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Bowling for Columbine

June 10th, 2005 by

Non posso inaugurare questo blog che con un film un pò fuori dal comune che mi è arrivato da una persona fuori dal comune (o fuori di testa fate voi).

Michael Moore è probabilmente uno dei registi meno capiti del mondo. L’intellighenzia europea nel suo spocchioso snobismo anti-americano a priori trova nei suoi lavori la conferma dei suoi pregiudizi, paradossalmente facendo lo stesso ragionamento dei conservatori duri e puri della destra americana. Ma Moore non è nè anti-americano nè poco patriottico, anzi è per molti versi il prototipo dell’americano medio. In Bowling for Columbine prende spunto dal massacro della Columbine High School (a Littleton, Colorado, il 20 aprile 1999 due ragazzi entrarono nella loro scuola armati di fucili mitragliatori e uccisero 13 studenti prima di suicidarsi) per discutere questioni scottanti e delicate, le armi e la violenza cronica della società americana. Che sia un regista con i controattributi si vede: montaggio magistrale, ottima scelta di scene d’archivio, gran commento musicale, provocazioni intelligenti e una buona dose di (auto)ironia, che non guasta mai. Ma il problema non è facile e si perde un pò per strada.

Moore non sembra mettere in discussione l’idea che il possesso di armi è un diritto civile, concetto che l’europeo medio trova incomprensibile ma che è saldamente alla base della democrazia americana, e si concentra piuttosto sulla relazione tra armi e violenza (perchè in America ci sono più omicidi per arma da fuoco che in tutto il resto del mondo civilizzato?), sul controllo delle armi (un conto è avere un fucile, un altro avere un mitragliatore pesante) e sul problema dell’accesso alle armi per i minorenni. Durante una visita in Canada, Moore riesce con poche scene (mitica la visita al ghetto e il giro per i quartieri di Toronto a verificare che le case non sono chiuse a chiave) a distruggere tutta una serie di luoghi comuni e sentenze propagandate da scribacchini da quattro soldi e psico-sociologhi del week-end e arriva direttamente al cuore della questione, introdotta da una serie di interviste a Marylin Manson, al creatore di South Park (che fa una interessante e spietata critica al sistema scolastico) e al produttore di Cops: il razzismo latente della società USA, il sensazionalismo e la violenza dei media, il business della paura che fa tanto comodo a imprese e politici (soprattutto dopo l’11 settembre).

Ma a questo punto perde la bussola. Perchè il discorso del razzismo andrebbe approfondito (non ci sono razzisti in altri paesi?), perchè manca di notare che i mezzi di informazione si comportano nello stesso modo dappertutto, perchè fa confusione tra la violenza dei privati e quella degli stati (che c’entra la guerra in Kosovo col massacro della Columbine?), ma soprattutto perchè si perde in una serie di discorsi sulla povertà, la disoccupazione e il degrado sociale di certe parti degli USA, che contraddicono quasi tutto quello che ha detto e mostrato in precendenza. Oppure scade direttamente nel populismo di bassa lega insinuando una improbabile relazione tra il Ku Klux Klan e la National Rifle Association o andando alla sede della Kmart per convincerli a non vendere proiettili nei loro supermercati (una scena che assomiglia in modo imbarazzante a una puntata di Striscia la notizia).

Alla fine ti lascia così, come altri lavori di Moore. Con un sacco di domande che ti frullano per la testa, pochissime risposte e anche un pò l’impressione che il regista, non sapendo più cosa dire, ha finito per fare un pò di confusione. Anche se, a volte, conoscere la domanda è più importante che conoscere la risposta.

I use the pen, because the pen is mightier than the sword. But you must always keep a sword handy for when the pen fails.

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