.
Ancora mi sto chiedendo perchè sono andato a vederlo… eppure lo sapevo.
Probabilmente non tutti saranno d’accordo con le cose che scriverò ora, ma a me questo film non è piaciuto molto, anzi è piaciuto proprio poco.
Lo ammetto, rimpiango il Benigni degli esordi. Il Benigni che fa Benigni. Quello che quando va in tv porta scompiglio, dice quello che gli passa per la testa, quasi in modo liberatorio, per sovrastare il buonismo che ci attanaglia, non quello che va a recitare Dante dicendo di essere un poeta. Quello che ha confezionato dei piccoli grandi capolavori del cinema italiano, a cominciare da “Il Piccolo Diavolo” e “Non ci resta che piangere”, ma anche i più recenti “Il Mostro” e “Johnny Stecchino”.
Tutti film comici, capaci di far ridere e pensare nello stesso tempo. Peccato che poi sia arrivato il classico capolavoro, osannato da tutti a suon di standing ovation, buonismo e premi oscar, e che ha rovinato tutto. Oddio, non voglio dire che “La Vita è Bella” non sia un capolavoro. Lo è indubbiamente, perchè riesce a mescolare generi diversissimi tra loro e a fare sorridere (più che ridere) su temi terribilmente seri, in modo molto umano e toccante. Questo però ha rovinato il Benigni degli esordi, lo ha stravolto.
Vedendo “Le Tigre e la Neve” appare evidente che Roberto, schiacciato dal peso del suo capolavoro, e forse un po’ montato dal fatto che la critica di mezzo mondo l’ha inopportunamente definito “il nuovo Charlie Chaplin” (cara critica di mezzo mondo, per favore, smettila di dire cavolate. Chaplin è Chaplin, e Benigni è Benigni, senza nulla togliere ad alcuno dei due, la differenza è evidentissima), abbia a tutti i costi provato a replicare le atmosfere di “La vita è bella”, senza ovviamente riuscirci.
Il risultato è disarmante:
1) “La Tigre e la Neve” NON E’ un film comico. Anzi, è il film di Benigni che fa meno ridere in assoluto, un po’ perchè non c’è nulla da ridere, un po’ perchè, volendo far ridere su temi delicati di attualità, è più difficile lasciarsi andare come solo lui saprebbe fare. Ci sono pochi momenti comici e geniali, se non la battuta inflazionata in tutti i trailer (e quindi già bruciata, infatti al cinema non ha più riso nessuno) “l’arma di distruzione di massa, l’ho trovata io!” e la scena in cui Roberto, imbottito di medicinali e flebo da portare all’ospedale di Bagdad, incontra un commando americano che lo crede un terrorista imbottito di esplosivi.
2) “La Tigre e la Neve” NON E’ nemmeno un film drammatico. La voglia di far sorridere con temi drammatici ne smorza inevitabilmente la carica
3) “La Tigre e la Neve” NON E’ un film di denuncia. Troppo “politically correct” per esserlo. Se vuoi denunciare la situazione attuale, denunciala, lasciando trasparire il tuo pensiero. In questo film è tutto quanto tropo smorzato per poter costituire una denuncia che possa definirsi tale.
4) “La Tigre e la Neve” infine NON E’ nemmeno un film così tanto poetico come lo descrivono tutti. Almeno per me non lo è: non basta infarcire il film di citazioni tratte da opere poetiche più o meno famose (così tante, che a citarle tutte bisognerebbe trascrivere tutto il film), per dire di aver confezionato un film che parla di poesia.
Ciononostante ci sono cose del film che si salvano. Alcune scene sono ben riuscite, ad esempio l’incontro tra il protagonista e il farmacista di Bagdad che dovrebbe aiutarlo a trovare la medicina giusta, o la già citata scena del commando americano. Promossa a pieni voti la colonna sonora di Piovani, con la partecipazione straordinaria di Tom Waits nella parte di se stesso, e la sequenze oniriche che aprono il film, uno dei pochi momenti davvero toccanti e stralunati, forse davvero poetici, del film.
Peccato che poi la solita morale che “l’amore salva tutto e tutti e vince su tutto” sia un po’ inflazionata, e non la si colga così pienamente da far dire di aver visto un bel film. Peccato. Forse è meglio tornare a far ridere in modo intelligente senza fare la morale a nessuno, come facevi agli esordi, no, Roberto?
Una Cattiveria Colossale: in tutto questo, finalmente, la moglie Nicoletta Braschi, pessima ed inespressiva attrice da sempre, ciononostante onnipresente in tutti i film del marito, ha trovato una parte addatta a lei, e interpretata alla perfezione: quelle della malata in coma! ![]()
Posted by gin in commedia on day 288 of year 2005 at 841 Swatch Internet Time.
Il film è già stato presentato, abbiate pazienza se ci metto del mio solo ora.
Una commedia molto divertente, l’amica da me trascinata in sala alla fine non rimpiange di non avere potuto scegliere l’ennesimo Benigni/Braschi.
Risate garantite su un copione classico reso frizzante e attuale da un’eccezionale J.Fonda e da un’adorabile J.Lo.
Jane Fonda è perfetta, un talento intatto, anni di ginnastica le rendono merito, una fisicità che nasconde J.Lo in più scene. Un ritorno sulle scene da vera signora. Le sue crisi isteriche sono esilaranti, i vestiti deliziosi e la sua
spalla, Wanda Sykes, bastarda il tanto che serve a renderla ancor più perfetta nel suo squilibrato personaggio.
J. Lopez mi piace sempre più come attrice che come cantante, ha la capacità, come C.Z.Jones, di cambiare espressione d’improvviso, restando credibile. Indiscutibilmente è la rivincita delle donne morbide, la scena in cui infilandosi un abito da cocktail di una taglia in meno sbotta con “Ecco, adesso ho due culi!” finisce nella lista delle citazioni memorabili.
Dimenticavo, nel film ci sarebbe perfino un uomo, Michael Vartan, decisamente carino, ma ci si dimentica di lui quasi subito, la scena è tutta delle signore e come spesso accade anche nella realtà l’uomo ci fa la figura dell’ultimo che sa le cose o che non le sa per niente.
Questo film infine ha alimentato due personali antipatie: la prima è quella nei confronti del matrimonio, del mio intendo, la seconda è quella nei confronti di chi porta al cinema i figli piccoli che non capiscono le battute sul “boschetto” di J. Lo… come si fa?
“L’unico momento in cui un uomo si concentra è quando ha un’erezione!”