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Posts Tagged ‘Steven Spielberg’

Riflettere su A.I.

Sunday, May 3rd, 2009 by

Ieri sera ho rivisto A.I. -Artificial Intelligence- di S. Spielberg, dedicato a S. Kubrick. Com’era accaduto la prima volta mi ha lasciato parecchie domande a cui non é facile trovar risposta.
Una però esula dell’etico e dal personale, quindi la riposto qui: perché questo bel film non é rimasto nei cuori e soprattutto nelle teste delle persone come, per esempio, E.T.? per restare nel campo di Spielberg.
Perché non è divenuto memorabile come avrebbe dovuto?
Perché tocca un argomento difficile quale un robot come surrogato di un figlio, mi si suggerisce. Forse.
Oppure perché non siamo pronti a prenderci la responsabilità di amare una macchina?

Non so rispondere, però é un vero peccato, questo é uno dei migliori film sull’argomento. Peccato anche che Kubrick non abbia potuto partecipare alla realizzazione, sarebbe stato interessante vedere dove ci avrebbe portato il suo genio.

Il Tomatometro delle Trilogie

Saturday, March 14th, 2009 by

E’ un classico delle discussioni tra fan, capace di scatenare liti ferocissime e faide sanguinarie, o più semplicemente di far passare intere serate sparando cazzate a raffica: quale degli episodi di una serie è il migliore e quale il peggiore?
Sono questioni, come tutti sappiamo bene qui, di fondamentale importanza e per questo motivo qualcuno ha deciso di affrontarle “scientificamente” creando il “tomatometro”. In pratica, usando gli indici di Rotten Tomatoes come un mega-sondaggione per trovare il consenso (o almeno la media dei consensi) tra i fan.

Il risultato è a volte scontato, a volte meno: nonostante il luogo comune voglia che la qualità degli episodi vada decrescendo nel tempo, questo non è sempre vero. Per esempio, l’episodio n.2 di Guerre Stellari (che, a causa dei disturbi mentali del signor George Lucas, sarebbe in realtà il n. 5) è generalmente considerato il migliore. O in altri casi, come Indiana Jones o Ritorno al Futuro, il n.3 è superiore al n. 2 (anche se raramente al n. 1). E ci sono rari casi in cui la serie ha quasi tenuto la stessa qualità per tutti e tre i film (tipo Il Signore degli Anelli, anche se l’episodio 2 ha ottenuto leggermente più voti). Poi si rivelano le volgari operazioni di cassetta (e cassa): Spielberg è praticamente un caso clinico in queste cose: Jurassic Park 2 e 3 sono per caso serviti a pagare le fatture del numero 1? Anche se il caso più drammatico è forse quello di Rambo, i cui episodi successivi non hanno praticamente nulla a che fare con il primo film.
E’ poi interessante la valutazione del Padrino, la cui qualità crolla miseramente con la Parte III. Coppola, come è ben noto, aveva concepito la storia in due parti e ha sempre candidamente ammesso che la Paramount lo “ricattò economicamente” per fare la terza parte. Che c’entra poco con il romanzo di Puzo, ha una storia più radicata nell’attualità e sarebbe, comunque, un gran bel film se non dovesse confrontarsi con i due capolavori che l’hanno preceduto.

Munich

Monday, March 20th, 2006 by

Non posso dire che l’ultima opera di zio Steven mi abbia deluso. Non posso nemmeno dire che mi abbia entusiasmato.
Tecnicamente (quasi) perfetto (come sempre), solo che, conoscendo lui e il soggetto così politicamente sensibile, mi aspettavo un approccio un poco più emotivo. Invece è didascalico, quasi freddo. Diciamo anche che Eric Bana piacerà pure alle donne, ma non è proprio questo attorone, il che non aiuta di certo.

Spielberg è un regista troppo esperto perchè questo non sia un effetto voluto, per cui la mia impressione è che parli di Israele, ma stia parlando all’America. In piena “guerra al terrore” (qualunque cosa voglia dire) e con un paese sconvolto dagli scandali di torture, intercettazioni illegali, campi di concentramento e via discendendo nell’orrore, Spielberg sembra voler dire: “guardate che di qua non si va da nessuna parte, rischiamo di fare la fine di israeliani e palestinesi.” Purtroppo l’impegno politico lascia un pò in disparte il tema della vendetta che con il suo groviglio di ambiguità, contraddizioni, sensi di colpa, tormenti interiori e passioni, si presta a elaborazioni artistiche notevoli (dal “Conte di Montecristo” in poi), che magari sarebbe stato un poco scontato, ma avrebbe aggiunto spessore alla storia.

Personalmente l’ho trovato molto più interessante dal punto di vista storico. La ricostruzione dell’assalto al villaggio olimpico, la pavidità dell’Europa pronta a scendere a patti coi terroristi per quieto vivere (e oggi ne paga il prezzo), l’isolamento e la fredda determinazione di Israele (incarnato in una grandiosa Golda Meir), le ambiguità dei rapporti tra l’OLP e i servizi segreti americani e sovietici nell’ambito della più ampia partita della Guerra Fredda, la strana relazione tra il terrorismo ideologico (RAF, Brigate Rosse) e quello nazionalista (IRA, OLP, ETA), la cialtroneria, allora come oggi, dei leader palestinesi. Tutti pezzi di storia e particolari che i dilettanti della politica nostrani preferiscono ignorare o, peggio, che non hanno mai saputo.

Per uno come Spielberg è una visione della politica e della storia sorprendentemente cupa e cinica, che rende abbastanza incomprensibili le polemiche che hanno investito Munich. Qua non si fa del “relativismo etico”, non si fa “apologia di terrorismo”, non si giustificano gli assassinii mirati. Neppure si fa del pacifismo. Al contrario, si prende pragmaticamente, anche se dolorosamente, atto del fatto che il mondo è una giungla dove vale la legge del più forte. La questione infatti non è tanto se sia morale o giusto, quanto piuttosto se sia utile uccidere il nemico (“Why should I cut my nails? They’ll only grow back again.”). Munich vorrebbe mostrare che così non si può che perpetuare la tragedia, ma ne viene fuori un quadro in cui la tragedia sembra cupamente inevitabile e, alla fine, l’unico che sembra aver capito come girano le cose è Ephraim, il cinico controllore del Mossad interpretato da un eccezionale Geoffrey Rush.
Inutile cercare la giustizia in questo mondo. Come diceva qualcuno, la Giustizia è appannaggio di Dio, privilegio dell’Uomo è la Vendetta.

You don’t want to share this world with us, then we don’t have to share this world with you.

War of the Worlds

Saturday, July 2nd, 2005 by

Diciamo subito che ogni paragone con Independence Day è non solo inappropriato, ma anche offensivo. Spielberg è pur sempre Spielberg, e, per citare un critico del New York Times, non sempre fa dei bei film, ma sembra costituzionalmente incapace di fare dei brutti film. Che qua lo si consideri uno dei Grandi non è un mistero. E’ un mistero invece perchè continui masochisticamente ad arruolare Tom Cruise, che oltre ad essere ormai del tutto fuori di boccia, non ha mai imparato a recitare. E uno mica può fare l’idolo delle ragazzine a vita. Oddio, il ragazzo ce la mette tutta davvero e un pò gli riesce, ma non è che debba fare molto altro che avere l’aria terrorizzata. Secondo problema, Dakota Fanning, la bambina più irritante che Hollywood abbia sfornato negli ultimi 20 anni. Una mocciosa di 8 anni con un nome da pornostar che sputa sentenze nelle interviste neanche fosse Greta Garbo. Una che, al terzo strillo, speri che al prossimo le esploda la testa come nei cartoni animati.

La storia, nata come atto d’accusa dell’imperialismo britannico, è inevitabilmente un pò datata (dopotutto ha quei 100 e rotti anni), ma anzichè pasticciare per aggiornarla, Spielberg la trasforma in una grandiosa allegoria delle paure dell’America moderna (che poi è quello che è sempre stata in tutte le sue reincarnazioni moderne, fin dai tempi della mitica trasmissione di Orson Welles). Dubito che War of the Worlds sarebbe stato fatto (o fatto così) prima dell’11 settembre. Spielberg l’ha detto esplicitamente, ha cercato di rappresentare i sentimenti e le angosce di chi è attaccato senza motivo da un nemico incomprensibile, crudele e invidioso. Non si può trattare con questo nemico, non si può combattere contro di lui, si può solo morire, senza neppure sapere perché o cosa vuole. E questo è ottenuto in modo magistrale, tagliando corto sull’introduzione (il nemico arriva e uccide, senza avvertimento, senza provocazione), e facendo immaginare più di quello che fa vedere (le bellissime e agghiaccianti scene dell’aereo, del treno e soprattutto della battaglia). Anche il finale, uguale all’originale di H.G. Wells, ha un significato politico. Siamo deboli, ma vinceremo la guerra perché il nostro sistema è forte, anche se non sembra. Naturalmente il nemico non sta solo fuori, ma anche dentro di noi ed è forse più insidioso. E’ la stessa natura umana, egoista, miope, cattiva, incapace di solidarietà. Non è un tema nuovo, ma è una visione sorprendentemente pessimista per uno come Spielberg.
Però, accidenti, si arriva quasi alla fine quando il film comincia ad andare a pezzi. Troppa fretta, troppa approssimazione, e un inutile lieto fine forzatissimo. Come diceva Angelina Jolie in Mr. & Mrs. Smith, happy endings are just unfinished stories. Peccato.

Curiosità: nella scena dell’incidente aereo (riferimento all’11 settembre?) sembra che sia stato usato un vero 747. A quanto pare ricostruire un aereo schiantato costa più che farlo davvero schiantare a terra. E le valigie verrebbero dall’ufficio oggetti smarriti dell’aeroporto di Los Angeles. Bello sapere che, quando ti perdono i bagagli, in qualche modo poi vengono usati.

This is not a war. This is an extermination!