Archive for the ‘storico/biografico’ Category

The notorious Bettie Page

Wednesday, January 21st, 2009 by

She knows what you want; she wants it, too.

E’ il novembre del 1947. Una sconosciuta ragazza del Tennessee scende alla stazione del Greyhound di New York. E’ in fuga da una famiglia difficile, da un ambiente povero e degradato e da un marito violento. La sua è una storia come tante, di occasioni mancate per un soffio (arriva seconda al concorso per una prestigiosa borsa di studio), e speranze deluse. E come tante altre è arrivata a New York per rifarsi una vita e inseguire il sogno di diventare attrice. Sembra l’inizio di una storia scritta da uno sceneggiatore a corto di fantasia, che non trova niente di meglio che ripescare tutti i luoghi comuni dell’American Dream. Invece, sta per iniziare una leggenda e, senza che nessuno se ne renda conto, una rivoluzione epocale.

Armata solo di un sorriso devastante, Bettie diventerà in pochi anni The Pin-Up Queen of the Universe, lancerà al successo Playboy (il cui fondatore continuerà ossessivamente per anni a cercare lei in ogni sua modella), sdoganerà l’erotismo “clandestino” fetish/bondage/sado-maso, e sgretolerà a colpi di tacchi a spillo il moralismo e l’ipocrisia della borghesia americana creando le premesse per la Rivoluzione Sessuale degli anni ’60. Poi sparì, ma il suo revival negli anni ’80 e ’90 la trasformò, con la sua inconfondibile frangetta nera, in una delle icone pop più note del secolo, ispirando attrici e cantanti e portando alla (re)invenzione di un nuovo genere di spettacolo, il Burlesque.

Una donna notevole, la cui storia poco nota meritava di essere raccontata. Come ogni femme-fatale che si rispetti, Bettie Page era un mistero e una contraddizione: intelligente, ingenua, disinibita, repressa, femminista, tradizionalista e religiosa al punto da sfiorare il bigottismo, venne sballottata qua e là dalla vita mentre proiettava un’immagine di donna indipendente e padrona di sè, del suo corpo e della sua sessualità. Divenne lo stereotipo della pin-up, interpretando quell’impossibile tensione tra libertà e puritanesimo, malizia e innocenza, in modo così perfetto che sembrava fosse stato creato apposta per lei. Quasi incosciente del significato di quello faceva e inconsapevole del fatto che questa sua incoscienza la rendeva ancora più esplosiva.

Accanto alle foto da pin-up Bettie posava, senza vederne fondamentale differenza, per foto di bondage e sado-maso, allora proibite come oscene. Il successo fu travolgente, per un genere fino a quel momento clandestino, e non poteva non attrarre l’attenzione morbosa dei guardiani della moralità pubblica. Nel 1958, il “caso Page” venne affrontato dall’infame Commissione per la Delinquenza Giovanile del Senato, che si era autoincaricata di difendere la “sanità morale” dell’America e arrogata il diritto di decidere cosa fosse giusto, sano e normale.
Per Bettie forse non sarebbe cambiato niente: la sua vita aveva ormai preso un’altra svolta. Non ha mai rinnegato quello che ha fatto. Forse non lo ha mai capito davvero. L’ultima parola spetta a lei:

Bettie Page Bettie Page Bettie Page Bettie Page

l’armata

Saturday, June 28th, 2008 by

branca

mi è venuta voglia di rivederlo…
forse perchè l’ho visto anni fa, ero un ragazzino e ho solo un ricordo un po’ frammentario e confuso…
ma un capolavoro è un capolavoro, no?

300

Monday, March 26th, 2007 by

Innanzi tutto, non aspettatevi un film puramente storico. Di sicuro prende origine da un fatto reale e segue la vicenda storicamente nota, ma la narrazione poco per volta lascia spazio a concessioni fantasiose e fantastiche; invenzioni narrative necessarie per creare una trama cinematograficamente vendibile, ed esagerazioni visive, grottesche e caricaturali, che non sono però fini a sè stesse: i personaggi mostruosi, sproporzionati o deformi, le scalate impossibili e l’esercito smisurato di Serse…le piogge di frecce che oscurano il sole….tutto ha una funzione metaforica che serve a sottolineare dei concetti, i più evidenti dei quali sono la mostruosità del tradimento, e ancor di più la smisurata potenza dell’esercito persiano a fronte dei 300 guerrieri spartani.
Ai puristi della storia verrà da storcere il naso vedendo certi…reparti dell’esercito di Serse; chi invece si reca al cinema consapevole di vedere una storia reale….fumettizzata, accetterà di buon grado queste “libertà”.
Per il resto, direi che è quasi scontato rilevare una fotografia da fumetto. Ogni fotogramma potrebbe stare tra 4 righe bianche su una pagina. I paesaggi sono sempre poco definiti, quello che conta sono i personaggi (o le masse di personaggi: la fiumana persiana o la compatta falange spartana, o…l’ammasso di cadaveri).
Le stesse luci sono fatte ad hoc per rendere l’effetto di china su carta, in certi casi…mi sovviene un controluce, all’inizio della marcia dei 300, quando arrivano ad un villaggio, che è veramente fumettistico, come del resto il lupo (grazie alle proporzioni caricaturali di cui sopra ed alle luci appunto) all’inizio del film.
Passiamo all’uso del colore (un dettaglio che mi colpisce sempre ;-) ): anche qui il colore può essere visto con una valenza narrativa: c’è il grigio della notte e dell’attesa….c’è il giallo oro della terra, dei campi di grano di Sparta…e c’è il porpora dei matelli degli spartani…e del sangue in battaglia.
Purtroppo devo riportare anche una nota negativa, e si tratta dei dialoghi, troppo made in usa. Se in certi casi le battute di Leonida fanno sorridere, colpiscono nel segno col loro..umorismo virile e guerriero, e le si possono accettare in virtù dello stile fumettistico e non sotrico del film, in certi casi alcune affermazioni rasentano però il ridicolo, quasi a livelli del mitico “stai sanguinando – no, non ne ho tempo” di Schwarzeneggeriana memoria (dal film: “Predator”). Ed anche i dialoghi pseuodopolitici della moglie e del consigliere Peròne, Pelòne, Teròne, non-ho-capito-il-nòme, sono un po’ troppo impostati…E nel complesso, la cosa più negativa dei dialoghi è il disaccordo tra affermazioni solenni, impostate in maniera quasi teatrale, e battute da action movie. Peccato.
Buona la regia, specialmente nei combattimenti, nei quali sembra di essere presi in prima persona, grazie anche all’uso di un montaggio concitato (come spesso avviene in situazioni simili). Piacevole anche l’alternzana di slow motion e rapide accelerazioni (memorabile e maestoso l’incedere di Leonida tra i persiani….rapido affondo…..slow motion per cattuare l’attimo….veloce ancora avanti…rallenta per fissare l’istante…di grande effetto, bravi).
Le musiche: buone, diciamo…da 7 più: in certi casi enfatizzano bene il momento, si sentono nelle ossa, soprattutto nel crescendo d’adrenalina che precede gli scontri.
Dieci invece alle coreografie di combattimento: dei balletti macabri, una danza mortale ed elegantissima.
Infine, certe immagini, nella loro esagerazione, nel loro dire più di quello che mostrano, sono PURO PIACERE PER GLI OCCHI.
Una delle inquadrature finali sui vincitori ormai sconfitti, ad esempio, sembra un dipinto neoclassico, sembra un quadro di Jacques-Louis David.
credo si sia capito che il mio giudizio finale è più che positivo…certo bisogna tener presente che non è un film puramente storico. Accettato questo dato di fatto, si può sprofondare nella poltroncina, e lasciarsi travolgere dalla potenza delle immagini e farsi infiammare dalla grandezza di Leonida.
E, come dice la locandina del film, “Preparatevi alla GLORIA“.

Torna col tuo scudo..o su di esso.

“Ma spartano (spart’ano) è quando tiri in su il tanga?” (Simone il Campione)

Maria Antonietta

Friday, December 8th, 2006 by

In alcuni blog s’è scritto di questo film, s’è detto che contiene tutto: musica, scenografia, costumi … ma manca della storia. Il punto secondo me é che la storia non serve proprio, forse non è un film in cui si vuole raccontare la vita, arcinota, di Maria Antonietta, è un film di costume, di emozioni, di lotte e sentimenti, quasi mai buoni, un film di vestiti incantevoli, panorami spettacolari, dolci strepitosi, scarpe a profusione, scorci incantevoli di un mondo che non esiste più. Non esistono più vere regine, buone o cattive, siamo rimasti tristemente in compagnia di capricciose, furbe ereditiere.
Il film corre via divertendo senza alcun problema, le musiche pop riempiono e sovrastano il minuetto dell’epoca, la modernità, la normalità di una ragazza-sovrana spiccano dentro quest’atmosfera caramellosa, piena di golosità mangiate con avidità, dentro questa vita agiata, noiosa, da riempire di cagnetti infiocchettati, centinaia di scarpe (ah, sex and the city!), parrucchieri omosessuali. Una piatta vita matrimoniale, la mancanza d’attenzioni del sovrano, adolescente anch’egli, da tamponare con feste in maschera, vestiti, corsetti, musica, teatro.
Una ragazza è una ragazza ovunque.
Versailles è una scenografia naturale mozzafiato, piacevole l’idea di far passare Maria Antonietta più volte sotto lo stesso porticato, interessante osservarla dalla stessa inquadratura nei diversi momenti della vita. Il dubbio è che questo fatto sia legato alle autorizzazioni alle riprese dentro la reggia, non lo escluderei.
Divertente la scena della prima notte di nozze, molteplici curiosi spettatori, cameriere a rimboccare le coperte, vescovo a dare la benedizione. Esilarante.
Meravigliosa, sottolineo meravigliosa, la corsetteria abilmente nascosta o esposta dalle dame dell’epoca, il conte Fersen aveva il suo bel da fare con le donzelle, ma del resto chi di voi saprebbe resistere a corsetti e parigine? (e non mi riferisco alle fanciulle di Parigi!)

Maria Antonietta: “Questo è ridicolo!”
Contessa: “Questo, Madame, è Versailles!”

Munich

Monday, March 20th, 2006 by

Non posso dire che l’ultima opera di zio Steven mi abbia deluso. Non posso nemmeno dire che mi abbia entusiasmato.
Tecnicamente (quasi) perfetto (come sempre), solo che, conoscendo lui e il soggetto così politicamente sensibile, mi aspettavo un approccio un poco più emotivo. Invece è didascalico, quasi freddo. Diciamo anche che Eric Bana piacerà pure alle donne, ma non è proprio questo attorone, il che non aiuta di certo.

Spielberg è un regista troppo esperto perchè questo non sia un effetto voluto, per cui la mia impressione è che parli di Israele, ma stia parlando all’America. In piena “guerra al terrore” (qualunque cosa voglia dire) e con un paese sconvolto dagli scandali di torture, intercettazioni illegali, campi di concentramento e via discendendo nell’orrore, Spielberg sembra voler dire: “guardate che di qua non si va da nessuna parte, rischiamo di fare la fine di israeliani e palestinesi.” Purtroppo l’impegno politico lascia un pò in disparte il tema della vendetta che con il suo groviglio di ambiguità, contraddizioni, sensi di colpa, tormenti interiori e passioni, si presta a elaborazioni artistiche notevoli (dal “Conte di Montecristo” in poi), che magari sarebbe stato un poco scontato, ma avrebbe aggiunto spessore alla storia.

Personalmente l’ho trovato molto più interessante dal punto di vista storico. La ricostruzione dell’assalto al villaggio olimpico, la pavidità dell’Europa pronta a scendere a patti coi terroristi per quieto vivere (e oggi ne paga il prezzo), l’isolamento e la fredda determinazione di Israele (incarnato in una grandiosa Golda Meir), le ambiguità dei rapporti tra l’OLP e i servizi segreti americani e sovietici nell’ambito della più ampia partita della Guerra Fredda, la strana relazione tra il terrorismo ideologico (RAF, Brigate Rosse) e quello nazionalista (IRA, OLP, ETA), la cialtroneria, allora come oggi, dei leader palestinesi. Tutti pezzi di storia e particolari che i dilettanti della politica nostrani preferiscono ignorare o, peggio, che non hanno mai saputo.

Per uno come Spielberg è una visione della politica e della storia sorprendentemente cupa e cinica, che rende abbastanza incomprensibili le polemiche che hanno investito Munich. Qua non si fa del “relativismo etico”, non si fa “apologia di terrorismo”, non si giustificano gli assassinii mirati. Neppure si fa del pacifismo. Al contrario, si prende pragmaticamente, anche se dolorosamente, atto del fatto che il mondo è una giungla dove vale la legge del più forte. La questione infatti non è tanto se sia morale o giusto, quanto piuttosto se sia utile uccidere il nemico (“Why should I cut my nails? They’ll only grow back again.”). Munich vorrebbe mostrare che così non si può che perpetuare la tragedia, ma ne viene fuori un quadro in cui la tragedia sembra cupamente inevitabile e, alla fine, l’unico che sembra aver capito come girano le cose è Ephraim, il cinico controllore del Mossad interpretato da un eccezionale Geoffrey Rush.
Inutile cercare la giustizia in questo mondo. Come diceva qualcuno, la Giustizia è appannaggio di Dio, privilegio dell’Uomo è la Vendetta.

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