Archive for the ‘storico/biografico’ Category

IL colossal

Sunday, April 4th, 2010 by gin

Giorni fa noi si e’ visto un filmone, un classico che piu’ classico non si puo’, un must see movie, insomma un colossal, o meglio IL COLOSSAL!
Quattro ore di film, costumi, azione ma non tantissima, scenografie immense, scene di massa, trucco, parrucco, attoroni … tutto quanto perfetto, sempre quattro ore pero’! Si discuteva che nessuno fa piu’ film di questa durata perche’ nessuno, tranne noi pazzi cinefili, starebbe al cinema per tanto tempo concentrato per qualcosa senza effetti speciali alla Avatar. Dicevo che nessuno lo fa piu’, anche quel folle di Stanley Kubrick non faceva piu’ roba lunga quattro ore, Robsom mi interrompe:
“No, e’ vero non durano quattro ore, ma a dirla tutta certi film di Kubrick sembrano durare anche il doppio!”

Per non tirarla per le lunghe, abbiamo visto Cleopatra, del 1963, e che devo dirne? che il termine colossal e’ l’unica cosa che lo descrive adeguatamente. Non saprei dirvi quanto sia storicamente accurato ma dal punto di vista cinematografico e’ da vedere. Scenografie in 3d, nel senso che i palazzi son proprio li, i costumi sono veri e sembrano d’oro, le corazze dei romani vissute, i senatori romani in sandali e tuniche bianco/rosse, le vestali di Cleopatra, il bagno e i massaggi, il suo noto pudore (?) … non manca niente e niente fa rimpiangere il 3d o gli effetti computerizzati, che sono una meraviglia, non fraintendete, ma sapere che c’era gente in grado di fare cose reali e perfette fa piacere.
Il film e’ la storia della regina, dei suoi amori guidati all’inizio da saggia ambizione, da astuto calcolo, quando decide di essere la moglie egiziana di Cesare e soprattutto colei che lo spinge verso ambiziosi sogni. Poi e’ la storia della sua passione romantica e incoscente con MarcoAntonio, della fine tragica del loro amore e del suo regno. Due film, a dirla tutta cosi voleva il regista ma la produzione decise per una sola uscita, peccato.
La Taylor, giovane attrice all’epoca, e’ stata una scelta perfetta nonostante la sua cagionevole salute, insieme a molto altro, abbia causato il lievitare dei costi del film e l’allungarsi dei tempi di produzione. Ok, quando una e’ dotata di quegli occhi viene facile fare Cleopatra, che dire? mi sarei innamorata pure io fossi stato Cesare.
Il personaggio Cesare batte il personaggio Antonio, ma si sa che io a volte sono cerebrale e Antonio non era proprio astutissimo, convenite? Degli attori che dire? Richard Burton e Rex Harrison, grandiosi in due figure cosi diverse e complicate.

TRIVIA e altro
Sapevate che fino a Titanic questo e’ stato il film piu’ costoso della storia? 35 mln di dollari.
Che il primo regista ad un certo punto a mollato tutto perche’ non ce la faceva piu’?
Che il secondo regista per finire in tempi “ragionevoli” si faceva di anfetamine e dormive tre ore a notte?
Che la Taylor durante le riprese ha avuto: meningite, polmonite, una tracheotomia d’urgenza …?
Che nel primo anno di riprese solo 10 minuti di pellicola utile erano stati effettivamente girati?
Che le prime riprese dovevano essere effettuate nel 1960 a Roma ma non poterono per via dei Giochi Olimpici?
Che la critica lo stronco’ e fu un flop colossale (appunto) al botteghino?
Peccato perche’ per colpa di Cleopatra per rivedere un film sword and sandal abbiamo dovuto aspettare Gladiator e peccato soprattutto perche’ la grandiosita’ di questo film e’ indiscussa, i tre personaggi principali tengono incollati alla storia anche senza molte scene d’azione, due battaglie, il modo in cui vengono raccontati e’ acuto, i dialoghi intensi, l’amore sottointeso, una via perfetta per rappresentare la Storia.

Antony: Queens. Queens. Strip them naked as any other woman, they are no longer queens.
Rufio: It is also difficult to tell the rank of a naked general. Generals without armies are naked indeed.

Invictus

Monday, March 1st, 2010 by gin

Ho da dire alcune cose su questo film, inizio con la piu’ importante: andatelo a vedere! Ah, volete qualche motivo in piu’ del mio istinto? Ci provo.
Innazitutto andatelo a vedere perche’ Clint Eastwood raramente sbaglia. Poi perche’ c’e’ Morgan Freeman, lui e’ talmente Nelson Mandela che alla fine del film si fa fatica a distinguerlo dall’originale e non e’ il trucco e’ un’interpretazione perfetta. Infine, per restare sugli interpreti principali, c’e’ Matt Damon. Damon in pantaloncini corti che gioca a rugby … battute a parte, il ragazzo mi piace sempre di piu’ e non sono gli ormoni che parlano, la sua interpretazione e’ davvero buona.

La trama? e’ la storia romanzata di un fatto accaduto veramente. Nel 1995 i campionati mondiali di rugby si tenevano nella Repubblica Sudafricana, nella Rainbow Nation appena nata dopo la liberazione di Nelson Mandela e la sua elezione a Presidente. Nel Sudafrica in cui l’apartheid era da pochissimi anni terminato, il paese in cui le differenze sociali bianchi/neri erano inimmaginabili. La nazione poteva esplodere in una guerra civile, onestamente i neri avevano le loro sante ragioni per essere desiderosi di rivincita, per usare un eufemismo. Non staro’ qui a discutere sulla figura di Mandela, nessuno e’ perfetto e di torti ne sono stati fatti, ma evitare un genocidio non e’ una cosa da poco, mi pare.
Il film racconta come Mandela riusci’ anche attraverso questo campionato di rugby ad avvicinare le due frazioni del suo popolo. E lo racconta in modo esemplare, toccando ogni corda sensibile disponibile, facendovi sentire l’odio profondo maturato in anni di razzismo e al tempo stesso insegnadovi come fare un passo indietro a volte significa in fondo vincere. Toccanti le scene girate sull’isola-campo di prigionia che ha ospitato Nelson Mandela per 27 anni (ventisette!). Solo un uomo eccezionale poteva, una volta fuori da quella minuscola cella, lontano da quelle pietre da spaccare, decidere che non voleva vendetta.
E’ soprattutto un film sullo sport e sulla grande idea di un uomo. Retorico, certo, ma non credo volesse essere una biografia o una celebrazione dell’uomo.

Vogliamo poi parlare della colonna sonora? Eastwood non lo sa e soprattutto non gliene importa niente, ma mi ha fatto un regalo.
Rapida spiegazione: durante la 32sima edizione della Coppa America una delle imbarcazioni era un team sudafricano che si chiamava Shosholoza (la storia e’ interessante e italiana, se vi va qui). Shosholosa e’ una canzone tradizionale sudafricana, originariamente non aveva un carattere positivo, di gioia o vittoria, era un canto di lavoro. Io l’ho sempre trovata piena di energia e all’epoca della Coppa America tifavo per gli africani, per tanti motivi, ma anche solo per simpatia, colore, ingegno, design, coraggio e quella musica trascinante.
Bene, Clint ha pensato di farmi un regalo iniziando e chiudendo il film con questa canzone, divenuta nel tempo inno di gioia.

Aggiungo poi un’altra nota del tutto personale che poco ha a che fare col film o forse si. Il film e’ un bel ritratto dell’Africa, in senso generale, mi ha fatto risentire di quel vento polveroso, i bambini allegri che giocano a tutte le ore nel campetto della scuola o per strada, la loro divisa scolastica perfetta, le ragazze lucide come castagne, profumatissime e con quelle pettinature incredibili, i cani ovunque per strada, la dignita’ di avere poco ma goderselo fino in fondo, l’orgoglio di essere africani.
Colpita anch’io dal mal d’Africa? Non so, ma certo il film mi ha toccato anche questa corda.

Nota di merito al tocco poetico ed evocativo delle immagini di chiusura. Mentre dentro lo stadio si gioca la finale, fuori un bambino nero ascolta la cronaca dalla radio della macchina di due poliziotti bianchi in servizio. Tutta la sequenza di “avvicinamento” tra le due parti e’ simbolica e perfetta, commovente e illuminata.

Spiacente per chi lo vedra’ non in lingua originale, non voglio fare quella che se ne intende, ma una finezza di questo film si perdera’ certamente nella traduzione: l’accento sudafricano! Ammetto di aver fatto fatica a cogliere alcune parole, ma ne valeva la pena.
In molti hanno scritto che il film e’ lungo, sara’ che io ho Kubrick come termine di paragone, ma non ho avuto tempo di notarlo.

Nelson Mandela: Forgiveness liberates the soul. It removes fear. That is why it is such a powerful weapon.


Titoli di testa: non ci sono, sorpresa! Ma ci sono i titoli di coda, che diversamente dal solito meritano perche’ sono una carrellata di foto accoppiate: da una parte l’interprete (Freeman), dall’altra l’originale (Mandela). Scelta intelligente per un film che racconta di una storia vera.

Julie and Julia

Monday, September 28th, 2009 by gin

Consiglio: andate a vedere questo film subito prima o subito dopo una succulenta, ricercata e saziante cena, se no sono guai.
Questa pellicola fa venire voglia di imparare a cucinare, stimola costantemente senza pietà l’appetito, é pura droga per un blogger, essendo il film tratto da un blog, infine credo sia il primo o uno dei pochi film basati su ben due storie vere.
Le protagoniste sono due donne Julia Child e Julie Powell, entrambe pressoché sconosciute aldiqua dell’oceano.
Julia Child é più che famosa negli Stati Uniti per aver insegnato alle donne americane degli anni ‘60 come si cucina, in particolare come si preparano piatti della tradizionale cucina francese, grazie ai suoi libri e soprattutto grazie a fortunatissimi programmi di cucina in tv. L’origine de “La prova del cuoco” se volete, con una sostanziale differenza che potete notare guardando un video originale: Julia Child non confezionava piatti perfetti e in cucina non si comportava come lo chef che era, ma sbatteva piatti e pentole ovunque, dava consigli pratici, spiegava le cose come le avrebbe spiegate la vicina di casa, senza pretese e con molto divertimento. La fisicità imponente, il tono di voce peculiare e l’assoluta incapacità di prendersi troppo sul serio, hanno probabilmente contribuito a fare di lei un personaggio. Meryl Streep nelle sue vesti é meravigliosa, impazza in ogni scena e interpreta Julia alla perfezione, rendendole giustizia nella fisicità massiccia anche grazie a qualche trucco di scena e di inquadratura.
L’altra donna protagonista é Julie Powell, interpretata da Amy Adams, dipendente governativa, trentenne, sposata, con il desiderio di concludere davvero qualcosa per una volta nella vita. L’idea folle che le viene é quella di prendere il libro di Julia Child, darsi 365 giorni di tempo e in questo tempo realizzare tutte le ricette riportate, tenendo un blog su cui raccontare i risultati del progetto.
Questa é la seconda storia vera narrata nel film.
Le due donne sono raccontate intrecciando le loro vite perfettamente, tra momenti comicissimi: la prorompente Julia Child che si iscrive all’esclusiva e compassata scuola parigina per chef “Le cordon bleu”, l’esile Julie che litiga con le aragoste, accanto a momenti di difficoltà profondi.
Due ore di film che scorrono senza momenti di noia, tra parecchie risate e molto, moltissimo cibo.

Se ci fate caso noterete che in generale é difficile far vedere persone che mangiano facendovi venire voglia di mangiare, perché spesso mangiare non é un atto elegante, lo stesso per le operazioni di cucina; qui invece é tale il godimento espresso nel nutrirsi o nel preparare il cibo che vi viene davvero voglia di mangiare una torta al cioccolato con le mani o di passare qualche ora della vostra vita a preparare un boeuf bourguignon!

“Never, never apologize!”

The Queen

Sunday, March 8th, 2009 by gin

Con colpevole ritardo sono riuscita finalmente a vedere questo capolavoro. E dico capolavoro con convininzione: The Queen e’ un film da vedere assolutamente, che siate estimatori del popolo britannico o meno, e’ una storia vera ed e’ girato con un’attenzione rara.
Il film racconta della settimana peggiore per la monarchia inglese, la peggiore diciamo degli ultimi 10 anni: la settimana seguente alla morte di lady Diana. Non corro rischi di spoiler, dunque, non c’e’ nessuna trama nascosta nella pellicola, nessun complottismo, per fortuna ci si trova solo molta eleganza.

Il film innazitutto ricorda che quello anno fu l’anno dell’incredibile vittoria politica di Tony Blair, il piu’ giovane primo ministro che l’Inghilterra abbia mai avuto, per giunta laburista. Nelle prime scene e’ palese il voler sottolineare la differenza tra la casa del futuro primo ministro e gli ambienti reali. Blair in una casa bella ma normale, piena di libri e di bambini, lui in t-shirt sportiva a seguire le news, la moglie a bofonchiare costantemente contro qualcosa, il disordine imperante e tipico di una casa vissuta. Poi l’ordine, la consuetudine, il rigore di Buckingham Palace dove la regina chiede al suo imperturbabile segretario personale notizie su questo futuro primo ministro, sul “suo” nuovo primo ministro. Il primo incontro tra la regina e Blair e’ da antologia, non so se la conversazione proposta sia la reale conversazione, non mi stupirebbe, in ogni caso molto molto british.
Arrivano le vacanze estive, la famiglia reale si trasferisce nella residenza di Balmoral, Scozia, e li riceve la notizia dell’incidente parigino di lady Diana.
La regina decide che non essendo Diana piu’ parte della famiglia reale in seguito al divorzio dal figlio Carlo, il funerale e tutto quanto ne segue non puo’ che essere affare privato della famiglia Spencer. Decide di restare in Scozia con il resto della famiglia, figli di Diana compresi.
Non so se sia vero, ma nel film si racconta che il principe consorte e il principe Carlo il giorno dopo la tragedia abbiano portato i figli di Diana a caccia. Non so voi, ma questa cosa m’ha lasciato perplessa. Va bene distrarli, ma a caccia? Boh? sara’ che io son plebea fino in fondo. In ogni caso e’ notevole in queste scene la figura della regina madre, molto piu’ che britannica, imperdibile fonte di battute, esattamente come pare fosse in verita’.
Le scene naturali nella tenuta di Balmoral sono molto suggestive. La regina in stivali di gomma alla guida di un fuoristrada malconcio che la lascia a piedi nel mezzo del nulla, e’ una scena da non perdere.

Il proseguo delle vicende e’ noto, il popolo che tanto amava Diana inizia a ostruire i cancelli di Buckingham Palace con migliaia di mazzi di fiori, una processione che diventa incredibile. La regina non si fa commuovere e resta dell’opinione che non ci sia alcun motivo per rientrare a Londra. Ci vorra’ tutta l’abilita’ di Tony Blair per farle capire che agendo in questo modo non fara’ che accrescere l’astio del popolo nei confronti della famiglia reale in questo momento di commozione popolare, arrivando a dire: “Per favore qualcuno salvi questa gente da loro stessi!” e dovendo mettere se stesso a difesa di quello che di meno laburista c’e': la famiglia reale.
Diana li ha battuti, da morta, ma la regina ha la forza, il coraggio, il carattere per riconquistare il suo popolo.
I reali rientrano a Londra e la regina concede funerali pubblici, una cerimonia ufficiale all’ex nuora.

Il film e’ molto accurato, si vede chiaramente l’attenzione prestata nell’essere il piu’ fedeli possibile alla verita’, dalle ambientazioni, alle conversazioni, ai costumi. L’idea di inserire brevi filmati televisivi autentici rende il tutto ancor piu’ realistico.
Gli attori sono tutti molto bravi, partendo dai minori direi che la moglie di Blair e’ resa ancor piu’ antipatica e saccente di quanto non sia in verita’, cosa non facile. Tony Blair e’ perfetto, impossibile non notare l’impegno dell’attore nel cercare di calibrare ogni movimento sul personaggio vero.
Tra le figure dei reali, l’unico che non mi ha convinto e’ Carlo, ha l’aria e il comportamento troppo intelligente, non e’ quello a cui siamo abituati. Poi c’e’ lei, Helen Mirren, non a caso premio Oscar per questa interpretazione, semplicemente strabiliante, l’unica cosa che non permette di confonderla fino in fondo con la vera regina e’ l’altezza, per il resto la sua capacita’ interpretativa e’ incredibile. Movimenti, accento, sorriso sarcastico, camminata, tutto e’ perfetto, tutto rimanda a Elizabetta II. Un’Oscar piu’ che meritato.

Un gran bel film, vedetelo se ve lo siete persi, magari in inglese.

The notorious Bettie Page

Wednesday, January 21st, 2009 by robsom

She knows what you want; she wants it, too.

E’ il novembre del 1947. Una sconosciuta ragazza del Tennessee scende alla stazione del Greyhound di New York. E’ in fuga da una famiglia difficile, da un ambiente povero e degradato e da un marito violento. La sua è una storia come tante, di occasioni mancate per un soffio (arriva seconda al concorso per una prestigiosa borsa di studio), e speranze deluse. E come tante altre è arrivata a New York per rifarsi una vita e inseguire il sogno di diventare attrice. Sembra l’inizio di una storia scritta da uno sceneggiatore a corto di fantasia, che non trova niente di meglio che ripescare tutti i luoghi comuni dell’American Dream. Invece, sta per iniziare una leggenda e, senza che nessuno se ne renda conto, una rivoluzione epocale.

Armata solo di un sorriso devastante, Bettie diventerà in pochi anni The Pin-Up Queen of the Universe, lancerà al successo Playboy (il cui fondatore continuerà ossessivamente per anni a cercare lei in ogni sua modella), sdoganerà l’erotismo “clandestino” fetish/bondage/sado-maso, e sgretolerà a colpi di tacchi a spillo il moralismo e l’ipocrisia della borghesia americana creando le premesse per la Rivoluzione Sessuale degli anni ‘60. Poi sparì, ma il suo revival negli anni ‘80 e ‘90 la trasformò, con la sua inconfondibile frangetta nera, in una delle icone pop più note del secolo, ispirando attrici e cantanti e portando alla (re)invenzione di un nuovo genere di spettacolo, il Burlesque.

Una donna notevole, la cui storia poco nota meritava di essere raccontata. Come ogni femme-fatale che si rispetti, Bettie Page era un mistero e una contraddizione: intelligente, ingenua, disinibita, repressa, femminista, tradizionalista e religiosa al punto da sfiorare il bigottismo, venne sballottata qua e là dalla vita mentre proiettava un’immagine di donna indipendente e padrona di sè, del suo corpo e della sua sessualità. Divenne lo stereotipo della pin-up, interpretando quell’impossibile tensione tra libertà e puritanesimo, malizia e innocenza, in modo così perfetto che sembrava fosse stato creato apposta per lei. Quasi incosciente del significato di quello faceva e inconsapevole del fatto che questa sua incoscienza la rendeva ancora più esplosiva.

Accanto alle foto da pin-up Bettie posava, senza vederne fondamentale differenza, per foto di bondage e sado-maso, allora proibite come oscene. Il successo fu travolgente, per un genere fino a quel momento clandestino, e non poteva non attrarre l’attenzione morbosa dei guardiani della moralità pubblica. Nel 1958, il “caso Page” venne affrontato dall’infame Commissione per la Delinquenza Giovanile del Senato, che si era autoincaricata di difendere la “sanità morale” dell’America e arrogata il diritto di decidere cosa fosse giusto, sano e normale.
Per Bettie forse non sarebbe cambiato niente: la sua vita aveva ormai preso un’altra svolta. Non ha mai rinnegato quello che ha fatto. Forse non lo ha mai capito davvero. L’ultima parola spetta a lei:

Bettie Page Bettie Page Bettie Page Bettie Page