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The Hurt Locker

Tuesday, March 9th, 2010 by gin

Mi è capitato di vedere questo film in una sala con audio e video impossibili, quindi non mi sento di darvi una recensione vera e propria dal punto di vista tecnico, ma alcune cose mi sento di scriverle e lo faccio prima della cerimonia degli Oscar, anche se voi le leggerete dopo.

Soggetto del film? Molto brevemente: le azioni di una squadra di artificeri americani in azione in Iraq.
La regista é una donna, Katrhyn Bigelow, ex moglie di un certo Cameron, che pare abbia descritto questo film come “il Platoon sulla guerra in Iraq”, sembra poi che abbia anche incoraggiato la ex moglie che sulla strada ha incontrato molti problemi, soprattutto di distribuzione.
Io vi consiglio di vederlo, a prescindere dall’opinione di Cameron.
Da qualche parte é stata mossa l’obiezione che questo film sia poco femminile, come non si veda che la regista é una donna. Io dico che é tutto il contrario, si vede eccome, solo che invece di darci una visione scioccamente rosa della guerra, invece di farci vedere le lacrime delle vedove, invece di indugiare sul lato buonista dei soldati, invece di dirci cosa é giusto e cosa é sbagliato, invece di sottointendere che se fosse per le donne le guerre non esisterebbero, ci dice da subito che la guerra é una droga. Ci racconta la guerra com’é e basta, senza fronzoli, con così pochi fronzoli che durante il film non si sente musica, non c’é una colonna sonora, credo ci sia un solo sottofondo musicale in tutto il film, in compenso molte le esplosioni.
Non c’é un briciolo di retorica, raro in un film di guerra. In tutti i 131 minuti non si vede che una piccola bandiera americana e una irachena, scelta interessante: il tutto potrebbe svolgersi ovunque nel mondo e non ci sono buoni e cattivi.
Alcune scene mettono addosso un’ansia incredibile, la sensazione di panico e paura profonda, la stessa di un cecchino fermo immobile per ore a cercare di centrare il bersaglio, perché alla fine questo vuol dire sopravvivere.

Le riprese sono quasi documentaristiche, senza commenti, ma molto essenziali e per questo perfette per catapultarvi sul campo, per farvi sentire tutta l’umanità dei soldati ma, lo ripeto, senza retorica. C’é il soldato profondamente colpito dalla guerra, psicologicamente “danneggiato”, c’é quello che segue le regole e cerca di guidare la squadra nel migliore dei modi, c’é il drogato di guerra, quello che rischia tutto, quello che a casa si sente fuori posto, che solo con le mani tra le bombe si sente se stesso. L’umanità, la fragilità di questi uomini, quella cosa che dovrebbe essere sottolineata da lacrime, assenti per fortuna, si sente in moltissime scene, comprese le scazzottate idiote-valvola di sfogo. Si percepisce tutto senza accorgersene, questo é il tocco femminile della regista.

Alla fine se ne esce con qualcosa su cui ragionare e la profonda sensazione che il genere umano sia in grado di fare cose indicibili, come usare un cadavere come involucro per bombe, o rendere impossibile il ripensamento da parte di un attentatore suicida lucchettandogli addosso una camicia esplosiva. Non é una novità: il genere umano fa schifo e la Bigelow é stata brava a raccontarcelo.

Staff Sergeant William James: This box is full of stuff that almost kill me.

UPDATE POST OSCAR
Aggiungo un link interessante che spiega chi e’ la regista, com’e’ nato questo film e i problemi incontrati a cui accennavo. Leggetelo e’ interessante.

Avatar

Sunday, February 21st, 2010 by robsom

Okay, allora parliamo un poco di Avatar, il film più tutto di sempre, la cosa che ha cambiato e cambierà il mondo, anche se forse non tanto quanto lo scintilloso iTampon per nerd (con cui si potrà vedere Avatar stesso anche in quei giorni lì, però in HD; e nella versione con le ali, vi lascio immaginare, sarà un’esperienza… ;) ).

Battute idiote a parte, premetto di averlo visto, molto banalmente, in 2D. Non sono un grande fan del tridimensionale: almeno per la tecnologia attuale, mi distrae troppo. Forse è stato un sbaglio però. Avatar, ormai lo sanno anche le pietre, è il top che la tecnologia cinematografica e la computer grafica siano in grado di produrre nell’anno 2010.
Forse solo il 3D può fare giustizia al mondo impressionante e avvolgente immaginato da Cameron. Ma anche in due dimensioni la visione lascia davvero senza fiato. Come dimostrazione di quanto la tecnologia possa fare, spacca di brutto, non c’è alcun dubbio. Che sia sufficiente a cambiare il modo in cui i film vengono fatti, non saprei, ma sicuramente alza la barra per tutti. Il problema, non sono sicuramente il primo a dirlo, è tutto il resto.

E’ un po’ Mission, un po’ Pocahontas (nelle sue varie incarnazioni, ma più che altro quella di Terrence Malick), un po’ Balla coi lupi (ma anche Un uomo chiamato cavallo) e un po’ di film sul Vietnam.
C’è Gaia e l’idea naif che la natura è bella e buona, la tecnologia brutta e disumana (ma che meravigliosi sono invece quegli esoscheletri?!), ci sono ovvi riferimenti all’Afganistan e all’Iraq, le multinazionali cattive che tirano sempre, metafore sottili, “messaggi” telefonati con largo anticipo (che bisogna tagliarle giù grosse, ormai), personaggi stereotipati e clichè a mazzi.

Non è che tutte queste cose siano combinate in modo sciatto e superficiale, questo no: ci sono delle idee originali, se non altro nel fatto di mettere insieme roba presa un po’ da tutte le parti. Non è nemmeno questione che si tratta di una storia in gran parte “già vista”, perchè se fosse così allora potremmo anche smettere di raccontarci storie, che tanto tutto quello che c’era da dire l’ha già detto Shakespeare a suo tempo e quindi chiudiamola lì. La Regola d’Oro n. 5 si applica sempre, ma, appunto, bisogna pur portare le cose da qualche parte, possibilmente non verso il predicozzo eco-terzomondista.

Non voglio essere frainteso: alcuni dei commenti che ho letto in giro pensano che critiche di questo tipo siano snobistiche ed elitarie: un po’ perchè al mondo ci sono un sacco di bastian contrari che basta che gli dici che una cosa è bella perchè loro ti dicano che fa schifo – a prescindere, tanto per far vedere che a loro non li frega nessuno e ne sanno almeno una in più della “massa” – e un po’ perchè siamo circondati da imbecilli con pretese intellettualoidi che “le solite americanate di Hollywood, solo effetti speciali e invece sì che il cinema europeo è artistico e umano e profondo e poi vuoi mettere Kiarostami”. Ora, anche se simpatizzo con chi è irritato da questi cretini (per non parlare di altri che sono pure peggio), non è che a stare dalla parte diametralmente opposta si ha automaticamente ragione.

Piaccia o meno, Avatar ha lo stesso problema di Matrix: figata, però perfino George Lucas ha speso più tempo e soldi sulla sceneggiatura di Phantom Menace di quanta ne abbiano speso Cameron o i Wachowski (e ho detto tutto). A meno di voler sostenere che nel Nuovo Cinema inaugurato da Mr. James Cameron tutto ciò non conta più – in questo caso sono io che sono vecchio, abbiate pazienza – gli agganci, come ho detto, c’erano e bastava lavorarci su almeno quanto sul resto. Che su un progetto di queste dimensioni e aspirazioni non mi pare chiedere troppo.

Oppure va visto così: spegni tutto, occhialini 3D e ti immergi in un’esperienza sensoriale. Magari sbaglio io l’approccio.

Just relax and let your mind go blank. That shouldn’t be too hard for you.

Harry Brown

Friday, December 4th, 2009 by gin

Confesso di essermi precipitata a vedere questo film senza troppe informazioni, mi bastava l’interprete principale, Sir Michael Caine, sulla fiducia. Fiducia meritata e ripagata da una pellicola intensa, senza un solo minuto o una sola inquadratura di troppo.
La storia é ambientata e girata in uno dei quartieri più difficili di Londra, quartiere in cui per altro Caine é nato e cresciuto, donandogli tra le altre cose il suo famigerato accento cockney.
E’ la storia di un uomo rimasto solo, che non riesce a salutare la moglie in punto di morte per colpa di un sottopasso occupato, la storia di un veterano con un solo amico con cui passare le giornate giocando a scacchi al pub, sorseggiando una Ale. E’ la storia di un uomo che decide di diventare un vigilante perché l’alternativa é soccombere, chiudere gli occhi e probabilmente morire dentro ancor prima di finire sottoterra.
Harry Brown si butta senza paura in un mondo che sebbene sia quello in cui é invecchiato non é più il suo mondo, un mondo di spacciatori, di violenti assassini, di drogati senza più niente da perdere, di giovani senza niente da fare e nessuno da rispettare, se non il fornitore di turno. Harry si butta in tutto questo con una determinazione da soldato, usando ogni respiro rimasto.

Inutile dire che Caine é magistrale, regge tutto il film da solo, un’interpretazione perfetta, molto inglese, con zero trucchi per ringiovanirlo o renderlo il giustiziere della notte in stile americano. Ogni scena violenta é reale senza essere splatter, non c’é un filo di machismo americano in questo film e per questo é perfetto, arriva dritto allo stomaco come un pugno.
Vi consiglio di vedere Harry Brown perché sebbene parli di violenza é chiaramente contro la violenza. Ce la mostra brutale, cruda, improvvisa, nuda, senza risparmiare niente. Confesso di aver socchiuso gli occhi in un paio di occasioni, non ce la facevo, ma questa é la verità, questi sono i quartieri-dormitorio che ogni grande città ha, ovunque nel mondo occidentale e questa é la violenza che ci si trova, a volte é utile ricordarcelo.

Di attori come Sir Michael Caine ne restano pochi, pochissimi, per cui se vi va di sentire un po’ di accento cockney, che nella versione italiana si perderà ovviamente, vi lascio quest’intervista, non perdetevela.

Harry-Brown-001

Nota Titoli di Testa: ho da tempo la fissa per i titoli di testa, credo sia colpa di quelli dei vari 007, sempre notevoli, per cui credo metterò sempre questa postilla a fondo recensione.
I titoli di testa di Harry Brown sono minimalisti, in perfetto accordo con il film che precedono. Sfondo completamente nero, caratteri bianchi, piccoli, quasi si fatica a leggerli, font semplice. I nomi degli attori, così come il titolo del film, compaiono uno alla volta, appena scompare un nome appare il successivo, come scritti uno dopo l’altro su una riga invisibile.

District 9

Wednesday, October 28th, 2009 by yash

“Venissero da un altro stato capirei, ma che vogliono? Non sono neanche di questo pianeta…” (un anonimo, intervistato in tv)

District_9_New_onesheet

Il film a primo impatto sembra un documentario di denuncia sociale, alla Michael Moore, con interviste e filmati di repertorio. Sembra, ma non è. Possiamo considerarlo un documentario fantascientifico? Forse… Sicuramente è un interessante esperimento cinematografico che vede il ritorno della fantascienza sui grandi schermi. In altri tempi un film del genere sarebbe stato un normale film drammatico di denuncia; nel 2009 qualcuno ha pensato di farlo diventare un film di fantascienza, metaforico all’ennesima potenza, dallo stile particolare e dai contenuti forti e senza compromessi.

La fantascienza è un genere cinematografico che per definizione avrebbe molte cose da dire. E’ il modo migliore che l’uomo conosce per vivisezionare il presente, pensando al proprio futuro. Quando l’uomo si interroga sul proprio futuro, fa una cosa molto importante. Se non lo fa, è una mancanza grave.
Negli ultimi anni la fantascienza non se l’è passata molto bene. Se dovessi citare qualche film di fantascienza degli ultimi anni meritevole di essere ricordato, farei fatica. Ormai sono di moda le riduzioni cinematografiche da P. Dick, che però spesso sono fatte alla “dick of dog” (mi si passi il brutto gioco di parole), e vanno molto i remake o i sequel di successi degli anni passati. In tutti i casi le idee più nuove che si vedono, e che vengono riprese dal mondo del cinema, risalgono agli anni 60-70. E’ un po’ che meditavo su questo aspetto: non abbiamo più niente di importante da dirci, interrogandoci sul nostro futuro?

Tutto quello che la fantascienza avrebbe da dire, ormai è stato delegato interamente al cinema thriller/horror, o ai cine-fumetti… è un segno dei tempi. Tutti hanno paura e preferiscono andare al cinema a vivisezionare le proprie paure piuttosto che interrogarsi troppo sul futuro, e tutti hanno bisogno di eroi, anche controversi ma ben identificabili, che sappiano sistemare le cose, per cui ecco che altri generi cinematografici si sono preoccupati di venirci a dire qualcosa di importante sul nostro presente al posto della fantascienza.
La fantascienza ha decisamente dormito sonni profondi, fino ad ora…

L’altra sera sono andato a vedere District 9, avendone sentito parlare molto ma senza aspettarmi troppo, e devo dire che le cose mi sono sembrate subito diverse dal solito. Pur essendo un film ben costruito e dalla messinscena molto forte e accattivante, dotato di effetti speciali abbastanza importanti, non era il solito film pieno zeppo di effetti fini a se stessi (che ormai non sono una novità, tutti sono capaci di farli, e per questo non possono più essere il fine ultimo di un film)… era qualcosa con un contenuto, delle idee, una metafora abbastanza forte, dal rigore morale fortissimo. E soprattutto era un film molto inquieto, fin nel midollo. E’ stata una bella sensazione.
Alla fine da un confronto con amici, è apparso evidente che la sensazione fosse comune: District 9 potrebbe essere l’ultimo rantolo di genialità prima della morte definitiva della fantascienza nel cinema contemporaneo, o un precursore per un nuovo inizio. Vedremo tra qualche anno che segno avrà lasciato, se avrà contribuito a lanciare nuove mode e nuovi spunti, o se sarà stato tutto un bluff.

La trama è abbastanza geniale e soprattutto semplice, potrebbe essere presa direttamente da un quotidiano qualsiasi e ci riguarda personalmente, procede in modo lineare e senza intoppi fino a dove si è prefissata di arrivare, come un treno che punta dritto contro un muro. Il risultato può essere doloroso, probabilmente non l’ideale per una serata di svago.

Il film pecca un po’ nello spiegare gli antefatti, e serve del tempo per iniziare ad entrare negli ingranaggi; lo stile finto-documentaristico, che ha un impatto iniziale molto forte, non sempre permette di far capire al 100% tutto quanto. Per fortuna la trama molto lineare e diventa accessibile non appena si è entrati “nel gioco”.

District 9 (US) F

Gli antefatti: siamo negli anni 80 e senza alcun preavviso una astronave gigante, che visivamente richiama i grandi classici della fantascienza degli anni 60-70, approda nei cieli della terra creando enorme scompiglio nella popolazione mondiale.
Stavolta, però, non si ferma sui soliti cieli americani e non ne escono i soliti alieni pronti a combattere e sopraffarci. L’astronave sembra malridotta, perde pezzi, si muove lentamente fino ad arrivare sui cieli di Johannesburg, dove si ferma a fluttuare a centinaia di metri sopra la città. A questo punto appare evidente che gli inattesi visitatori abbiano dei problemi, e poiché nessuna forma di vita sembra uscire dall’astronave e nessun canale di comunicazione viene aperto, il governo Sudafricano e l’ONU decidono di intervenire con una task force di elicotteri.
Quello che viene trovato sull’astronave è aberrante e sconvolgente: un numero imprecisato (si parla di 1 milione) di alieni mostruosi, viscidi, orribili, vengono trovati in uno stato di denutrizione e sporcizia totale, allo sbando, spossati, in piena anarchia e senza nessuna guida all’interno dell’astronave. Una ipotesi è che la perdita del modulo di comando, staccatosi dall’astronave giorni prima, abbia causato la morte di tutti gli ufficiali di comando. Altra ipotesi è che si siano suicidati per motivi ignoti.
Scatta l’emergenza para-umanitaria, gli alieni sono schedati, gli viene dato un nome, e sono trasportati sulla terra in un centro di “prima accoglienza” (eh già, si chiama proprio così. E’ da verificare se si tratti di una “trovata politica birichina” del doppiaggio comunista italiano o se sia originale).

Venti anni dopo, siamo all’inizio del film: gli alieni stanno sempre lì, parcheggiati in quella che è diventata una baraccopoli abitata da oltre 2 milioni e mezzo di alieni (che nel frattempo hanno cominciato a fare uova e a moltiplicarsi a dismisura), un ghetto chiamato “Distretto 9” (ogni riferimento al Distretto 6 realmente esistito a Johannesburg è puramente voluto).
Gli alieni non si sono integrati, non rispettano la legge umana, e anche se la loro inquietante lingua viene ormai capita dagli umani rendendo possibile una rudimentale comunicazione, gli uomini non gradiscono la presenza di quelli che chiamano con disprezzo “i gamberoni”.

Nel Distretto 9 regnano caos e anarchia. I gamberoni sono sfruttati dalla malavita locale per compiere rapine in cambio di scatolette di cibo per gatti (di cui gli alieni sono ghiotti) e dalla MNU, una multinazionale che gestisce il Distretto 9 e che detiene i diritti di sfruttamento della tecnologia alinea. Vi sembra assomigliare a qualcosa, la sigla MNU? Infatti, vi sembra bene… è diventata una multinazionale a scopo di lucro. Le armi aliene, in particolar modo, sono molto avanzate e potenti e per questo innescano le mire più abbiette di gruppi industriali e dei trafficanti di armi locali. Purtroppo (o per fortuna) queste armi, confiscate dalla MNU, non sono utilizzabili dagli umani perché funzionano solo se interagiscono con DNA alieno.

Ogni tanto i gamberoni scappano dal ghetto, facendo incursioni in città, dove si scontrano con le autorità umane e gli abitanti del luogo. Questi scontri portano altro risentimento e xenofobia, in una spirale senza fine. Arriva quindi l’inevitabile momento di spostarli lontano dalla città, con le buone o con le cattive, in un posto migliore, chiuso e ben recintato, dove la loro incolumità possa essere preservata meglio e dove le condizioni igieniche per i loro figli saranno migliori. Ma gli alieni non vogliono andarsene, non vogliono essere spostati o sfrattati, loro vorrebbero solo tornare a casa…

Per lo sgombero del Distretto 9 viene nominato capo squadra Wikus Van De Merwe, genero del capo della MNU. Wilkus è il classico ragazzotto ignorante, rozzo, insensibile, che viene dalla società bene, spinto da un forte senso del dovere. Dovendo scegliere da che parte stare, tra alieni oggettivamente repellenti ed esseri umani, il nostro istinto ci porta ad identificarci con quello che ci assomiglia di più (Wikus), e a ridere delle sue sopraffazioni inconsapevoli. Siamo portati quasi a giustificarlo in tutto, anche quando per gioco dà fuoco a uova aliene, perché tutto sommato è figlio della società marcia che gli sta attorno, quindi è giustificabile.

Il film, tuttavia, non si vuole limitare ad una semplice denuncia diretta del nostro razzismo inconscio. Il gioco all’inizio sembra molto semplice, ma il progetto è destinato a spingersi un bel po’ più in là.

Durante un sopralluogo ad una baracca in cui si sospetta ci siano attività aliene illegali, Wikus si rompe un braccio ed ingerisce per errore uno strano fluido nero. A seguito di disturbi sempre più fastidiosi, Wikus viene trasferito nell’ospedale militare, dove il medico di guarda gli toglie il gesso al braccio per scoprire che il braccio si sta trasformando in una viscida e tentacolare zampa aliena… dopo accurati esami, il responso è: mutazione genetica irreversibile.
A questo punto si scatena il delirio. Vikus è costretto a subire esperimenti brutali, per capire come sia potuta avvenire la mutazione e se possa essere controllabile e replicabile su altri umani, per poter sfruttare le armi aliene. La fuga diventa inevitabile nel momento in cui i vertici militari decidono di smembrarlo per scoprire qualcosa di più. Dove nascondersi? Ovviamente nel Distretto 9.

La mutazione genetica, progressiva ed inarrestabile, è sinceramente disgustosa: i riferimenti a “La Mosca” sono evidentissimi, voluti ed altrettanto fastidiosi (vomito nero, unghie che si strappano, denti che cadono, squame che appaiono da sotto la pelle, occhi che si spappolano, putrefazione… c’è un intero repertorio di immagini che si rifà palesemente al film di Cronemberg).

A questo punto il film scopre un po’ le carte, pur tenendo le migliori solo per il finale. La metafora si evidenzia un pochino: i mostri siamo noi, nonostante le apparenze, e dovremmo avere così schifo di noi stessi da aver paura a guardarci allo specchio. Pian piano la mutazione ci porterà ad assomigliare agli alieni, per scoprire che da qualche parte in mezzo allo schifo e ai tentacoli ci sono occhi pieni di nostalgia per casa. Niente a che fare con ET, comunque (e per fortuna)…

Il finale raggiunge l’apice, esplodendoci in faccia con una singola inquadratura che è la sintesi poetica, distillata e concentrata, di tutto… Tutto quello che “Io sono leggenda” non ha avuto il coraggio di essere, per manifesta imbecillità dei suoi produttori, lo si può trovare qui.

District 9, dunque, è fantascienza che prende spunto da stili e temi non usuali per la fantascienza, che si rifanno al mondo dell’horror, all’attualità, e ad alcuni classici della fantascienza o del cinema drammatico realista, girato con camera a spalla in “guerriglia style”.

cartonato_D9

Dal punto di vista stilistico, il film arriva a costruire qualcosa di abbastanza originale nell’insieme, e che sta in piedi per due ore senza risultare pesante. Fonde finti documentari, finti notiziari televisivi, sequenze cinematografiche classiche con commento musicale, frenetici e nervosi cambi di ritmo, riprese fatte col cellulare, punti di vista di videocamere a circuito chiuso, fino a giungere ad uno stile che nel complesso si preoccupa di raccontare in modo lineare gli eventi, ma non si cura di scegliere quali saranno le forme visive che dovranno raccontare una scena di azione, piuttosto che un momento di passaggio della trama. Le videocamere amatoriali come quelle professionali, i telefonini come le videocamere di sicurezza, tutto contribuisce al racconto della realtà. Tutto fa brodo, insomma. Volendo, ci si può individuare un preciso riferimento alla moderna società dell’immagine, che è pronta a triturare tutto dentro i suoi pixel, di qualunque apparecchio facciano parte.

Non so se possa essere un record per un film di fantascienza, ma nemmeno per un istante si riesce a parteggiare per un essere umano. O sono stupidi, o sono farabutti, o sono incredibilmente meschini, anche quando si scontrano tra di loro e sarebbe opportuno parteggiare per quelli “meno cattivi” o “più simpatici”. Gli alieni, con molta correttezza, non sono tutti dei santi (i farabutti li hanno anche loro), ma gli esseri umani proprio no. Anche questo modo di essere “politically scorrect” forse diventerà una nuova moda cinematografica, ma nel complesso alla prima è venuto proprio bene.

Il regista? Sudafricano, esordiente nel mondo del cinema, illuminato da un produttore intelligente (Peter Jackson), si è già fatto riconoscere e premiare più volte nel mondo della pubblicità.
Quando e come? Preparatevi a ridere… con questo, ad esempio.

Julie and Julia

Monday, September 28th, 2009 by gin

Consiglio: andate a vedere questo film subito prima o subito dopo una succulenta, ricercata e saziante cena, se no sono guai.
Questa pellicola fa venire voglia di imparare a cucinare, stimola costantemente senza pietà l’appetito, é pura droga per un blogger, essendo il film tratto da un blog, infine credo sia il primo o uno dei pochi film basati su ben due storie vere.
Le protagoniste sono due donne Julia Child e Julie Powell, entrambe pressoché sconosciute aldiqua dell’oceano.
Julia Child é più che famosa negli Stati Uniti per aver insegnato alle donne americane degli anni ‘60 come si cucina, in particolare come si preparano piatti della tradizionale cucina francese, grazie ai suoi libri e soprattutto grazie a fortunatissimi programmi di cucina in tv. L’origine de “La prova del cuoco” se volete, con una sostanziale differenza che potete notare guardando un video originale: Julia Child non confezionava piatti perfetti e in cucina non si comportava come lo chef che era, ma sbatteva piatti e pentole ovunque, dava consigli pratici, spiegava le cose come le avrebbe spiegate la vicina di casa, senza pretese e con molto divertimento. La fisicità imponente, il tono di voce peculiare e l’assoluta incapacità di prendersi troppo sul serio, hanno probabilmente contribuito a fare di lei un personaggio. Meryl Streep nelle sue vesti é meravigliosa, impazza in ogni scena e interpreta Julia alla perfezione, rendendole giustizia nella fisicità massiccia anche grazie a qualche trucco di scena e di inquadratura.
L’altra donna protagonista é Julie Powell, interpretata da Amy Adams, dipendente governativa, trentenne, sposata, con il desiderio di concludere davvero qualcosa per una volta nella vita. L’idea folle che le viene é quella di prendere il libro di Julia Child, darsi 365 giorni di tempo e in questo tempo realizzare tutte le ricette riportate, tenendo un blog su cui raccontare i risultati del progetto.
Questa é la seconda storia vera narrata nel film.
Le due donne sono raccontate intrecciando le loro vite perfettamente, tra momenti comicissimi: la prorompente Julia Child che si iscrive all’esclusiva e compassata scuola parigina per chef “Le cordon bleu”, l’esile Julie che litiga con le aragoste, accanto a momenti di difficoltà profondi.
Due ore di film che scorrono senza momenti di noia, tra parecchie risate e molto, moltissimo cibo.

Se ci fate caso noterete che in generale é difficile far vedere persone che mangiano facendovi venire voglia di mangiare, perché spesso mangiare non é un atto elegante, lo stesso per le operazioni di cucina; qui invece é tale il godimento espresso nel nutrirsi o nel preparare il cibo che vi viene davvero voglia di mangiare una torta al cioccolato con le mani o di passare qualche ora della vostra vita a preparare un boeuf bourguignon!

“Never, never apologize!”