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Archive for November, 2010

un’altro che se na va…

Tuesday, November 30th, 2010 by

Non so che dire: quest’anno è un’ecatombe e pare che quasi tutto quello che ho scritto su questo blog siano stati necrologi.
Ieri, Leslie Nielsen, uno che mi ha fatto ridere fino alle lacrime e questa è la cosa più bella che si può fare a qualcuno.
Oggi, Monicelli, di cui posso solo dire che è stato un grande, un vecchio bastardo cinico e rude come solo certi grandi toscani sanno essere.

Prometto che prima della fine dell’anno scrivo anche qualcosa che non sia un elogio funebre, ma c’è una cosa più personale che vorrei dire. Sia Dennis Hopper che Monicelli sono morti di cancro alla prostata, la solita bestia stronza. Uno è stato così aperto nel suo supporto e uso della marijuana per alleviare il dolore ai malati terminali, da finire nei guai con la legge e la ex-moglie. L’altro si è suicidato, presumibilmente per risparmiarsi una lunga agonia, che in un paese molliccio e bigotto sarebbe diventata il solito melodramma pubblico. Casualmente colpiti dalla stessa malattia, mi piace pensare che si siano trovati compagni nella lotta per il diritto a essere malati e a morire con dignità e senza sofferenza.
E che abbiano insieme alzato un gran dito medio a chi vorrebbe imporre a tutti la propria rivoltante cultura della vita morte e del dolore.

Come vorrei che venisse fuori un funeralone da fargli prendere un colpo a tutti e due quelli lì: e migliaia di persone, tutte a piangere, e corone, telegrammi, bande, bandiere, puttane, militari…

RED

Saturday, November 27th, 2010 by

Robsom: “Sento il bisogno di prendere a sberle qualcuno!
Io: “Andiamo al cinema, si vede RED, vedrai che aiuta.

E’ andata più o meno così che siamo finiti a vedere questo “sparatutto” tratto da un fumetto. Non ho mai sfogliato il fumetto, quindi non so quanto sia fedele, ma adesso son curiosa per cui lo verificherò.
Il film di per sè é una piacevole distrazione del mondo reale, una storia di ex CIA, i RED (retired extremely dangerous) che cercano di capire perchè qualcuno li vuole tutti morti. Un film ben fatto considerato il genere ormai molto sfruttato, con qualche effetto fumettesco, per esempio le cartoline introduzione delle diverse scene, molte piacevoli esagerazioni, parecchie battute ad effetto e un cast:

  • Bruce Willis, senza canotta d’ordinanza, ma sempre grandioso, quando fa l’innamorato é cosi “tenero”
  • John Malkovic, un pazzo meraviglioso, va in giro con un maialino rosa portapigiama
  • Morgan Freeman, vestito da generalissimo africano è spettacolare
  • Mary-Louise Parker, carina e svanita da morire, ovviamente finisce nei guai
  • Helen Mirren, la adoro, con quel suo modo così britannico di essere, immaginatevela in abito da sera lungo, bianco e … anfibi!
  • Karl Urban, direttamente da Star Trek, assai materassabile, anche quando Willis gli “riarreda” l’ufficio (e la faccia) a modo suo.
  • Come già detto: uno sparatutto ben fatto, potete aspettarlo in dvd naturalmente, ma se dovete scaricare una giornata pesante e non avete voglia di andare in palestra il cinema é li che vi aspetta.

    Marvin Boggs: Why are you trying to kill me?
    Frank Moses: Look, why would I be trying to kill you?
    Marvin Boggs: Because last time we met, I tried to kill you.
    Frank Moses: That was a long time ago.
    Marvin Boggs: Some people hold on to things like that.

    The Dam Busters

    Sunday, November 14th, 2010 by

    Sempre perché siamo nella settimana del Remembrance Day ho deciso di vedere questo film. Lo consiglio, se siete in vena di film di guerra un po’ diverso da quelli più recenti, in bianco e nero e ricco di inglesismi.
    La storia forse é nota, ed é una storia di tecnica, di scienza, di testardaggine, di coraggio e di follia.
    Durante la seconda guerra mondiale le dighe tedesche diventano un’obiettivo per l’esercito inglese. Come abbatterle? problema di non facile soluzione, pensiamo ai mezzi del ’43 e alle protezioni che ovviamente l’esercito tedesco poneva a difesa delle dighe.
    Lo scienziato inglese Barney Wallis ci si intestardisce e inventa, tra problemi burocratici, finanziari e logistici, una tecnica rivoluzionaria: le bombe a rimbalzo. Come quando si fanno rimbalzare i sassi sulla superficie di un lago. Solo che sono bombe e devono essere lanciate da una precisa altitudine (meno di 20 metri dalla superficie dell’acqua), ad una precisa velocità, da una precisa distanza per finire sott’acqua proprio alla base delle diga ed essere alla fine efficaci.
    Com’é finita lo sappiamo, ma il bello di questo film non é soltanto la storia, interessante e affascinante, il bello del film é che é un film inglese del 1955, si vede e ciò é un bene. Non ci sono esagerazioni, non c’é smisurata boria, non c’é retorica, ma ci sono determinazione, la voglia di farcela, c’è il cameratismo tra ufficiali misurato e discreto, c’é una scazzottata sfogo e ovviamente ci sono un mare di “cup of tea”. C’é la normalità di uno squadrone che si addestra senza sapere l’obiettivo finale, ci sono i momenti di preparazione: chi scrive una lettera, chi si rade, chi legge, chi gioca a carte … il tutto con la tradizionale e assoluta calma britannica, perché semplicemente questo era il loro ruolo e non c’era niente di stravagante o eccezionale in quello che stavano per fare.
    Oltre alla storia, che merita di essere ricordata, la cosa pregevole di questo film é proprio questa sensazione di normalità, di senso del dovere non esagerato e fanatico, una cosa così tipicamente britannica.

    Poi c’é la marcia dei DamBusters:


    Ragionavo con Robsom sull’incredibile mancanza di un remake di questo film, perché la storia é aimè perfetta per un’esagerato film in stile Mel Gibson. Sono andata a verificare e in effetti i diritti per un remake Gibson li aveva acquistati anni fa, poi per nostra fortuna li ha ceduti. Al momento quel genio di Stephen Fry sta lavorando allo script della nuova versione, made in UK. Speriamo bene.

    Dino

    Thursday, November 11th, 2010 by

    Oggi, qualche ora fa, è morto Dino De Laurentiis. E’ stato un grandissimo produttore e uno dei pochissimi italiani che e’ riuscito a uscire dal suo piccolo angolino provinciale e affermarsi nella giungla di Hollywood. Vale la pena raccontare brevemente la storia, perchè è così che il cinema italiano è morto.

    Tra il 1950 e il 1972 Cinecittà è stata la succursale europea di Hollywood. Grazie alla legge Andreotti, le co-produzioni italo-straniere potevano usufruire di incentivi statali, attirando un mare di soldi dall’America e dall’Europa. Roma era il centro della Dolce Vita (appunto) e Ava Gardner faceva girare tutte le teste di via Veneto e i capricci di Liz Taylor riempivano i giornali nazionali; era l’epoca di Ben Hur, Cleopatra e tanti altri colossal che hanno fatto storia.
    Poi, nel 1972, in uno di quegli atti miopi e supremamente imbecilli in cui la classe politica italiana è specializzata, il Parlamento passava la nuova legge sui sussidi cinematografici, riservandoli alle produzioni 100% italiane. I produttori stranieri fecero le valigie e con loro i migliori tra gli italiani, come De Laurentiis e Ponti. E salvo poche occasionali fiammate di ritorno, di Cinecittà non rimane che l’ombra. E non c’è molto altro da dire tranne che questo:

    Il problema dei registi italiani è che vogliono fare i film con un occhio alla critica. Noi però siamo show-man e dobbiamo fare film solo per il pubblico.

    (Dino, accentando il Leone d’Oro alla carriera nel 2003)

    De Laurentiis ha prodotto alcune della cose più belle del cinema degli ultimi 60 anni: Rosselini e Fellini, Monicelli e Steno, De Sica (padre, ovviamente) e Comencini (padre, ovviamente) e poi John Huston, Lumet, Pollack, Lynch… la lista è lunghissima e include immensi capolavori (Serpico) così come terrificanti schifezze (Dune di Lynch). Per non dimenticare il leggendario Barbarella.
    Tra tutte queste produzioni, e visto che oggi è proprio l’11 Novembre, vorrei ricordare in particolare La Grande Guerra di Monicelli, una spietata satira agrodolce della guerra e del carattere nazionale:

    the Unborn – il mai nato

    Sunday, November 7th, 2010 by

    Cosa succede se si mischia una trama originale con delle trovate tradizionali? viene fuori un film che non è un capolavoro, ma che resta comunque godibile, ben fatto nel suo genere.
    Questo è “The Unborn”. Il classico film che punta a far venire paura per quei maledetti rumori nel buio della casa, o a far venir voglia di controllare meglio quel movimento che ci era sembrato di cogliere con la coda dell’occhio nello specchio.
    Quindi ecco bambini cantilenanti, sogni ad occhi aperti, e qualche…effetto “Bu!” (avete capito cosa intendo, no? provate a fissare con una cinepresa una creatura con gli occhi chiusi: questa li spalancherà di colpo, per la gioia del pubblico pagante…o provate ad avvicinarvi lentamente, con la solita cinepresa ad una porta chiusa…cosa ci troverete dietro quando si spalancherà di botto? ecco cosa intendo per “effetto Bu!” ).
    Ma se queste sono le componenti più classiche, tanto usate in un certo tipo di cinematografia – e che, per carità, anche qui non stonano, anzi: si va sempre sul sicuro, se le si dosa bene – l’aspetto più interessante (anche se pure questo non del tutto originalissimo) è la trama. Ora, quello che è il difficile per me è cercare di spiegarla, senza dire troppo.
    Possiamo dire che il film inizia con la protagonista che sta facendo jogging lungo una strada in cui c’è solo lei…ad un tratto qualcosa attira la sua attenzione, ed è un bambino. Pallido, abiti vecchi, scure borse sotto gli occhi..dopo un attimo il bambino non c’è più, però seguendo una guida piuttosto insolita, la nostra trova qualcosa di inquietante..credo che mettendo insieme queste due righe col titolo del film, qualche dubbio ce lo si possa fare (non aggiungo altro, anche perché comunque attorno al 20esimo minuto i primi grossi dubbi saranno fugati…
    Da qui in poi è un’escalation di allucinazioni ed incubi sempre più inquietanti, e di aberrazioni mostruose ed angosciati, ai quali si intervallano accenni di storia (vera, purtroppo, quando si parla del dottor Mengele), di scienza (ah, la genetica…ma di più non posso dirvi. Mi limito ad accennare all’esame oculistico che fa la protagonista nelle fasi iniziali della vicenda, perchè ha un pese non indifferente nello svolgersi della vicenda), superstizioni varie e mitologia ebraica…a proposito di cose inquietanti: sto cercando con google la definizione di un termine relativo a questa mitologia, non l’ho trovato, ma il primo link dice: “scanner della retina dell’occhio”…però!
    Una nota di merito alla protagonista, Odette Yustman, che non avevo mai visto prima. Cosa di cui mi rammarico, perchè personalmente la trovo di una bellezza disarmante. Sicuramente questa prova non le avrà fatto vincere l’Oscar, ma non se l’è nemmeno cavata male. Ma una bellezza così pulita, così semplice, secondo me non è maschilismo sottolinearla, è un semplice dato di fatto.