Archive for the ‘thriller/horror’ Category

La città verrà distrutta all’alba

Sunday, May 9th, 2010 by schuck

Onestamente non c’è nulla in questo film che faccia gridare al capolavoro (non la recitazione dei protagonisti, nè gli effetti speciali, nè tantomeno i dialoghi piuttosto scontati). D’altro canto, però, c’è da dire che non era facile tirare fuori qualcosa di nuovo dal filone già riccamente sfruttato (“l’ombra dello scorpione”, “virus letale”, “28 giorni dopo”, “io sono leggenda” , giusto per dire i primi che mi vengono in mente) dell’epidemia distruttiva.
In questo caso, però, non è tutto il mondo ad essere infettato, ma solo (forse) la cittadina di Ogden Marsh. Di conseguenza, come dice il titolo, la città deve essere messa in quarantena, ed eventualmente…sistemata in maniera radicale.
Se raccontassi altro circa la trama, rischierei di spoilerare troppo, ma credo non sia nemmeno difficile intuire cosa possa succedere. E se dico “Esercito”, l’ossatura del film si compone da sola, vero? E così come telai simili possono sostenere carrozzerie diverse, lo stesso vale per questo film: città infetta, interviene l’esercito…chissà che piega prenderà mai la situazione…
In tutto questo comunque c’è spazio anche per qualche citazione classica (l’arma del delitto che striscia su pavimento e/o parete, lasciando la sua scia di sangue), qualche trovata degna di nota (che non racconto per non bruciare la suspance a chi di voi magari guarderà questo film), e qualche goccia di miele (non so a voi, ma a me il buonismo holliwoodiano ha un po’ sfasciato gli zebedei).
Infine, leggo tra i produttori anche il nome di George Romero. Da un lato la sua firma in calce all’opera spiega molte cose…dall’altro, fa un po’ triste vederlo copiare da sè stesso, e copiare in maniera così approssimativa.
Ah, scopro ora, a cose fatte, che mai giudizio fu più appropriato: questo film è un remake dell’omonimo del ’73 diretto dallo stesso Romero.

Insomma, il giudizio finale al film è una sufficienza presa per il rotto della cuffia, diciamo che è un buon film da vedere senza impegno la domenica sera, giusto per chiudere in relax il weekend e tenere lontana l’idea che domani sarà lunedì.

Ah, piccola nota per il titolo: quello che da noi è “La Città verrà distrutta all’alba”, nella sua versione originale si chiama “The Crazies”. Ma le colpe di questo crimine si perdono nel tempo: anche l’originale del ’73 si intitolava “The Crazies”, ed anche quello fu ribattezzato nello Stivale: “La Città..” eccetera eccetera.

Shutter Island

Sunday, April 11th, 2010 by yash

“Dottor Sheehan, lei pensa sia meglio vivere da mostri, o morire da uomini per bene?”

Ovvero quando un film non è niente di nuovo sotto il sole, ma è fatto decisamente bene…

Shutter Island è la storia di due agenti federali (Leonardo di Caprio e Mark Ruffalo) che vengono spediti con un battello su un’isola che è sede dell’Ashcliff Hospital, uno dei manicomi criminali più grandi degli Stati Uniti, che ospita i pazzi criminali più pericolosi mai esistiti.
I due agenti arrivano sull’isola per investigare sulla scomparsa misteriosa di una pericolosa infanticida, Rachel Solando, che sembra essersi dileguata nel nulla dalla sua cella blindata, senza lasciare alcuna traccia. L’agente Daniels pare nutrire fin dal principio dei forti sospetti sulla veridicità delle dichiarazioni di medici ed infermieri, che sembrano nascondere (male) una verità scomoda.
Un uragano costringe i due agenti a protrarre il soggiorno sull’isola, durante il quale le indagini proseguono ed emergono particolari sempre più inquietanti, con una trama che riesce a rilanciarsi abbastanza spesso da far passare le due ore di film in un batter d’occhio.

Ci sono pazienti che sembrano essere più lucidi di altri e sembrano sapere più cose di quel che sarebbe loro concesso. Alcuni di loro sembrano suggerire più o meno esplicitamente ai due agenti di fuggire il prima possibile da Shutter Island, perché il rischio e che restino lì per sempre.
Altri pazienti, i più pericolosi, sono segregati nel blocco C dell’istituto, una specie di fortezza dove nessuno può mettere piede, a parte un numero ristretto di infermieri. Altri pazienti sembrano essere spariti nel nulla, negli anni, e il sospetto degli agenti è che nell’ospedale si conducano esperimenti illegali su nuove tecniche di lobotomia. E poi la storia profondamente inquietante di un ex-agente dell’FBI che anni addietro si era recato a Shutter Island per indagare sulla gestione dell’istituto, e che era finito rinchiuso come paziente nell’istituto stesso per sospetta schizofrenia e perdita di contatto con la realtà.
E ancora un nuovo rilancio della trama, già abbastanza contorta, con il ritrovamento di Rachel Solando che si dimostra essere qualcuno che gli agenti non avrebbero mai sospettato.

Come se non bastasse tutto questo, l’agente Daniels inizia ad avere delle visioni notturne che riguardano la moglie defunta in un incendio avvenuto in casa, e le sue esperienze di guerra contro gli ufficiali nazisti.

E qui bisogna dirlo. Queste sequenze oniriche, che intervallano il film, sono decisamente spettacolari. Hanno tutto quello che serve per renderle un cult: sono incisive, sono ricche di citazioni e simbolismi (come a dire che se interpretare i sogni ci aiuta a capire meglio la realtà, allora è giusto che i sogni siano così pieni di indizi, da raccontare più verità di quante non ne racconti il resto del film… quindi occhio, guardatele con attenzione perché non sono campate per aria), sono irrazionali ed insensate, hanno una buona potenza visiva ed emotiva e mescolano stili cinematografici diversi tra loro (si passa in pochi fotogrammi da un film sentimentale, ad un horror quasi splatter, e viceversa).

Siamo di fronte ad un classico thriller che ha l’obiettivo di inquinare le acque e di agitarle, spesso senza motivo, perché in questo modo tutto viene reso molto difficile da comprendere. La tecnica non è nuova. Se il film è fatto e confezionato molto bene, come in questo caso, è sempre piacevole farsi ingannare.

La storia ha taglio psichiatrico, che si presta molto bene a confondere ancora di più le acque, e permette un buon ritorno emotivo da parte di chi guarda.
Scorsese con gli anni sembra essere diventato un relativista assoluto, e non è nuovo a giochi di questo genere. Poco tempo fa ha cercato di dirci che “il bene e il male” sono concetti decisamente relativi. Possono addirittura scambiarsi i ruoli, senza che nessuna struttura morale venga alterata da questo scambio.

Ora cosa cerca di dirci, se non che la verità e la menzogna…. sono la stessa cosa? Perché verità e menzogna sono una costruzione della società e della mente, e quindi non sono concetti assoluti.

Sono una costruzione della società, perché chi decide chi deve finire in manicomio e chi no, se non la società stessa? E’ la maggioranza che decide cosa è normale e cosa è anormale, cosa è lucidità e cosa è pazzia. Chi deve stare da una parte o dall’altra delle sbarre. Chi è il medico e chi il paziente.

Sono una costruzione della mente, perché la mente umana cerca di mettere a posto tutte le tessere del mosaico in modo razionale, ma a volte lo fa sbagliando, ovvero mettendo delle tessere al posto sbagliato. L’importante è che alla fine tutto abbia una spiegazione logica, e che non ci siano tessere rimaste senza posizione (che equivalgono ad una spiegazione irrazionale della realtà), anche a costo di metterne qualcuna nel posto sbagliato.

Ci si ritrova a credere a qualcosa di palesemente falso, solo perché fa comodo crederlo, o peggio ancora solo perché è la struttura sociale a spingerci a credere che sia vero.
A volte la menzogna è comoda e ci fornisce un ottimo alibi per non accettare la realtà e a non combattere contro i fantasmi che crea. Il dramma sta nello scoprirsi essere umani che vivono completamente avulsi dalla realtà, e comprendere che questa è una difesa contro qualcosa che non piace.

Se noi guardiamo la piccola società che vive all’interno di Shutter Island, possiamo vedere una netta metafora che è uno spaccato della società umana.

Una pecca del film? C’è e non c’è allo stesso tempo…
La pecca potrebbe essere che la storia non è nuova, e nemmeno il tipo di inganno che nasconde. Alla fine, se uno bazzica un po’ film di questo genere, arriva a capire la sorpresa finale già a metà film.

Tuttavia, nonostante il finale esplicito a sorpresa possa non essere una vera sorpresa, il film lascia lo spazio ad una ulteriore interpretazione aggiuntiva, che invece è più intrigante perché è del tutto aperta ed irrisolta, ed è una possibile fonte di discussione fuori dalla sala, o a tv spenta.

Nonostante tutto, questo è un film riuscito per molti motivi e meritevole di essere visto, e che dimostra che un thriller non può basare se stesso solo sull’effetto sorpresa finale, come spesso molti thriller degli ultimi anni ci hanno abituato a credere.

Jennifer’s Body

Wednesday, March 24th, 2010 by schuck

Stasera mi son guardato Jennifer’s Body sul pc.
Non è che ci sia da fare una gran recensione. A dir la verità, ogni tanto mi chiedevo: “ma perchè lo sto guardando?” poi compariva Megan Fox e mi dicevo “ah, già” (non che la co-protagonista, Amanda Seyfried, sia tanto peggio, comunque..anche se nel film è una specie di Lisa Simpson)
Il film, un horror con bocche pieni di denti (tutti aguzzi) ed abbondanti spargimenti di sangue, è diretto da Karyn Kusama (toh, una donna), già regista di Aeon Flux e scritto da Diablo Cody (toh, un’altra donna).
La trama…beh, non la racconto per non rovinare la sorpresa a chi decidesse di vederlo, ma diciamo che non è nulla di stratosferico. Troppe cose succedono senza un perchè, e senza che nessuno approfondisca come sarebbe normale. Certo, questo rende il racconto più scorrevole, ma anche meno verosimile. Oddio, non che si possa pretendere che un horror con demoni cannibali nelle spoglie di una reginetta del liceo sia verosimile…ma, ecco, almeno un po’ di coerenza, suvvia. Invece lo sceneggiatore preferisce glissare su alcune cose, per non complicarsi troppo la vita. E così abbiamo gli adulti quasi sempre assenti, la polizia che non si sa cosa faccia mentre i ragazzi muoiono sbranati, un professore che vuol essere l’ ADULTO per antonomasia ma resta una macchietta priva di spessore…non ci siamo, non ci siamo. Poi ricompare Megan/Jennifer e….no, scusate di cosa stavo parlando? Mi sono distratto, quindi uso la tattica degli autori del film: butto dentro un altro po’ di Megan Fox, così anche la recensione ne guadagna.
C’è da riconoscere che un po’ di originalità nel soggetto originale c’è..potrei anche dire il perchè, ma rischierei di spoilerare troppo, visto che si capisce dall’inizio il “cosa”, ma il “perchè” viene rivelato alla fine, quindi, non ve lo dico.
Infine, il film guadagna qualche punto extra grazie ai dialoghi: così assurdi e paradossali da diventare volutamente ironici, e perchè no, divertenti. Vi lascio qualche perla, se volete leggerla, ma attenzione: pericolo spoiler!

Needy:”crede che sei ancora vergine, ecco perchè!”
Jennifer:”che cosa? ma se non sono neanche più vergine nell’uscita di servizio..grazie a Roman…e a proposito..un male! il giorno dopo anzichè uscire sono rimasta a casa col culo su un pacco di piselli surgelati!”

Cantante1:”e per stupire Satana possiamo solo sbudellarti, e dissanguarti”
Cantante2″..e poi Dark si metterà la tua faccia!…”
Cantante1″rilassati, questa era solo una battuta..ma tutto il resto succederà, però”

Needy:”anche quando eravamo piccole tu rubavi i miei giocattoli e mi versavi la limonata sul letto”
Jennifer:”..e adesso mi mangio il tuo ragazzo..”

Drag Me To Hell

Monday, September 21st, 2009 by yash

Quando hanno intervistato Sam Raimi, chiedendogli come mai, dopo l’enorme successo della serie di Spiderman, con critica e pubblico concordi nel riconoscere la sua bravura anche in film spietatamente commerciali, ha pensato di tornare ad auto-produrre un film così piccolo e di nicchia, lui ha risposto: “perché avevo voglia di tornare a divertirmi, senza essere asfissiato da produzioni elefantiache, e senza spendere nulla”…

Purtroppo il grande pubblico conosce Sam Raimi solo per la regia di Spiderman e poco altro, quindi le parole dell’intervista avranno detto poco o nulla… ma a molti fan, che conoscevano i precedenti del regista, prospettare un ritorno all’horror “a-modo-suo” ha fatto venire molta bava alla bocca (bava verde da indemoniati, probabilmente).
L’attesa non è stata riposta invano, a mio parere il nuovo horror di Sam Raimi mantiene tutto quello che prometteva, soprattutto ai suoi fan della prima ora. Drag Me To Hell segna un ritorno agli esordi in tutti i sensi, sia per il budget impiegato, sia per i mezzi utilizzati, poco sofisticati ma allo stesso tempo efficaci.

L’esordio di Sam Raimi alla regia è stato uno dei più incredibili: con poche migliaia di dollari ha confezionato uno dei più clamorosi b-movie horror della storia del cinema (per la cronaca, “Evil Dead” in lingua originale, conosciuto come “La Casa” in Italia, perché anche nei b-movie abbiamo dimostrato in quegli anni un provincialismo veramente bieco). Realizzato letteralmente nei ritagli di tempo, partendo da una idea scritta davanti ad una bottiglia di vino con gli amici, e girato con gli stessi amici per un anno solo nei weekend e con mezzi di fortuna, ha ottenuto un risultato così incisivo, anche nello sviluppo delle tecniche, che in pochissimo tempo Sam Raimi è diventato uno dei registi più acclamati.
Anche perché, negli anni, ha dimostrato di saper dirigere con buoni risultati sia film d’avventura, che thriller psicologici, western, fino a film comico-demenziali pervasi da macabra ironia.

In Drag Me To Hell si vede molto degli esordi di Sam Raimi, dicevo. Innanzitutto si vede l’incredibile mistura di umorismo nero, ironia spietatissima che non guarda in faccia a nessuno (nemmeno ad una povera vecchietta con la dentiera e l’occhio di vetro), e pura cattiveria nei confronti dello spettatore, che si traduce in trovate cinematografiche violente, soprattutto per le coronarie di chi guarda. In definitiva, ecco un horror divertente e spassoso, di quelli che riescono a fare una paura fottuta, provocare un sano disgusto, ma anche strappare qualche macabra risata quando meno ce lo si aspetterebbe. Insomma, un horror tipicamente anni ’80 dallo stile molto retrò (i titoli di testa sono da b-movie gotico, fatto e finito), che risulta quasi innovativo in questi anni 2000, che hanno visto il genere horror appiattirsi irrimediabilmente verso uno stile espressionista iper-violento e praticamente privo di ironia, alla lunga molto scontato e ripetitivo.

Lo splatter è stato inventato negli anni ‘70, come sottogenere da b-movie con una forte carica provocatrice che andava contro certi tabù dell’epoca, ed era un genere alienante, inquietante ed asfissiante (vedere “Non aprite quella Porta” per credere).
Lo splatter è stato completamente re-inventato e ribaltato negli anni ’80, quando è stato investito dalla sacra luce dell’ironia proprio dallo zio Sam. La visualizzazione violenta e quasi “cartoonesca” del sangue l’ha inventata lui (vedere “Evil Dead 2” per ripassare questi concetti). Il ridere di uno schizzo di sangue o un occhio che esce dall’orbita… sono cose che ha inventato lui. Ridere della morte, ridere della distruzione del corpo, decontestualizzare così tanto la violenza, la paura e il terrore da renderli innocui, riuscendo nello stesso tempo a “disturbare”, dare fastidio, inquietare, non far dormire tranquilli… Tutto questo si è evoluto negli anni, ed è servito da riferimento ad altri maestri del genere e non solo, ma si è anche perso nel tempo, perché negli anni 2000 la violenza dei film horror non ha più nulla di ironico o “cartoonesco”, non ci si può più permettere di riderci sopra senza sentirsi come minimo in colpa, e l’obiettivo pare essere solo creare disgusto, senza nemmeno più preoccuparsi di dire qualcosa.

Per questo posso dire che, sì, c’è da essere contenti del ritorno all’horror ironico di Sam Raimi.

Tra l’altro la storia raccontata, ripescata da un copione vecchio di 10 anni scritto a quattro mani con il fratello, è di una attualità incredibile. Viene il sospetto che sia stata scelta apposta, per una certa finalità moralizzatrice. Nonostante l’horror venga spesso additato dagli stupidi come la prima causa dei mali del mondo, spesso ha una moralità molto forte: essendo in grado di suscitare emozioni intense, anche l’insegnamento che può dare sarà intenso…

In questo caso la nostra eroina (?) Christine Brown lavora in banca e spaccia mutui senza ritegno. E’ parte integrante di un mondo senza cuore e sentimenti, quindi è già condannata, in un certo senso predestinata e votata al male. Un giorno nega un mutuo ad una povera vecchia bavosa con l’occhio di vetro, facendo tacere la sua coscienza per compiacere il capo in vista di una promozione, il giorno dopo se la dovrà vedere con un demone che vuole papparsi la sua anima ad ogni costo.
Pare non esserci possibilità di redenzione, in un mondo pieno di gente che ogni giorno fa tacere la propria coscienza, permettendo a disuguaglianze e ingiustizie di perpetrarsi silenziosamente. Qualcuno dovrà pagare per tutti, e a mezzanotte arriveranno puntuali i demoni ad azzannare un bel mutuo subprime, spargendo industriali quantità di sangue e vomito, e liberando il mondo dal male vero. In un certo senso, il risultato è quasi liberatorio, se fosse così semplice da realizzare.

L’incipit del film è accattivante, il finale è intenso ed improvviso nella sua velocità e brutalità. In mezzo ci sono tutte le regole del genere: c’è quello che serve per far saltare sulla poltrona (compreso il crudele utilizzo delle steady-cam, che Sam Raimi ha affinato negli anni, e che proietta senza preavviso lo spettatore contro oggetti e facce mostruose, senza quasi avere coscienza di cosa stia succedendo) e quello che serve per disgustare tutti coloro che hanno la pessima abitudine di mangiarsi i popcorn al cinema, ma è tutto così sopra la righe da essere completamente fuori dai canoni del genere, pur rispettandoli. Nonostante la commissione censura ritenga sempre più spesso di “punire” la violenza di certi film horror con un VM 14 o 18, non ha ritenuto di inserire alcun divieto per questo film. Forse questo ci può indicare una certa presenza di classe?
No, non credo sia solo classe… Nella scena clou, quella più spaventosa (e lo è), in cui la medium viene posseduta dal demone e inizia a succedere di tutto e di più, è fantastico trovare un caprone indemoniato che ruota la testa di 360 gradi e urla alla protagonista: “mi hai inganna-a-a-a-to, maledetta putta-a-a-a-na!”. E’ liberatorio ridere in un momento così…

Nota 1: la Ford gialla del ’74 che appare nel film, è l’auto di Sam Raimi, che appare in tutti i suoi film, Spiderman compresi. In “Evil Dead” era l’auto dei 6 ragazzi protagonisti che arrivavano alla baracca nel bosco. Qui è l’auto della vecchia zingara. Lui la considera il suo portafortuna, visto il successo che gli ha portato.

Nota 2: Da tempo si vocifera un ritorno di Raimi alla saga de “La Casa”, quella vera (quindi tralasciando tutti i film apocrifi di produzione italiana che sono seguiti al secondo capitolo, e che nulla hanno a che fare con la storia). Sam Raimi ha detto che nel tempo libero sta preparando un abbozzo di sceneggiatura, ma che ora è troppo impegnato per pensarci seriamente. Siccome si vocifera che oltre a Spiderman 4, attualmente in lavorazione, sia previsto anche uno Spiderman 5, dobbiamo forse augurarci che Spiderman 4 sia un flop? I film della serie Spiderman non sono male, ma i fan vogliono vedere il 4 capitolo della serie “Evil Dead”, e che diavolo!

Franklyn

Sunday, April 19th, 2009 by yash

Un rompicapo da risolvere.

Esiste il genere cinematografico “film puzzle”?
Se non c’è bisognerebbe inventarlo. Io sono un po’ di parte, perché questo tipo di film in genere mi piace moltissimo, se non altro perché tende a prendere storie anche banali da angolazioni completamente inaspettate, con il risultato di essere più stimolante di molti altri film che seguono i canoni classici.

Che cosa è un film puzzle? Beh, è un film che si presenta innanzitutto come un gioco, un rompicapo, un puzzle da risolvere, quindi incasinato abbastanza (e soprattutto volutamente) quel tanto che basta da far mettere in moto i neuroni, volenti o nolenti.
E’ un metodo un po’ subdolo ma efficace. Infatti al cinema non sempre ci si va con l’intento di far funzionare il cervello, o perché si sceglie un film che non ha questa pretesa, o perché non si ha voglia di farlo.
Ma coi “film puzzle” la tecnica del menefreghismo non funziona, perché o ci si sforza di capire il film, non dal punto di vista tematico, ma innanzitutto dal punto di vista logico, o tanto vale uscire dopo 10 minuti buttando via i soldi del biglietto.

Di un paio di “film puzzle” ho già parlato in questo blog: ad esempio “The Prestige” o “eXistenZ” potrebbero essere classificati come tali. Ovviamente tutti i thriller sono un po’ un “gioco degli inganni”, ma qui si sta parlando di film che appositamente e coscientemente cercano di scombinare le carte oltre misura. I due film citati, ognuno secondo i suoi canoni, se lo pongono quasi come obiettivo principale, quello di diventare un “gioco” tra spettatore e regista, facendo passare in secondo piano la trattazione di temi più o meno elaborati.
In realtà, come ho già detto, non è un approccio così sbagliato. Infatti, già che si spinge con la forza lo spettatore a dover pensare per sbrigliare la matassa del film, da lì a meditare anche sulle tematiche offerte il passo è breve. Anzi, spesso risulta essere un metodo più efficace e stimolante, perché finito il film, quando non tutte le tessere sono andate a posto, spesso si incomincia una discussione tra chi ha capito un pezzo di film, e chi ne ha capito un altro, ed è un modo come un altro per “portarsi a casa” il film, con tutto quello che vuole dirci.
I film più classici lo fanno stimolando il cuore e le emozioni, questi film lo fanno stimolando il cervello.

Esistono esempi lampanti ed illustri di film che io classificherei innanzitutto come “film puzzle” e solo in seguito come “thriller” o “fantascienza”. Spero prima o poi di riuscire a parlarne in questo blog: “Memento” ad esempio merita di essere citato tra i capostipite che hanno lanciato la moda, negli ultimi anni; ed ovviamente anche film come “Donnie Darko” o “l’Uomo Senza Sonno”, rispondono perfettamente al genere. E non necessariamente si tratta di film thriller: io nella categoria ci metterei anche film come “Sliding Doors” tanto per dirne uno.

I “film puzzle” in genere sono tutti progetti originali, praticamente non si rifanno mai a storie già scritte, romanzi o fumetti. Vengono scritti appositamente per essere un gioco. Spesso sono i registi alla loro prima prova, a cimentarsi in questi film, e spesso lo fanno per cercare di sottolineare la loro bravura. Dopodichè passano a dedicarsi a film dalla struttura più “classica”.
Che il regista debba essere bravo è ovvio, in questi film tutto deve funzionare, tutto deve avere un senso. Ci sono casi clamorosi (Donnie Darko) dove quasi ogni inquadratura sembra acquisire un senso o fornire un indizio per arrivare alla fine. Perdersi è facile, ma il fatto è accentuato spesso da clamorosi quanto voluti buchi di sceneggiatura, che sono messi lì apposta per non spiegare tutto. Se non si spiega tutto, si accentua lo smarrimento finale, e soprattutto il fatto che ciascuno potrà arrivare ad una soluzione diversa, che non sarà mai spiegata (come in “The Prestige”, ad esempio, o lo stesso “Donnie Darko”).
Altre volte si adottano tecniche particolari di fotografia o montaggio, che fanno lo sporco lavoro di scombinare le carte (come in “Memento”), mentre altre volte è lo stesso tema attorno a cui si costruisce il film a essere fonte naturale di confusione (ad esempio il tema delle realtà parallele, trattato in “eXistenZ”, o temi che riguardano la pazzia trattati in alcuni thriller). E infine ci può essere uno stile visionario, che può scombinare parecchio le carte, arricchendo il film di divagazioni quasi superflue, e trasformando un film lineare in una specie di percorso ad ostacoli (citerei “L’esercito delle 12 Scimmie” che pur non essendo un vero film rompicapo, molto gli si avvicina per lo stile eccezionalmente visionario).

Questi film in genere non amano farsi pubblicità. O meglio, sanno che se la faranno nel tempo. Spesso adottano tecniche di marketing molto alternative, o si basano sul passaparola. In alcuni casi addirittura riescono a farsi una fama ancora prima di uscire nei cinema, grazie al web. “Donnie Darko” è riuscito ad uscire nei cinema dopo due anni dalla sua produzione (più per sfighe varie, che per scelte volute), essendo già film di culto, nonostante non fosse stato visto praticamente da nessuno, se non per spezzoni che giravano in rete, e grazie ad un sito ufficiale costruito ad hoc, e a finti libri messi in rete.

Perché tutta questa introduzione?
Perché ieri sera sono tornato al cinema dopo parecchio tempo, e poiché i film a disposizione non ci sembravano granchè, abbiamo scelto un film sconosciuto, di cui mai nessuno aveva sentito parlare o aveva visto un trailer, e con la sala più vuota delle altre: Franklyn. Ovviamente lo abbiamo scelto per la trama assurda ed incoerente che sembrava avere. Una trama che ha solleticato la curiosità.

Ho scoperto oggi che il regista Mc Morrow è ovviamente un esordiente, e che la storia è del tutto originale, scritta apposta per il film dal registastesso, pur avendo parecchi riferimenti più o meno palesi presi dal mondo dei fumetti, alcuni rimandi da P. Dick, oltre che da film come da “V per Vendetta”, “Dark City”, o “L’uomo senza Sonno”.

La vicenda ruota attorno a 4 personaggi:
ESSER (Bernard Hill) è un padre che ha perso il figlio, e lo sta cercando per le strade di Londra. Mostra la sua foto a tutti quelli che incontra, negli ospedali, nei centri di cura per tossicodipendenti, nei ricoveri per senzatetto. Alcuni sembrano riconoscerlo, ma poi di fatto Esser non riesce mai ad ottenere informazioni definitive su come ritrovare il figlio perduto. La sua foto, in verità, non viene mostrata, e non viene spiegato il motivo che ha portato alla separazione tra padre e figlio.
MILO (Sam Riley) abita a Londra, ed è stato mollato dalla sua ragazza appena due giorni prima del matrimonio. Girovagando per la città senza metà, resta attratto da un figura femminile coi capelli rossi. Comincia a pedinarla, per scoprire che si tratta di una sua vecchia amica di infanzia, di cui era infatuato quando erano piccoli. Un giorno, quasi presagendo un nuovo colpo di fulmine, prende il coraggio a due mani e la invita ad uscire a cena.
EMILIA (Eva Green) vive a Londra, è una studentessa di arte cinematografica con un rapporto conflittuale con la madre, e un padre morto quando era piccola. Emilia vive sola in una casa dall’arredamento dark, e tenta il suicidio una volta a settimana, riprendendo le sue performance con alcune videocamere sparse per casa. Salvata ogni volta, cerca di spacciare i clip come filmati artistici presso il suo insegnante di arte cinematografica. Inoltre, a tempo perso, ama parlare con l’immagine di se stessa, ripresa dalle videocamere di casa e proiettata sul televisore.
Infine, ma non ultimo, c’è J. PRIEST (Ryan Philippe). Priest vive a Meanwhile, Citta di Mezzo, una città tetra, gotica e fantascientifica allo stesso tempo, dove il sole non spunta mai. E’ governata da un dittatore che riesce a mantenere il controllo grazie al fanatismo religioso. Per vivere a Meanwhile bisogna essere un seguace di una delle religioni ufficiali accettate dal regime. C’è in realtà l’imbarazzo della scelta, le religioni registrate al catasto sono decine e molte sono quelle protette dal governo. Priest, per ironia, è l’unico ateo presente in città, e per questo è perseguitato dalla polizia ecclesiastica.
Per vivere fa l’investigatore privato, entrando spesso in contatto con la feccia della società. Per questo di notte ama infilarsi una maschera di cuoio per fare il giustiziere mascherato. La sua missione attuale è quella di trovare l’Individuo, capo di una setta religiosa protetta dal governo che rapisce e sacrifica bambine al suo dio. Il problema è che l’ultima vittima, una bambina di 10 anni, era una persona cara a J. Priest.

Fino a qui, più o meno, il modo in cui era spiegata la trama. Scegliendo a caso, ci siamo imbattuti a tutti gli effetti in un film “rompicapo” da risolvere. Un film che, procedendo parallelamente nelle 4 storie, riesce a rilanciarsi ogni 10 minuti pur senza rivelare sempre tutto. Solo quello che serve per andare avanti.
Il risultato non è definibile come un capolavoro, almeno non al pari di altri film citati in precedenza, però è comunque un gioco riuscito e soprattutto architettato come si deve.
Innanzitutto perché è dotato di un finale che riesce ad intrecciare tutte le vicende parallele (incredibile ma vero, nonostante le premesse, mantiene la promessa!) in modo non troppo pretestuoso ma stimolante, pur senza rendere tutto esplicito e lasciando un sacco di dettagli in sospeso. Inoltre il film è ricco di indizi sparsi qua e là, a volte solo dettagli accennati come è giusto che sia, che dovrebbero servire a mettere alcuni tasselli secondari a posto, ma non necessariamente con lo stesso risultato per tutti.
Nella finzione cinematografiche, le cose possono essere vere o false, allo stesso tempo…

Chi è in realtà il custode della cappella dell’ospedale, uno dei pochi che sembra riconoscere il figlio di Peter, e che dà consigli utili ad Emilia, quando viene ricoverata dopo l’ennesimo suicidio non riuscito? Chi è il personaggio misterioso che sembra conoscere tutti gli altri personaggi e che gira per Londra segnandosi il loro nome su un taccuino, seguito da un numero? Ed Emilia è una artista eclettica e folle, che gira clip di se stessa in modo tale da “poterci parlare insieme”, o riesce a parlare davvero con il televisore? (tra l’altro le sequenze che la riguardano meriterebbero una menzione a parte, perché sono efficaci e ben riuscite. Un tocco visionario non da poco).
E soprattutto, chi è Franklyn?
Eh già, perché il personaggio che dà il nome al film, praticamente non appare mai (forse, ma ci sono sospetti), se non per una fugace apparizione su una targhetta di un citofono. Notevole esempio di recitazione.

I temi trattati dal film sono del tutto secondari rispetto al gioco della trama. Però non sono da sottovalutare, perché rendono il film interessante anche per gli spunti un po’ anarchici, visionari e politicamente scorretti che può offrire. Uno su tutti la religione additata come mezzo di controllo dei popoli.

“La religione è necessaria per chi crede, nociva per chi non crede, utile per chi governa” (J. Priest)

“Se dio c’è ed è buono, perché permette che venga fatto del male ad una bambina di 10 anni? Forse dio non c’è. Oppure se c’è, non è buono come si crede. O ancora, se dio c’è ed è buono, allora non può fare niente per impedire il male. Ed allora perché chiamarlo dio?” (J. Priest)

Il tema non è trattato solo in modo serioso. A dir la verità viene anche “sbeffeggiato” con ironia, cosa di cui a dir la verità il film è abbastanza ricco, nonostante l’ambientazione sia di ben altro tipo.
Tra le religioni accreditate di Meanwhile c’è, ad esempio, la Chiesa delle Manicuriste del Settimo Giorno, il cui dio cambia capigliatura ad ogni luna nuova. O ancora una setta il cui fondatore, con il tipico tono del predicatore, va in giro per le strade a leggere e declamare… il libretto di istruzioni della lavatrice! In effetti a volte per non far uscire tutto colorato in rosa o in azzurro, ci vuole un atto di fede.

Insomma, non so se il film resisterà per molto nei cinema, e se il passaparola sarà efficace (gli spettatori presenti in sala ieri, di cui praticamente nessun adolescente brufoloso, sembravano tutti abbastanza soddisfatti) e non lo metterei tra i capolavori da ricordare, ma magari una visione privata se la merita, per una serata diversa dal solito…