Archive for March, 2006

Crimen ferpecto

Friday, March 31st, 2006 by

Era veramente da un pezzo che non ridevo così tanto al cinema. Grazie mille alla rassegna del cinema indipendente!
Crimen ferpecto (il riferimento, volutamente storpiato, è all’omonimo film di Hitchcock) è una di quelle piccole perle che purtroppo non trovano mai l’attenzione (e la pubblicità) che meritano. Vuoi perchè non è l’ennesimo blockbuster hollywoodiano tutto effetti speciali, vuoi perchè non può vantare nomi famosi, vuoi perché non è l’ultimo aborto del solito intellettualoide nostrano. Invece è una divertentissima e cattivissima commedia nera, di un umorismo incredibilmente macabro e bastardo. Una satira spietata della società dell’apparenza e dell’immagine. E dei suoi falsi miti. Ma anche no.

Manuel, un “hombre elegante, que quiere vivir en un mundo elegante”, vive in modo molto glamour e fashion: purtroppo per lui lo stile di vita a cui aspira è possibile solo nei film o nei tabloid. Ma per un uomo in gamba, e con pochi scrupoli, niente è impossibile. Basta un poco di inventiva e una gran faccia di bronzo. Nel suo piccolo mondo, il reparto di abbigliamento femminile di un grande magazzino, è un Re, idolatrato dai suoi sfigatissimi e inadeguati assistenti e ammirato dalle belle commesse che seduce con cibi di lusso e regali costosi “prelevati” dai vari reparti del grande magazzino. Ma, nella migliore tradizione della commedia nera, il fato punirà crudelmente la sua cialtroneria e superficialità precipitandolo in quel mondo “comune” e “perbene” che aborre.
Tutto bene dunque? Essere vince su avere e i veri valori trionfano sul culto dell’apparenza, mostrando la futilità di inseguire una vita modellata su film, pubblicità e rotocalchi? Non proprio. Perchè mentre si guarda il povero Manuel dibattersi tragicomicamente tra le braccia della sua Nemesi viene da pensare che forse non aveva tutti i torti, che il modello di vita opposto (lavoro, casa, chiesa, famiglia) è altrettanto alienante e che dopotutto, a una morte-in-vita davanti alla tv, è forse meglio il vorrei-ma-non-posso di un eterno Peter Pan.

Anche se la vita ha un senso dell’umorismo davvero perverso…

Diventare un altro idiota in mezzo a migliaia di idioti, con una vita mediocre e noiosa, piena di bambini e tende in tinta con il sofá. Scoprire che l’inferno esiste e che il demonio è piccolo, brutto e porta biancheria e reggiseno color carne.

Notte prima degli esami

Wednesday, March 29th, 2006 by

Non potevo credere a me stessa, sono uscita dal cinema dicendo qualcosa come: “da secoli non vedevo un film italiano divertente e piacevole“. Io, quella che trova spesso insipidi i film italiani moderni e insopportabili le manie da grande autore artistico di cui si fregiano i nostri registi.
Un film leggero, in cui ogni trentenne ritrova la sua musica adolescenziale, compresa quella odiata; ci sono tutti i dettagli di un’età difficile, le spadrillas, il ciuffo di certi cantanti, le magliette lunghe, i motorini senza casco, i walkman con i primi auricolari, Snoopy sui diari, le prime canne …
A molti non è piaciuto, s’è detto che in fondo non fa altro che evidenziare quanto la nostra generazione sia stata la meno attiva degli ultimi decenni. Sarà pur vero, ma che si poteva fare? il ’68 era nel cassetto, guerre in casa non ne avevamo, ci si limitava a dire no alla Jervolino ma nessuno ricorda il perchè. Forse era giusto dire no, a prescindere. Si conosceva il Vietman solo vedendo Full Metal Jacket. E’ andata così, perchè sentirsi in colpa adesso?
E’ un film che racconta il passaggio tra l’adolescenza e l’età che dovrebbe essere adulta, i problemi scolastici, gli innamoramenti, le paure. Racconta cose che io non ho fatto a quell’età, sesso, feste in piscina, camere tappezzate da poster, fughe in motorino di notte … perchè non le ho fatte? Perchè vivere in un paesino non è come crescere a Roma e perchè avevo (ho) due genitori apprensivi, un filo tradizionali che certe cose me le hanno permesse qualche anno dopo. Mi sono rifatta, sia ben chiaro, certo non è come viverle a 17 anni, ma pazienza. Come me ne conosco almeno una decina, ma siamo diventati grandi, matti, acuti e sensibili lo stesso.
Il film è godibile, per nulla melenso anche se fatto di ricordi; è una storia d’amicizia e di cazzate, G. Faletti è molto convincente nella parte del prof. Carogna, le battute non sono scontate e i protagonisti deliziosi.
Aggiungo che in tanti anni di frequentazioni cinematografiche non mi era mai capitato di sentire la gente in sala cantare sussurrandole le canzoni della colonna sonora e applaudire al finale, molto carino.

Munich

Monday, March 20th, 2006 by

Non posso dire che l’ultima opera di zio Steven mi abbia deluso. Non posso nemmeno dire che mi abbia entusiasmato.
Tecnicamente (quasi) perfetto (come sempre), solo che, conoscendo lui e il soggetto così politicamente sensibile, mi aspettavo un approccio un poco più emotivo. Invece è didascalico, quasi freddo. Diciamo anche che Eric Bana piacerà pure alle donne, ma non è proprio questo attorone, il che non aiuta di certo.

Spielberg è un regista troppo esperto perchè questo non sia un effetto voluto, per cui la mia impressione è che parli di Israele, ma stia parlando all’America. In piena “guerra al terrore” (qualunque cosa voglia dire) e con un paese sconvolto dagli scandali di torture, intercettazioni illegali, campi di concentramento e via discendendo nell’orrore, Spielberg sembra voler dire: “guardate che di qua non si va da nessuna parte, rischiamo di fare la fine di israeliani e palestinesi.” Purtroppo l’impegno politico lascia un pò in disparte il tema della vendetta che con il suo groviglio di ambiguità, contraddizioni, sensi di colpa, tormenti interiori e passioni, si presta a elaborazioni artistiche notevoli (dal “Conte di Montecristo” in poi), che magari sarebbe stato un poco scontato, ma avrebbe aggiunto spessore alla storia.

Personalmente l’ho trovato molto più interessante dal punto di vista storico. La ricostruzione dell’assalto al villaggio olimpico, la pavidità dell’Europa pronta a scendere a patti coi terroristi per quieto vivere (e oggi ne paga il prezzo), l’isolamento e la fredda determinazione di Israele (incarnato in una grandiosa Golda Meir), le ambiguità dei rapporti tra l’OLP e i servizi segreti americani e sovietici nell’ambito della più ampia partita della Guerra Fredda, la strana relazione tra il terrorismo ideologico (RAF, Brigate Rosse) e quello nazionalista (IRA, OLP, ETA), la cialtroneria, allora come oggi, dei leader palestinesi. Tutti pezzi di storia e particolari che i dilettanti della politica nostrani preferiscono ignorare o, peggio, che non hanno mai saputo.

Per uno come Spielberg è una visione della politica e della storia sorprendentemente cupa e cinica, che rende abbastanza incomprensibili le polemiche che hanno investito Munich. Qua non si fa del “relativismo etico”, non si fa “apologia di terrorismo”, non si giustificano gli assassinii mirati. Neppure si fa del pacifismo. Al contrario, si prende pragmaticamente, anche se dolorosamente, atto del fatto che il mondo è una giungla dove vale la legge del più forte. La questione infatti non è tanto se sia morale o giusto, quanto piuttosto se sia utile uccidere il nemico (“Why should I cut my nails? They’ll only grow back again.”). Munich vorrebbe mostrare che così non si può che perpetuare la tragedia, ma ne viene fuori un quadro in cui la tragedia sembra cupamente inevitabile e, alla fine, l’unico che sembra aver capito come girano le cose è Ephraim, il cinico controllore del Mossad interpretato da un eccezionale Geoffrey Rush.
Inutile cercare la giustizia in questo mondo. Come diceva qualcuno, la Giustizia è appannaggio di Dio, privilegio dell’Uomo è la Vendetta.

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