Archive for the ‘drammatico’ Category

Harry Brown

Friday, December 4th, 2009 by

Confesso di essermi precipitata a vedere questo film senza troppe informazioni, mi bastava l’interprete principale, Sir Michael Caine, sulla fiducia. Fiducia meritata e ripagata da una pellicola intensa, senza un solo minuto o una sola inquadratura di troppo.
La storia é ambientata e girata in uno dei quartieri più difficili di Londra, quartiere in cui per altro Caine é nato e cresciuto, donandogli tra le altre cose il suo famigerato accento cockney.
E’ la storia di un uomo rimasto solo, che non riesce a salutare la moglie in punto di morte per colpa di un sottopasso occupato, la storia di un veterano con un solo amico con cui passare le giornate giocando a scacchi al pub, sorseggiando una Ale. E’ la storia di un uomo che decide di diventare un vigilante perché l’alternativa é soccombere, chiudere gli occhi e probabilmente morire dentro ancor prima di finire sottoterra.
Harry Brown si butta senza paura in un mondo che sebbene sia quello in cui é invecchiato non é più il suo mondo, un mondo di spacciatori, di violenti assassini, di drogati senza più niente da perdere, di giovani senza niente da fare e nessuno da rispettare, se non il fornitore di turno. Harry si butta in tutto questo con una determinazione da soldato, usando ogni respiro rimasto.

Inutile dire che Caine é magistrale, regge tutto il film da solo, un’interpretazione perfetta, molto inglese, con zero trucchi per ringiovanirlo o renderlo il giustiziere della notte in stile americano. Ogni scena violenta é reale senza essere splatter, non c’é un filo di machismo americano in questo film e per questo é perfetto, arriva dritto allo stomaco come un pugno.
Vi consiglio di vedere Harry Brown perché sebbene parli di violenza é chiaramente contro la violenza. Ce la mostra brutale, cruda, improvvisa, nuda, senza risparmiare niente. Confesso di aver socchiuso gli occhi in un paio di occasioni, non ce la facevo, ma questa é la verità, questi sono i quartieri-dormitorio che ogni grande città ha, ovunque nel mondo occidentale e questa é la violenza che ci si trova, a volte é utile ricordarcelo.

Di attori come Sir Michael Caine ne restano pochi, pochissimi, per cui se vi va di sentire un po’ di accento cockney, che nella versione italiana si perderà ovviamente, vi lascio quest’intervista, non perdetevela.

Harry-Brown-001

Nota Titoli di Testa: ho da tempo la fissa per i titoli di testa, credo sia colpa di quelli dei vari 007, sempre notevoli, per cui credo metterò sempre questa postilla a fondo recensione.
I titoli di testa di Harry Brown sono minimalisti, in perfetto accordo con il film che precedono. Sfondo completamente nero, caratteri bianchi, piccoli, quasi si fatica a leggerli, font semplice. I nomi degli attori, così come il titolo del film, compaiono uno alla volta, appena scompare un nome appare il successivo, come scritti uno dopo l’altro su una riga invisibile.

Inglouriuos Basterds

Monday, August 24th, 2009 by

Come e’ gia’ capitato per alcuni miei precedenti post questa non sara’ una recensione vera e propria, quanto un consiglio spassionato. La recensione di questo film richiederebbe infatti ore di meditazione, di ricerca dei dettagli, richiederebbe una seconda visione del film stesso, richiederebbe la (ri)visione degli altri precedenti film dello stesso regista e anche la visione di tutti i film a cui e’ ispirato, quindi accettate il consiglio e fidatevi: andate a vedere Inglouriuos Basterds.
Tarantino ha fatto un film degno del successo di botteghino che sta avendo, almeno qui un UK. Un film in cui ci sono talmente tante citazioni musicali e cinematografiche che spero di andare a rivederlo per riuscire a coglierle. E’ nel suo stile violento e splatter per certi versi, comico e grottesco per altri, se non vi sono piaciuti Pulp Fiction e Kill Bill evitate ovviamente, diversamente che ci fate ancora li? Filate al cinema.
Qualcuno ha detto che il film e’ troppo lungo, io proprio non me ne sono accorta, troppo intenso. Consiglierei la visione in lingua originale perche’ Tarantino, tra l’altro, ha compiuto un miracolo su Brad Pitt, l’attore recita con un temibile accento del Tennessee, tanto difficile e pesante che la recensione della BBC suggerisce che potevano sottotitolare anche la sua parte! Infatti tutti i caratteri del film che non sono americani non sono tradotti ma sottotitolati (come quasi sempre in UK), per cui i nazisti parlano in tedesco, i francesi in francese … e quando Pitt deve fingersi italiano la sua parlata e’ meravigliosa! Non so davvero come potranno tradurre questo film, mi dispiace, meta’ della bellezza sta nel linguaggio certe volte. Converrete poi che gli ordini di un kapo nazista sentiti in lingua tedesca hanno tutto un altro suono, meta’ della paura che fanno deriva dalla durezza della lingua tedesca … una malattia della gola piu’ che una lingua.
Dicevo? ah, si, vedetelo in lingua originale se vi riesce.
Fate attenzione ad alcune manie tipiche di Tarantino: piedi di donna, ci sono sempre e sono piedi normali, femminili e visti da vicino, poi le donne di Tarantino, sempre vere, mai troppo giovani, reali insomma, bravo.
Aggiungerei la presenza dell’immancabile mexican standoff e la mania per girare con la telecamera vorticosamente intorno alla scena, da mal di stomaco imminente, la scena si “ferma” proprio un secondo prima che la nausea vi colga, malefico Tarantino!
I colori di certe sue scene sono cosi vivaci da ricordare certe locandine di B-movies degli anni 80, da godersi la scena finale nella regia del cinematografo, luci e colori da fumetto, un indimenticabile tono di rosso.
Infine l’idea che si dovesse lasciare ai nazisti sopravvissuti qualcosa che li rendesse riconoscibili come tali anche una volta tolta la divisa non e’ affatto male, nonostante la crudezza insostenibile del gesto.

Concludo, un po’ come disse Eco dopo aver scritto “Il nome della rosa”: “avevo voglia di assassinare un monaco“, secondo me Tarantino aveva voglia di uccidere un po’ di nazisti, dategli torto.

Lt. Aldo Raine: You probably heard we ain’t in the prisoner-takin’ business; we in the killin’ Nazi business. And cousin, Business is a-boomin’.

Riflettere su A.I.

Sunday, May 3rd, 2009 by

Ieri sera ho rivisto A.I. -Artificial Intelligence- di S. Spielberg, dedicato a S. Kubrick. Com’era accaduto la prima volta mi ha lasciato parecchie domande a cui non é facile trovar risposta.
Una però esula dell’etico e dal personale, quindi la riposto qui: perché questo bel film non é rimasto nei cuori e soprattutto nelle teste delle persone come, per esempio, E.T.? per restare nel campo di Spielberg.
Perché non è divenuto memorabile come avrebbe dovuto?
Perché tocca un argomento difficile quale un robot come surrogato di un figlio, mi si suggerisce. Forse.
Oppure perché non siamo pronti a prenderci la responsabilità di amare una macchina?

Non so rispondere, però é un vero peccato, questo é uno dei migliori film sull’argomento. Peccato anche che Kubrick non abbia potuto partecipare alla realizzazione, sarebbe stato interessante vedere dove ci avrebbe portato il suo genio.

Franklyn

Sunday, April 19th, 2009 by

Un rompicapo da risolvere.

Esiste il genere cinematografico “film puzzle”?
Se non c’è bisognerebbe inventarlo. Io sono un po’ di parte, perché questo tipo di film in genere mi piace moltissimo, se non altro perché tende a prendere storie anche banali da angolazioni completamente inaspettate, con il risultato di essere più stimolante di molti altri film che seguono i canoni classici.

Che cosa è un film puzzle? Beh, è un film che si presenta innanzitutto come un gioco, un rompicapo, un puzzle da risolvere, quindi incasinato abbastanza (e soprattutto volutamente) quel tanto che basta da far mettere in moto i neuroni, volenti o nolenti.
E’ un metodo un po’ subdolo ma efficace. Infatti al cinema non sempre ci si va con l’intento di far funzionare il cervello, o perché si sceglie un film che non ha questa pretesa, o perché non si ha voglia di farlo.
Ma coi “film puzzle” la tecnica del menefreghismo non funziona, perché o ci si sforza di capire il film, non dal punto di vista tematico, ma innanzitutto dal punto di vista logico, o tanto vale uscire dopo 10 minuti buttando via i soldi del biglietto.

Di un paio di “film puzzle” ho già parlato in questo blog: ad esempio “The Prestige” o “eXistenZ” potrebbero essere classificati come tali. Ovviamente tutti i thriller sono un po’ un “gioco degli inganni”, ma qui si sta parlando di film che appositamente e coscientemente cercano di scombinare le carte oltre misura. I due film citati, ognuno secondo i suoi canoni, se lo pongono quasi come obiettivo principale, quello di diventare un “gioco” tra spettatore e regista, facendo passare in secondo piano la trattazione di temi più o meno elaborati.
In realtà, come ho già detto, non è un approccio così sbagliato. Infatti, già che si spinge con la forza lo spettatore a dover pensare per sbrigliare la matassa del film, da lì a meditare anche sulle tematiche offerte il passo è breve. Anzi, spesso risulta essere un metodo più efficace e stimolante, perché finito il film, quando non tutte le tessere sono andate a posto, spesso si incomincia una discussione tra chi ha capito un pezzo di film, e chi ne ha capito un altro, ed è un modo come un altro per “portarsi a casa” il film, con tutto quello che vuole dirci.
I film più classici lo fanno stimolando il cuore e le emozioni, questi film lo fanno stimolando il cervello.

Esistono esempi lampanti ed illustri di film che io classificherei innanzitutto come “film puzzle” e solo in seguito come “thriller” o “fantascienza”. Spero prima o poi di riuscire a parlarne in questo blog: “Memento” ad esempio merita di essere citato tra i capostipite che hanno lanciato la moda, negli ultimi anni; ed ovviamente anche film come “Donnie Darko” o “l’Uomo Senza Sonno”, rispondono perfettamente al genere. E non necessariamente si tratta di film thriller: io nella categoria ci metterei anche film come “Sliding Doors” tanto per dirne uno.

I “film puzzle” in genere sono tutti progetti originali, praticamente non si rifanno mai a storie già scritte, romanzi o fumetti. Vengono scritti appositamente per essere un gioco. Spesso sono i registi alla loro prima prova, a cimentarsi in questi film, e spesso lo fanno per cercare di sottolineare la loro bravura. Dopodichè passano a dedicarsi a film dalla struttura più “classica”.
Che il regista debba essere bravo è ovvio, in questi film tutto deve funzionare, tutto deve avere un senso. Ci sono casi clamorosi (Donnie Darko) dove quasi ogni inquadratura sembra acquisire un senso o fornire un indizio per arrivare alla fine. Perdersi è facile, ma il fatto è accentuato spesso da clamorosi quanto voluti buchi di sceneggiatura, che sono messi lì apposta per non spiegare tutto. Se non si spiega tutto, si accentua lo smarrimento finale, e soprattutto il fatto che ciascuno potrà arrivare ad una soluzione diversa, che non sarà mai spiegata (come in “The Prestige”, ad esempio, o lo stesso “Donnie Darko”).
Altre volte si adottano tecniche particolari di fotografia o montaggio, che fanno lo sporco lavoro di scombinare le carte (come in “Memento”), mentre altre volte è lo stesso tema attorno a cui si costruisce il film a essere fonte naturale di confusione (ad esempio il tema delle realtà parallele, trattato in “eXistenZ”, o temi che riguardano la pazzia trattati in alcuni thriller). E infine ci può essere uno stile visionario, che può scombinare parecchio le carte, arricchendo il film di divagazioni quasi superflue, e trasformando un film lineare in una specie di percorso ad ostacoli (citerei “L’esercito delle 12 Scimmie” che pur non essendo un vero film rompicapo, molto gli si avvicina per lo stile eccezionalmente visionario).

Questi film in genere non amano farsi pubblicità. O meglio, sanno che se la faranno nel tempo. Spesso adottano tecniche di marketing molto alternative, o si basano sul passaparola. In alcuni casi addirittura riescono a farsi una fama ancora prima di uscire nei cinema, grazie al web. “Donnie Darko” è riuscito ad uscire nei cinema dopo due anni dalla sua produzione (più per sfighe varie, che per scelte volute), essendo già film di culto, nonostante non fosse stato visto praticamente da nessuno, se non per spezzoni che giravano in rete, e grazie ad un sito ufficiale costruito ad hoc, e a finti libri messi in rete.

Perché tutta questa introduzione?
Perché ieri sera sono tornato al cinema dopo parecchio tempo, e poiché i film a disposizione non ci sembravano granchè, abbiamo scelto un film sconosciuto, di cui mai nessuno aveva sentito parlare o aveva visto un trailer, e con la sala più vuota delle altre: Franklyn. Ovviamente lo abbiamo scelto per la trama assurda ed incoerente che sembrava avere. Una trama che ha solleticato la curiosità.

Ho scoperto oggi che il regista Mc Morrow è ovviamente un esordiente, e che la storia è del tutto originale, scritta apposta per il film dal registastesso, pur avendo parecchi riferimenti più o meno palesi presi dal mondo dei fumetti, alcuni rimandi da P. Dick, oltre che da film come da “V per Vendetta”, “Dark City”, o “L’uomo senza Sonno”.

La vicenda ruota attorno a 4 personaggi:
ESSER (Bernard Hill) è un padre che ha perso il figlio, e lo sta cercando per le strade di Londra. Mostra la sua foto a tutti quelli che incontra, negli ospedali, nei centri di cura per tossicodipendenti, nei ricoveri per senzatetto. Alcuni sembrano riconoscerlo, ma poi di fatto Esser non riesce mai ad ottenere informazioni definitive su come ritrovare il figlio perduto. La sua foto, in verità, non viene mostrata, e non viene spiegato il motivo che ha portato alla separazione tra padre e figlio.
MILO (Sam Riley) abita a Londra, ed è stato mollato dalla sua ragazza appena due giorni prima del matrimonio. Girovagando per la città senza metà, resta attratto da un figura femminile coi capelli rossi. Comincia a pedinarla, per scoprire che si tratta di una sua vecchia amica di infanzia, di cui era infatuato quando erano piccoli. Un giorno, quasi presagendo un nuovo colpo di fulmine, prende il coraggio a due mani e la invita ad uscire a cena.
EMILIA (Eva Green) vive a Londra, è una studentessa di arte cinematografica con un rapporto conflittuale con la madre, e un padre morto quando era piccola. Emilia vive sola in una casa dall’arredamento dark, e tenta il suicidio una volta a settimana, riprendendo le sue performance con alcune videocamere sparse per casa. Salvata ogni volta, cerca di spacciare i clip come filmati artistici presso il suo insegnante di arte cinematografica. Inoltre, a tempo perso, ama parlare con l’immagine di se stessa, ripresa dalle videocamere di casa e proiettata sul televisore.
Infine, ma non ultimo, c’è J. PRIEST (Ryan Philippe). Priest vive a Meanwhile, Citta di Mezzo, una città tetra, gotica e fantascientifica allo stesso tempo, dove il sole non spunta mai. E’ governata da un dittatore che riesce a mantenere il controllo grazie al fanatismo religioso. Per vivere a Meanwhile bisogna essere un seguace di una delle religioni ufficiali accettate dal regime. C’è in realtà l’imbarazzo della scelta, le religioni registrate al catasto sono decine e molte sono quelle protette dal governo. Priest, per ironia, è l’unico ateo presente in città, e per questo è perseguitato dalla polizia ecclesiastica.
Per vivere fa l’investigatore privato, entrando spesso in contatto con la feccia della società. Per questo di notte ama infilarsi una maschera di cuoio per fare il giustiziere mascherato. La sua missione attuale è quella di trovare l’Individuo, capo di una setta religiosa protetta dal governo che rapisce e sacrifica bambine al suo dio. Il problema è che l’ultima vittima, una bambina di 10 anni, era una persona cara a J. Priest.

Fino a qui, più o meno, il modo in cui era spiegata la trama. Scegliendo a caso, ci siamo imbattuti a tutti gli effetti in un film “rompicapo” da risolvere. Un film che, procedendo parallelamente nelle 4 storie, riesce a rilanciarsi ogni 10 minuti pur senza rivelare sempre tutto. Solo quello che serve per andare avanti.
Il risultato non è definibile come un capolavoro, almeno non al pari di altri film citati in precedenza, però è comunque un gioco riuscito e soprattutto architettato come si deve.
Innanzitutto perché è dotato di un finale che riesce ad intrecciare tutte le vicende parallele (incredibile ma vero, nonostante le premesse, mantiene la promessa!) in modo non troppo pretestuoso ma stimolante, pur senza rendere tutto esplicito e lasciando un sacco di dettagli in sospeso. Inoltre il film è ricco di indizi sparsi qua e là, a volte solo dettagli accennati come è giusto che sia, che dovrebbero servire a mettere alcuni tasselli secondari a posto, ma non necessariamente con lo stesso risultato per tutti.
Nella finzione cinematografiche, le cose possono essere vere o false, allo stesso tempo…

Chi è in realtà il custode della cappella dell’ospedale, uno dei pochi che sembra riconoscere il figlio di Peter, e che dà consigli utili ad Emilia, quando viene ricoverata dopo l’ennesimo suicidio non riuscito? Chi è il personaggio misterioso che sembra conoscere tutti gli altri personaggi e che gira per Londra segnandosi il loro nome su un taccuino, seguito da un numero? Ed Emilia è una artista eclettica e folle, che gira clip di se stessa in modo tale da “poterci parlare insieme”, o riesce a parlare davvero con il televisore? (tra l’altro le sequenze che la riguardano meriterebbero una menzione a parte, perché sono efficaci e ben riuscite. Un tocco visionario non da poco).
E soprattutto, chi è Franklyn?
Eh già, perché il personaggio che dà il nome al film, praticamente non appare mai (forse, ma ci sono sospetti), se non per una fugace apparizione su una targhetta di un citofono. Notevole esempio di recitazione.

I temi trattati dal film sono del tutto secondari rispetto al gioco della trama. Però non sono da sottovalutare, perché rendono il film interessante anche per gli spunti un po’ anarchici, visionari e politicamente scorretti che può offrire. Uno su tutti la religione additata come mezzo di controllo dei popoli.

“La religione è necessaria per chi crede, nociva per chi non crede, utile per chi governa” (J. Priest)

“Se dio c’è ed è buono, perché permette che venga fatto del male ad una bambina di 10 anni? Forse dio non c’è. Oppure se c’è, non è buono come si crede. O ancora, se dio c’è ed è buono, allora non può fare niente per impedire il male. Ed allora perché chiamarlo dio?” (J. Priest)

Il tema non è trattato solo in modo serioso. A dir la verità viene anche “sbeffeggiato” con ironia, cosa di cui a dir la verità il film è abbastanza ricco, nonostante l’ambientazione sia di ben altro tipo.
Tra le religioni accreditate di Meanwhile c’è, ad esempio, la Chiesa delle Manicuriste del Settimo Giorno, il cui dio cambia capigliatura ad ogni luna nuova. O ancora una setta il cui fondatore, con il tipico tono del predicatore, va in giro per le strade a leggere e declamare… il libretto di istruzioni della lavatrice! In effetti a volte per non far uscire tutto colorato in rosa o in azzurro, ci vuole un atto di fede.

Insomma, non so se il film resisterà per molto nei cinema, e se il passaparola sarà efficace (gli spettatori presenti in sala ieri, di cui praticamente nessun adolescente brufoloso, sembravano tutti abbastanza soddisfatti) e non lo metterei tra i capolavori da ricordare, ma magari una visione privata se la merita, per una serata diversa dal solito…

Vicky Cristina Barcelona

Sunday, March 15th, 2009 by

Chiariamolo subito a scanso di equivoci: nonostante l’abbia scoperto in tempi recenti, alla sottoscritta Allen piace da impazzire, come regista intendo. Non sostengo che abbia fatto solo capolavori, ma i suoi film hanno tutti qualcosa di geniale, di profondo, di ridicolo, di esagerato, di provocatorio, lasciano il tempo di pensare e ti fanno capire certe cose o te ne fanno vedere altre che non avevi mai considerato. Per questo mi piace.

Questa pellicola non fa eccezione, molto godibile, divertente, con luci spettacolari, Allen sa fare di più ma forse questo film va bene così com’é.
Qualcuno nei commenti allo stesso film sul un altro blog cinefilo ha detto che se Allen girasse un film a Pescara o Legnano farebbe venire voglia di trasferirsi perfino lì. E’ dannatamente vero, la Barcellona ripresa é calda, assolata, giovane, in perenne movimento, piena di ormoni, di cose belle e di vino tinto, ma quanto bevono in questo film?

Storia: due amiche americane assai diverse tra di loro trascorrono l’estate a Barcellona ospiti di amici. A una mostra incrociano un artista folle noto per il burrascoso passato con l’ex moglie, fanno conoscenza, una della due decide che é giunto il momento e il luogo di buttarsi in un’altra avventura assecondando l’artista e seguendolo in un viaggio che durerà tutta l’estate.
Il film parla di molte cose, parte lento, arriva al culmine, poi torna indietro. Sembra banale, sembra il trionfo della normalità e forse lo é. Ci racconta molte cose sulle relazioni tra persone, sull’amore, sugli equilibri amorosi che forse non sempre prevedono due cuori e una capanna per funzionare, a volte ne servono tre di cuori. Così come certe volte ti serve qualcuno molto distante dal tuo modo di essere per capire cosa non vuoi, per capire quale sia il tuo talento e per seguirlo, per scoprire che non sai dove andare ma sai che devi provare altro.

La famigerata scena del bacio saffico, molto bella, sexy, per niente volgare e decisamente intrigante, non vale l’espressione di S. Johansson quando racconta all’amica e al di lei pedantissimo fidanzato, delle sue esperienze saffiche e della vita a tre: un’espressione semplice, rassicurante, dolce, come stesse dicendo che ha assaggiato il gelato al gusto pistacchio e davvero non é niente male. Insomma fa sembrare tutto una cosa normale, stuzzicante certo ma per nulla morbosa o deviata.
La morbosità sta davvero sempre negli occhi di chi guarda, forse.

A molti é parsa noiosa la voce narrante fuori campo, a me non é dispiaciuta affatto, evidenzia alcuni aspetti della storia e rende più corale il film. Poi forse é stata mal tradotta, vai a sapere lo scempio che han fatto in italiano.

Scarlett Johansson dovrebbe imparare a tenere in mano una macchina fotografica! Per il resto questa ultima musa di Allen ha il pregio di sembrare sembre bimbesca nelle sue espressioni, anche le scene più calde risultano passionali e intriganti ma in modo così lieve ed elegante che nessun’altra forse avrebbe potuto interpretare il ruolo altrettanto bene.
A Penelope Cruz la parte della pazza isterica viene molto bene, sarà perché é latina? Non so se era davvero un’interpretazione da Oscar, però ammetto la sua bravura in questo ruolo, molto sexy anche lei.
Rebecca Hall é davvero parecchio carina e molto brava nel ruolo della bilanciata, razionale, fidanzatissima talvolta petulante americana che però scopre qualcosa nel suo profondo, qualcosa che non sapeva.
Poi c’é Javier Bardem, l’avete presente? No, non é bello, lo so e dopo la sua spettacolare ma allucinante interpretazione ne “Non é un paese per vecchi” temevo di non riuscire più a trovarlo conturbante, invece … invece lo é eccome. Nello stereotipo dell’artista genialodie svitato, sexy, sbruffone, affascinante, sensibile. La smetto, ma resta uno schianta-ormoni.

Vicky: Oh, right. you’re asking us to fly to Oviedo and back.

Juan Antonio: Mmmm. No, we’ll spend the weekend. I mean, I’ll show you around the city, and we’ll eat well. We’ll drink good wine. We’ll make love.

Vicky: Yeah, who exactly is going to make love?

Juan Antonio: Hopefully, the three of us.



Nota d’apprezzamento: Robsom e io abbiamo visto il film all’ultimo spettacolo dell’ultimo giorno di proiezione, in sala eravamo in 6 (sei) persone. Praticamente una proiezione privata, un’esperienza che consiglio appena possibile.