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Posts Tagged ‘Heath Ledger’

And The Winner is…

Tuesday, February 24th, 2009 by

Anche quest’anno, puntuali come la fine dell’inverno, e come al solito in quasi-contemporanea con il festival di Sanremo, siamo arrivati agli oscar. Stranamente quest’anno i telegiornali italiani hanno dedicato qualche parola in più all’evento, il Tg1 ha addirittura aperto l’edizione pomeridiana del lunedì con la prima notizia dell’oscar come miglior film.
La cosa è strana, perchè quest’anno gli italiani sono stati più maltrattati del solito, nel mondo del cinema; non che di solito non ce ne fosse stato un motivo valido, visto che il cinema italiano è diventato di una insulsaggine e ripetitività imbarazzanti, ma per una volta che in Italia non si produce un film commedia-all’italiana, o un film drammatico-sulla-crisi-generazionale-e-i-turbamenti-amorosi-di-qualcuno…
Ok, sorvolando questo discutibilissimo aspetto, passiamo all’elenco dei vicitori.

Premio Oscar per la migliore attrice non protagonista: Penélope Cruz per “Vicky Cristina Barcelona”.
Ammetto di non avere visto questo film, e ammetto di non averlo visto perchè non mi ispirava per nulla (lesbicheggiamenti a parte).

Premio Oscar al miglior attore non protagonista: Heath Ledger per “Il Cavaliere oscuro”.
Premio Oscar per il miglior montaggio sonoro: Richard King per “Il Cavaliere Oscuro”.
Vittoria forse scontata, quella di Heat Ledger, ma a mio modo di vedere meritata. Voglio sperare che questo oscar sarebbe stato vinto anche da vivo. L’ho detto tempo fa e lo ripeto, a mio parere Heat Ledger può puntare a vincere la sfida tra Joker. Un oscar meritato, insomma, anche se i puritani si stracceranno le vesti, dicendo che Nicholson e Burton sono imbattibili.
Burton è imbattibile, Nicholson è bravissimo, ma in moltissimi film fa molto “se stesso” e il Joker è un personaggio fin troppo facile per lui. La cosa non si può dire per Heat Ledger. Ma è solo un parere personale.
Ricevono la statuetta per conto di Heath Ledger, i famigliari, che non paiono molto emozionati. Forse ne hanno piene le balle del mondo dello spettacolo. Invece in platea piangono tutti, da Adrien Brody a Brad Pitt. Speriamo non faccia parte dello spettacolo.
Il film ha preso anche un oscar tecnico sul montaggio sonoro, la cui differenza con quello al mixaggio sonoro è sfuggente perfino all’Academy, credo. In effetti non credo meritasse altri premi, ma quello che ha preso è meritato.

Premio Oscar per la miglior attrice protagonista: Kate Winslet per “The Reader”.
Altro film che non ho visto, anche perchè in Italia i film escono in genere con mesi di ritardo, tranne quelli che hanno la nomination all’Oscar, che di solito escono in contemporanea per sfruttare l’evento e cercare di riempire le sale. Ancora i distributori non hanno capito che le sale si riempiono lo stesso, basta che il film sia degno.

Premio Oscar per il miglior attore protagonista: Sean Penn per “Milk”.
Premio Oscar per la miglior sceneggiatura originale: Dustin Lance Black per “Milk”.
Sean Penn è un mito, ed è davvero bravo. Non credo di aver mai visto un film in cui non sia più che convincente. Anche quando ritira l’Oscar ed è sorpreso del premio, è un bravo attore. Sembra quasi sorpreso per davvero. E’ al suo secondo Oscar ma potrebbe vincerne molti di più.
In Italia l’avrebbero già declassato a comunista da quattro soldi, visto il suo attivismo politico. Tanto per non smentirsi, al ritiro dell’oscar ha fatto comizio, anzi ha fatto uno show politico a metà strada tra il cabaret e il serio, entrando nel merito dei casini che sono scoppiati negli Stati Uniti sui matrimoni gay.
Meno male che l’Oscar non è stato vinto da Brad Pitt. Bravissimo, ma con il trucco digitale e dei bravi truccatori (vedi gli oscari tecnici vinti dal film “Il Curioso Caso di Benjamin Button”), sono tutti capaci di recitare la parte dei vecchi.
Un altro mito è il regista Gus Van Sant (inquadrato a 2’20” del filmato), un regista dalle scelte non facili, e spesso radicali. Era in lizza per il miglior regista, ma forse è troppo radicale per vincere.
Per quanto riguarda lo sceneggiatore Black, uno dei volti inquadrati che piange in platea, è omosessuale, ed ovviamente per lui questo film ha significato qualcosa di più di un paio di ore fatte per pensare.
In totale questo film ha preso due oscar, su sette nomination.

Premio Oscar per il miglior film: “The Millionaire”.
Premio Oscar al miglior regista: Danny Boyle per “The Millionaire”.
Premio Oscar per la miglior sceneggiatura non originale: Simon Beaufoy per “The Millionaire”.
Premio Oscar per la miglior fotografia: Anthony Dod Mantle per “The Millionaire”.
Premio Oscar per il miglior mixaggio sonoro: Ian Tapp, Richard Pryke and Resul Pookutty per “The Millionaire”.
Premio Oscar per il miglior montaggio: Chris Dickens per “The Millionaire”.
Premio Oscar per la miglior canzone: “Jai Ho”, musiche di A.R. Rahman per “The Millionaire”.
Premio Oscar per la miglior colonna sonora: A.R. Rahman per “The Millionaire”.

Il film ha ricevuto complessivamente dieci nomination ed otto oscar, ed è stato l’indubbio dominatore della serata.
Otto oscar per un film un po’ fuori dalle righe, con un altro regista, Danny Boyle, dalle scelte non sempre facili e standardizzate (anche se meno di Gus Van Sant). Certo, a questo mondo è più facile vincere un oscar con un film buonista, che con un film puramente provocatore come “Trainspotting”, ma onore al merito comunque. L’oscar se l’è meritato, ma a mio parere quast’anno quello per il regista era uno degli oscar più combattutti.
In tempi di crisi economica, ha fatto manbassa di premi un film che parla di ricchezza e povertà in modo originale. Ieri al Tg1 ne hanno dato annuncio come prima notizia della giornata, come se questo film da solo potesse sistemare le schifezze di Wall Street e compagine. Peccato che sia un film sottilmente critico, forse qualcuno non se n’è accorto.
Sono comunque seguite polemiche (non del tutto sbagliate), sul fatto che fare film in India costa poco, e molta gente va lì, fa film, diventa ricca e famosa, per poi lasciare tutto com’è. Forse il Tg1 non si è accorto neppure di questo fatto, quando faceva vedere i bambini di Mombay, che nel film appaiono come comparse, contenti per l’oscar vinto in modo virtuale.
In Italia “The Milionaire” è stato mantenuto nelle sale lo stretto indispensabile per non dare troppo fastidio ai film scemi di Natale. Ora ci tornerà (si spera).

Premio Oscar per la miglior Scenografia: Donald G.Burt e Victor J. Zolfo per “Il curioso caso di Benjamin Button”.
Premio Oscar per il miglior trucco: Greg Cannom per “Il curioso caso di Benjamin Button”.
Oscar per i migliori effetti speciali: Eric Barba, Steve Preeg, Burt Dalton e Craig Barron per “Il curioso caso di Benjamin Button”.

Tre oscar tecnici per questo film di quasi tre ore, che comunque merita di essere visto.
Come ho specificato prima, giustamente l’Academy ha deciso di premiare i supporti tecnici che hanno permesso di far recitare a Brat Pitt la parte dell’ottantenne che ringiovanisce, e non viceversa. Una scelta sensata.
Tratto da un racconto di Fitzgerald, il film è un piacevole filmone che punta a mettere molta carne al fuoco sul tema del tempo che passa inesorabile. Il regista David Fincher, che in passato ci ha abituato ad indicibili orrori, o a provocazioni “moralmente ignobili”, ora cambia stile, genere e morale. Di sicuro ha perso la verve profondamente anarchica, e questo è un peccato, ma è uno che si sa calare nella parte che gli viene richiesta, in questo caso quello del filmone per tutti, spettacolare dove serve, o divertente, drammatico ed infine romantico.
La fotografia è eccezionale, di quelle che riempiono gli occhi, ma non ha vinto nulla. Il montaggio pure, e non ha vinto nulla. I premi vinti sono tutti meritati. Un film tecnicamente perfetto, insomma, ma forse per questo risulta un pochino freddo per fare breccia nel cuore.
Il finale ha comunque una originalità tutta sua, che ha fatto sì che molti spettatori non si alzassero subito dalla sedia, una volta finito il film. Il che è sempre un buon indice…

Premio Oscar per il miglior film d’animazione: “Wall-E”.
Scontato, anzi scontatissimo. Mi sarei offeso io per primo se avessero avuto il coraggio di dare il premio a qualcun’altro. Per quanto mi riguarda Wall-E è uno dei migliori film di animazione di sempre, forse meno “per bambini” di altri, ma più dedicato agli adulti, vista la notevole quantità di spunti di rifelssione che offre.
La Pixar si conferma la casa di produzione capace di fare scelte alternative e anche meno remunerative. Infatti mentre Kung Fu Panda o Madagascar 2 hanno spopolato nei botteghini di tutto il mondo, Wall-E ha incassato assai meno. Le scelte meno accattivanti si pagano, ma la poetica che ci sta dietro resta.
E anche la critica di un mondo che rischia di diventare molle, inquinato e brutto, perchè gli uomini stanno via via diventando stupidi. Critica che a tratti diventa feroce, soprattutto quando si insinua il sospetto che se l’uomo sta diventando così stupido ed inumano, allora saranno le macchine, paradossalmente dotate di più cuore di noi, a salvarci. Un messaggio quasi Dickiano…

Premio Oscar per il miglior film straniero: il giapponese “Departures”.
Ed ecco la grande sorpresa. Ovviamente non posso giudicare la qualità del film in questione, non essendo ancora arrivato in Italia, ma mi viene voglia di sottolineare come il grande favorito “Valzer con Bashir”, il film israeliano che avrebbe dovuto vincere a mani basse questa statuetta, sia restato a bocca asciutta.
I più malevoli sostengono che certi film stranieri (tra cui “Gomorra”), siano stati esclusi per non far avere un vero concorrente a “Valzer con Bashir”, ma preferisco non crederci. In ogni caso pare non abbia funzionato.

Altri premi nettamente minori:

Premio Oscar per il miglior cortometraggio d’animazione: Kunio Kato per “La Maison en Petits Cubes”.

Premio Oscar per il miglior cortometraggio: Jochen Alexander Freydank per “Spielzeugland (Toyland)”.

Premio Oscar al miglior documentario: James Marsh e Simon Chinn per “Man on wire”.

Premio Oscar al miglior cortometraggio documentario: Megan Mylan per “Smile Pinki”.

Il Cavaliere Oscuro

Wednesday, August 27th, 2008 by

Eccomi qui, riapprodato a qusto blog dopo un anno di assenza, potevo esimermi dal riprendere le fila da uno dei film che ultimamente ha fatto parecchio parlare di sé? Vuoi perché secondo alcuni potrebbe battere ogni record di incassi, vuoi perché porta una sfiga pazzesca , vuoi perché c’è un’ombra che lo sovrasta abbastanza inquietante, e non si capisce se lo è davvero, o è solo uno squallido esempio di marketing virale.
Insomma, è un film che ultimamente ha fatto parlare di sè, a torto o a ragione.

Essendone un sequel, ed essendo creato dalle stesse persone e dalla stessa produzione, molti dei commenti già espressi per Batman Begins restano validi: Batman è stato tante cose diverse nella sua storia, questo è giust’appunto un altro capitolo che ne aumenta la varietà.

Piccola premessa: non ho letto il fumetto “The return of Dark Knight” di Miller, da cui il film “dovrebbe” essere tratto. Immagino che comunque, conoscendo un poco Miller, di fama e per esperienza, il film non c’entri molto con le trame ed atmosfere del fumetto.
Detto questo, mi sento di aggiungere solo due cose ai commenti già espressi, una riguardante il regista, ed una riguardante il film.

Il regista: Chris Nolan, è uno che ci sa fare. Ci sa fare all’ennesima potenza quando ha una idea originale e la porta avanti con coerenza e talento fino alla fine.
Sembra che ci sappia fare un po’ meno quando è vincolato da un film che vuole essere di forte richiamo (diciamo pure commerciale, con l’ambizione di essere un Top10). Stavolta fa le cose un po’ meglio rispetto al seppur sufficiente Batman Begins: le atmosfere a tratti sono più scure, come giustamente dovrebbe essere, calca un po’ di più la mano quando serve. Niente a che vedere con Miller, comunque.
Purtroppo siamo ancora a New York, e non a Gotham City. Una New York nei giorni nostri, a combattere contro i terroristi (sic! Onde evitare che uno si faccia idee sbagliate, così viene definito un paio di volte esplicitamente il nuovo Joker!), contro un male oscuro e senza forma, che colpisce senza motivo e senza spiegazione, e a cui non ci si può arrendere.
I tempi segnano le cose, anche i film di Tim Burton sono ormai fuori tempo e lontani anni luce.
Tuttavia, nonostante questo adattamento ai tempi che corrono, mi sento di dire che stavolta ci siamo, finalmente dopo tanti episodi infelici, finalmente un Batman in grado di competere coi primi episodi, che restano comunque quelli più azzeccati.
Peccato che, al di là dei tempi che corrono, anche lo “svolgimento” sia troppo vicino a quello degli anni 2000, ovvero troppo preoccupato a creare spettacolo, che non a creare atmosfera. Gli inseguimenti con Batman a cavallo della BatMoto (dopo l’Hummer corazzato, era difficile fare peggio, ma ci sono riusciti), sono molto spettacolari, probabilmente ricreati al computer in buona parte vista la spettacolarità delle scene, ma sono TROPPO finti e TROPPO inverosimil, sono inutili, servono solo ad appagare le persone che nei tempi della computer graphic, chiedono e petendono che la computer grapich gli mostri cose che nemmeno possono immaginare, e non c’entrano una mazza con Batman: sono anch’essi un segno dei tempi che cambiano.
Le atmosfere, queste sconosciute!, si possono creare in tanti modi. Rimettere Batman a Gotham City senza lasciarsi andare a velleità spettacolari avrebbe di certo facilitato il compito, ma per fortuna ci sono altre scelte di regia che aiutano a “creare atmosfera”, soprattutto quando sottolineano senza mai perdere un colpo tutta la follia e l’alienazione di uno dei suoi protagonisti: il Joker di Heat Ledger.

E qui arriviamo al secondo punto, ovvero al Joker attorno a cui praticamente ruota tutto il film, e che ruba la scena in ogni istante a Batman (oltre al fatto che anche Michael Caine, Morgan Freeman e Gary Oldman lo fanno, per la loro consueta bravura). Bene hanno fatto gli autori a non intitolare il film “Batman – The Dark knight”, perché a conti fatti non sembra essere un film su Batman, bensì su Joker, c’è poco da girarci in giro.
Un Joker che è presente anche quando non c’è, un Joker che non è più un super-criminale da fumetto, ma diventa di tutto e di più… diventa un terrorista, diventa un perfido carnefice macellaio (altro che fumetto), diventa l’essenza del male indecifrabile, diventa un vero e proprio agente del caos mandato sulla terra per farne polvere (e possibilmente divertirsi un sacco nel farlo). Schiacciante è la filosofia che lo guida, semplice ma abominevole:

“Lo sai qual è la cosa bella del CAOS? Che è equo…”

E’ forse la battuta più fulminante del film, e non è uno scherzo: il Joker vuole un mondo che abbia almeno una certezza; un mondo senza disuguaglianze e senza torti, perché il caos non guarda in faccia nessuno e non fa favori a nessuno… è giusto. Viene trasformato in una sorta di giustizia primitiva ingovernabile dagli uomini, ma proprio in quanto tale, più giusta di qualsiasi altra cosa l’uomo possa creare. Questo è sicuramente il punto di forza di tutto il film.
Heat Ledger e Chris Nolan, ciascuno nel proprio ruolo, fanno bene la loro parte. La sensazione sgradevole che approda nella testa dello spettatore, nell’incalzare degli eventi e di una trama che non risparmia colpi di scena, è che l’obiettivo del caos sia stato raggiunto, perchè in um modo o nell’altro vengono sempre a mancare punti fermi. Perfino la macchina da presa spesso “svolazza” in modo inquietante, quando inquadra il Joker (memorabile la scena con Joker appeso a testa in giù, ed inquadrato a rovescio).

A mio parere Heat Ledger può puntare a vincere la sfida tra Joker. La sfida tra Tim Burton e Chris Nolan non è nemmeno ipotizzabile, non c’è storia, ma quella tra i due Joker sì, per me ci sta tutta e se ne può discutere.
Forse da vivo non avrebbero mai dato un oscar a Ledger, come pare vorrebbero fare da morto. Anche questo purtroppo, temo sia marketing…

Il film, comunque, non contiene sono questa tematica di punta. Anzi, forse c’è troppa carne al fuoco, e spesso troppo poco sviluppata.
Ad esempio il tema del “doppio” con l’evoluzione drammatica di Harvey Dent da integerrimo procuratore distrettuale (un baluardo del bene) a rappresentante integrale del male e a sua volta agente del caos al pari di Joker, nel personaggio di Duefacce, forse meritava un film a parte anziché essere “buttato via” con mezz’oretta scarsa di film, come fosse un compitino di scuola infilato in un film che si preoccupa per tutto il tempo di dare risalto a ben altro…
Invece discreto risalto è stato dato al tema della manipolazione dell’opinione pubblica. Il film dice cose già note, ma lo fa bene: spiega come il popolo abbia bisogno di un nemico, possibilmente governabile e che non abbia nulla a che fare col “caos” (troppo equo e troppo sfuggente per piacere a chi comanda) e di qualcuno pronto a combatterlo con prontezza.
Siccome l’eroe deve essere eroe fino in fondo (è pur sempre per tutti i super-eroi una questione di poteri e responsabilità, di cui grande esponente è Spiderman), anche quando non si tratta di apparire come tale, ecco aprirsi il finale azzeccatissimo e amaro, molto amaro. Così amaro che non a tutti è piaciuto, e ha fatto dire a più di una persona che conosco che questo “non è lo stesso Batman di sempre” o che è un “Batman senza palle”. Eppure temo proprio che non sia così, e che essere eroi per davvero voglia dire anche questo. Ma è una cosa difficile da capire nella società dell’apparenza in cui vivamo.
Ce lo diceva Orwell, ce lo ripete Batman. Il nemico a volte non è un nemico, un eroe non sempre sembra un eroe, e ciò che sembra un eroe non è detto che lo sia. Trovo sia giusto essere delusi ed amareggiati per quella che potrebbe essere una verità che non impariamo mai a comprendere, proprio perchè il mondo dei media e chi ci governa continuano a propinarci un’altra verità assoluta, che i nemici sono sempre molto nemici, e gli eroi sono sempre molto eroi.

I segreti di Brokeback Mountain

Tuesday, February 7th, 2006 by

Io che credevo di vedere una sciocchezza hollywoodiana mi sono trovata di fronte a un film drammatico, toccante, crudo che mi ha lasciato senza parole alla fine della proiezione e zeppa di pensieri per giorni.
Innanzitutto è un film ben fatto: scene naturali mozzafiato, paesaggi incantevoli e struggenti, dialoghi intensi, un buon doppiaggio, riprese sempre perfette, nessuna volgarità, nemmeno nella scena più intensa, il primo incontro sessuale che pure è al limite della violenza.
Ma a fare la differenza sono le interpretazioni e la storia in sè. I due cowboy, Jack e Ennis, che si incontrano mentre sorvegliano un gregge di pecore, sono perfetti, non so quanti altri eterosessuali avrebbero potuto interpretare tanto bene due omosessuali. La scoperta della reciproca attrazione avviene in modo crudo, una scena che lascia senza fiato, la sala intorno a me s’è bloccata in un respiro mozzato univoco. E non succede spesso purtroppo.
Da essere umano posso dire che esco dalla sala con un’idea rafforzata: l’amore, l’affetto, l’attrazione tra due persone non ha nulla a che vedere con la razionalità, con quanto stabilito da leggi umane o ipotizzate divine, nasce e vive spontaneo senza un senso apparente.
Da donna vi racconto di essermi commossa, senza lacrime umide, di fronte alle evidenti difficoltà che una relazione del genere deve affrontare, perchè questa è un’ingiustizia profonda. Comunque la si pensi al riguardo. Mi sono commossa per quanto l’affetto e la passione sono ben raccontati, mi sono fatta trascinare in questa storia di attrazione sconvolgente, tale da farti perdere la testa. Questa è la passione sincera, giusta, sempre.
Poi mi sono incazzata perchè l’idea che un uomo (o una donna) possa costruirsi un alibi grande quanto un matrimonio con figli per coprirsi le spalle, per opportunismo, per cercare di nascondere a se stesso le proprie sensazioni è tristissimo. E’ terribilmente ipocrita. Non lo scopro ora, ma balza all’occhio durante la proiezione; i nostri sono eroi moderni, con tanti problemi e altrettanti difetti. Molto veri.
Si diceva con amiche che forse gli uomini sono più promiscui per natura, cioè tendono ad avere più partner (omo o etereo che siano). In fondo la loro funzione in natura è solo spargere del seme, in questo la natura ha costruito bene le sue creature. Non ha fatto i conti coi sentimenti, forse non erano previsti. E sono questi ultimi a giocare il ruolo importante; non è questa una storia boccaccesca di due gay su cavallo. E’ un’intensa rappresentazione dell’amore, dell’irrazionalità, della paura, della generosità, dell’affetto, e soprattutto del bisogno assoluto dell’altro.

“non c’è mai abbastanza tempo, mai abbastanza …”

Curiosità_ la moglie di Ennis, sua partner nel film e nella realtà, sembra abbia costretto i due cowboy a ripetere più volta una delle scene più intense, un bacio appassionato a cui la moglie, fino ad allora ignara, assiste per errore. Questo poter essere perfettamente dentro la sensazione che ogni donna proverebbe scoprendo tale tradimento, e per rendere assolutamente credibile quel bacio. Non so se è merito di tante ripetizioni, ma quella scena è perfetta.
Non perdetelo.

I fratelli Grimm e l’incantevole strega

Thursday, November 17th, 2005 by

Io vi do un consiglio: risparmiate questi euro, investiteli in un’altra pellicola, seriamente.
I Fratelli Grimm è un minestrone, ma di quelli che non son venuti bene, attaccaticci al fondo del pentolone, che sanno un po’ di bruciato.
L’idea è divertente: i due fratelli girano per la Germania dominata dai francesi disinfestando cittadine e paeselli dalla paura per i fantasmi messi in azione da loro stessi. Guadagnandosi il pane furbescamente.
Il minestrone diventa lungo e troppo variopinto dopo una mezz’oretta di pellicola. I nostri eroi scanzonati vengono investiti di un compito importante, svelare il mistero che regna dietro la scomparsa di alcune bambine in un villaggio sperduto, umidiccio e inospitale.
Da qui in poi i personaggi delle fiabe cascano dentro il film a valanga, in alcuni casi a sproposito, come se avessero fatto un elenco e li avessero buttati in campo a caso. Iniziano le scene più da “brivido”, si mescolano a scenette di semplice comicità.
E io mi sono chiesta che film stessi vedendo, comico? evocativo? una fiaba noir?
Non si capisce e non si capisce nemmeno perchè il tutto debba durare così a lungo.
La Bellucci, per gli estimatori, compare in poche scene, alla fine, chiudendo il film con poche emozioni ma restando di una bellezza imbarazzante.
Cattiveria: l’attrice italica recita in inglese, si vede dal labiale, ma in Italia è stata doppiata … non da se stessa. Qualcuno ha avuto pietà per le nostre orecchie. Grazie almeno di questo.

Cavaldi (a proposito della lingua tedesca):
Come potete parlare questa lingua? Ogni parola sembra un’esecuzione.