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Archive for the ‘documentario’ Category

Chasing Ice

Sunday, November 25th, 2012 by

Potrebbe essere spettacolare:

Sacco and Vanzetti

Sunday, August 26th, 2007 by

Sacco e Vanzetti verso la sentenza
Here’s to you Nicola and Bart
Rest forever here in our hearts
The last and final moment is yours
That agony is your triumph!

(Joan Baez)

Sono passati pochi giorni dall’80esimo anniversario dell’omicidio legalizzato dei due anarchici italiani Bartolomeo Vanzetti e Nicola Sacco, il 23 agosto del 1927 a Boston, Massachusetts. Per ricordare, volevo in realtà vedere il film del 1971 con Gian Maria Volontè e musiche di Morricone, ma era pretendere troppo dal mio spacciatore di DVD di fiducia, così mi sono preso un documentario.
La storia è nota, paradossalmente più in America che in Italia, dove si preferisce dimenticare il lato oscuro della nostra emigrazione (Mafia a parte). Erano i tempi in cui il nemico pubblico N. 1 di tutti i governi del mondo erano gli anarchici e l’Italia umbertina e borghese ne esportava in quantità esagerate. Erano i tempi in cui l’anarchia era considerata (a torto) una forma estrema di comunismo e in cui si poteva ancora pensare che la dinamite sarebbe riuscita a distruggere lo Stato oppressore. Ma erano anche i tempi in cui il Sogno Americano, alimentato da uno sviluppo vertiginoso, era più forte che mai.

Vanzetti e Sacco, dovevano ben presto scoprire un aspetto importante del loro sogno. L’America offre grandi possibilità, ma non aiuta nessuno. E’ generosa, ma spietata. Un paese di immigrati che teme l’immigrazione, un paese di libertari che idolatra le istituzioni statali, una nazione fondata sulla libertà e l’uguaglianza continuamente preda di tentazioni autoritarie e razziste. Contraddizioni che forse non sarebbero così stridenti se non fosse per quello che l’America vuole e dice di essere. Le disillusioni poilitiche e sociali spinsero Sacco e Vanzetti, e altri come loro, verso l’anarchia. Lo Stato era responsabile dell’ingiustizia e dell’oppressione, lo Stato avrebbe pagato.
Il film prende la vicenda soprattutto dal lato politico riflettendo sulla vita dei due come piccoli pesci di un movimento anarchico italiano, finiti tra l’incudine di una delle cicliche “cacce alle streghe” cui l’America va soggetta e il martello di una storia di gangster da Far West. Ma il processo contro Sacco e Vanzetti non fu soltanto politico. L’aspetto razzista viene un pò sorvolato, nonostante sia evidente (i testimoni a favore di Vanzetti vennero respinti come inaffidabili in quanto italiani) che abbia svolto un ruolo cruciale. Fu una combinazione di cose: erano radicali e anarchici, quindi bolscevichi e comunisti, italiani, quindi delinquenti e cattolici, quindi papisti, i demoni dell’immaginario collettivo protestante anglosassone.

Fu forse il primo processo mediatico della storia. Furono condannati perchè italiani? Perchè anarchici? Vanzetti era sicuramente innocente, ma Sacco forse era colpevole? Ha senso parlare di pregiudizio anti-italiano visto che i veri colpevoli erano molto probabilmente banditi italiani? In molti sensi, sono domande poco importanti. L’innocenza o la colpevolezza di un imputato è irrilevante quando un processo è così platealmente falsato. Disse l’avvocato difensore: An Italian accused of murder in Massachusetts stands about as much chance of a fair trial as a black man accused of rape in the South. Questo è il vero nodo della storia. La violazione e la sospensione dei diritti civili, delle garanzie legali, dell’habeas corpus, dei contrappesi costituzionali, di cui questo paese, che pure è stato creato su di essi, per essi e con essi, sembra sempre capace con angosciante disinvoltura ogni volta che si sente in pericolo, vero o percepito o indotto. Una volta erano italiani, cattolici, anarchici; oggi sono arabi, musulmani, terroristi. Quando certi principi vengono lasciati o fatti cadere, la legittimità dell’autorità cade con loro.
Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti volevano distruggere uno Stato che vedevano violento, oppressore e ingiusto. Uccidendoli, lo Stato gli ha dato implicitamente e paradossalmente ragione, nel modo più clamoroso possibile.

Sacco and Vanzetti lay bare a lot of mythology about American society, right? It certainly shows what America is supposed to be about and what it has been in certain circumstances.

This is not about Vanzetti. It is not a question of whether he was guilty or innocent. It’s about us.

An Inconvenient Truth

Friday, January 5th, 2007 by

Due dei più grandi problemi della scienza moderna sono la scarsa capacità di comunicare con il pubblico e la suscettibilità a farsi manipolare dalla politica. Sono due problemi strettamente collegati e potenzialmente molto pericolosi. Hanno creato nodi politico-sociali-scientifici praticamente irresolubili su questioni grandi e piccole (ma di sicuro impatto emotivo) della ricerca scientifica attuale: elettrosmog, uranio impoverito, cellule staminali e biotecnologie, evoluzione biologica e, per l’appunto, cambiamenti climatici. Il tentativo di superare questi problemi, informando in modo corretto e relativamente rigorose il pubblico, e di rompere posizioni che sono ormai diventate trincee ideologiche è quindi molto importante e degno di attenzione.
E qui arriva Mr. Al Gore, senatore ed ex-vicepresidente degli Stati Uniti, bda tempo impegnato su questioni cosidette ambientali, a prendere per le corna una delle questioni più politicizzate degli ultimi 20 anni. Che sia un modo per lanciare un attacco trasversale all’amministrazione Bush non c’è da dubitarne, ma questo non vuol dire che non si possa fare lo stesso un lavoro onesto e bilanciato (d’altra parte per smentire un bugiardo patologico basta non allontanarsi troppo dalla verità :)).

Come testimoniato dagli esperti, Gore se la cava bene e costruisce, da bravo avvocato, un buon caso con solide prove e testimoni attendibili. Inframmezzando la discussione scientifica con elementi della sua vita privata (raccontati con voce pensosa e compresa) e confermando la sua fama di uomo politico più prolisso e letale del mondo dopo Castro e Prodi, riesce quasi a sfuggire alla facile accusa di cercare di sfruttare la polemica per cercare di tornare sulla cima della politica americana. Scivola su alcuni facili colpi a effetto (SARS??? Come on!), ma evita la trappola del catastrofismo e, per essere un politico, dimostra di conoscere la scienza e capire di cosa sta parlando, cosa molto rara.

Se si chiude con una idea molto più chiara e precisa di quello che sta succedendo a questo pianeta, non si può però non vedere che il problema principale è proprio lui, Al Gore. Perchè quest’uomo non è un politico qualunque, ma è uno che per ben otto anni è stato il secondo uomo più potente del pianeta.
E allora, Al, dieci e lode per l’impegno, ma tra il 1993 e il 2001 che stavi facendo?

If we do the right thing, then we are going to create a lot of wealth and we are going to create a lot of jobs, because doing the right thing moves us forward.

10 Questions for the Dalai Lama

Friday, January 27th, 2006 by

Assistere a una anteprima di un film o un documentario indipendente, non ancora rilasciato al pubblico è certamente un privilegio. Se poi il regista (nonchè autore, produttore, editor e voce narrante) è in sala il privilegio è doppio. Se il regista ha smanie di protagonismo e ci tiene a fare un discorsetto all’inizio, a metà e alla fine, lo si può anche perdonare, in fondo è un indipendente che si è sbattuto parecchio e ci ha pure messo del suo per fare il film. Però se comincia a infilarsi dappertutto nel film, ad aggiungere le sue idee a quelle di chi dovrebbe intervistare e a propinarci la sua filosofia spicciola buonista-newage-noglobal, alla fine ti viene voglia di tirargli una fucilata in mezzo alle scapole. Con buon pace del Dalai Lama.

Dalai Lama Il tizio, Rick Ray fa quel lavoro che si vorrebbe fare tutti noi. Gira per il mondo e si paga la pagnotta producendo film. E’ pure bravo e la prima parte di questo film, in cui lui gira per l’India alla ricerca delle radici del Buddismo contiene scene veramente da mozzare il fiato. Ci sono incredibili filmati d’archivio del Tibet negli anni ’40 e ’50 e scene dell’invasione comunista, della repressione e delle torture dei tibetani. Molte cose credo mai viste in Occidente a causa della censura cinese. Poi si arriva a Dharamsala, la Piccola Lhasa, capitale del Governo Tibetano in Esilio. E si incontra un uomo, un semplice monaco si definisce lui, straordinario.

Ora, io il Dalai Lama non l’avevo mai sentito parlare. E mi ha completamente spiazzato. Quest’uomo che termina ogni risposta con un gran sorriso e poi scoppia in una sonora risata, smonta orologi per hobby (!) e legge coi piedi appoggiati al muro, si gira i pollici durante una cerimonia ufficiale e poi gioca coi fiori perchè si annoia, si diverte a tirare per la barba un prete ortodosso, fa battute sullo stato di polizia che opprime la sua gente e infine consiglia, in tutta serietà, di organizzare picnic per risolvere il conflitto israelo-palestinese (e per come te lo dice lui tu ci credi davvero che funzionerebbe) fa una impressione pazzesca ed è, semplicemente, GRANDIOSO.

Quando viene messo un pò alle strette, non si fa problemi ad ammettere onestamente che alcune delle sue stesse tradizioni sono obsolete e che ci sono serie limitazioni e problemi nella dottrina di non-violenza a cui ha dedicato la sua vita (e quella del suo popolo). Nè a dire senza esitazione che, anche se il Buddismo sostiene la sacralità di ogni vita, il controllo demografico è una necessità perchè troppe vite mettono in pericolo il benessere e l’esistenza di tutta l’umanità.
Non per dire, ma 30 anni fa l’Occidente andò in delirio per un “si sbalio mi corrigirete” (ormai diventato un “ze spagliate fi korregero”, ma va beh…), come se l’ammissione di poter fare anche un errore triviale fosse chissà quale rivoluzione. E il guaio è che lo era. Per noi, che siamo abituati a cosidetti leader politici e spirituali incattiviti e inaciditi, che si prendono tremendamente sul serio e così arroganti da pretendere di trincerare il mondo dietro le loro allucinanti e inumane posizioni, queste poche parole, semplici, ma pesanti come macigni, appartengono proprio a un altro mondo.
E invece no, forse è proprio arrivato il momento di realizzare che possono appartenere anche a questo, di mondo.

Il Dalai Lama ride, signore e signori. E, cazzo!, magari non sarà come la Garbo, ma ha lo stesso un effetto dirompente.

Bowling for Columbine

Friday, June 10th, 2005 by

Non posso inaugurare questo blog che con un film un pò fuori dal comune che mi è arrivato da una persona fuori dal comune (o fuori di testa fate voi).

Michael Moore è probabilmente uno dei registi meno capiti del mondo. L’intellighenzia europea nel suo spocchioso snobismo anti-americano a priori trova nei suoi lavori la conferma dei suoi pregiudizi, paradossalmente facendo lo stesso ragionamento dei conservatori duri e puri della destra americana. Ma Moore non è nè anti-americano nè poco patriottico, anzi è per molti versi il prototipo dell’americano medio. In Bowling for Columbine prende spunto dal massacro della Columbine High School (a Littleton, Colorado, il 20 aprile 1999 due ragazzi entrarono nella loro scuola armati di fucili mitragliatori e uccisero 13 studenti prima di suicidarsi) per discutere questioni scottanti e delicate, le armi e la violenza cronica della società americana. Che sia un regista con i controattributi si vede: montaggio magistrale, ottima scelta di scene d’archivio, gran commento musicale, provocazioni intelligenti e una buona dose di (auto)ironia, che non guasta mai. Ma il problema non è facile e si perde un pò per strada.

Moore non sembra mettere in discussione l’idea che il possesso di armi è un diritto civile, concetto che l’europeo medio trova incomprensibile ma che è saldamente alla base della democrazia americana, e si concentra piuttosto sulla relazione tra armi e violenza (perchè in America ci sono più omicidi per arma da fuoco che in tutto il resto del mondo civilizzato?), sul controllo delle armi (un conto è avere un fucile, un altro avere un mitragliatore pesante) e sul problema dell’accesso alle armi per i minorenni. Durante una visita in Canada, Moore riesce con poche scene (mitica la visita al ghetto e il giro per i quartieri di Toronto a verificare che le case non sono chiuse a chiave) a distruggere tutta una serie di luoghi comuni e sentenze propagandate da scribacchini da quattro soldi e psico-sociologhi del week-end e arriva direttamente al cuore della questione, introdotta da una serie di interviste a Marylin Manson, al creatore di South Park (che fa una interessante e spietata critica al sistema scolastico) e al produttore di Cops: il razzismo latente della società USA, il sensazionalismo e la violenza dei media, il business della paura che fa tanto comodo a imprese e politici (soprattutto dopo l’11 settembre).

Ma a questo punto perde la bussola. Perchè il discorso del razzismo andrebbe approfondito (non ci sono razzisti in altri paesi?), perchè manca di notare che i mezzi di informazione si comportano nello stesso modo dappertutto, perchè fa confusione tra la violenza dei privati e quella degli stati (che c’entra la guerra in Kosovo col massacro della Columbine?), ma soprattutto perchè si perde in una serie di discorsi sulla povertà, la disoccupazione e il degrado sociale di certe parti degli USA, che contraddicono quasi tutto quello che ha detto e mostrato in precendenza. Oppure scade direttamente nel populismo di bassa lega insinuando una improbabile relazione tra il Ku Klux Klan e la National Rifle Association o andando alla sede della Kmart per convincerli a non vendere proiettili nei loro supermercati (una scena che assomiglia in modo imbarazzante a una puntata di Striscia la notizia).

Alla fine ti lascia così, come altri lavori di Moore. Con un sacco di domande che ti frullano per la testa, pochissime risposte e anche un pò l’impressione che il regista, non sapendo più cosa dire, ha finito per fare un pò di confusione. Anche se, a volte, conoscere la domanda è più importante che conoscere la risposta.

I use the pen, because the pen is mightier than the sword. But you must always keep a sword handy for when the pen fails.