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The Queen

Sunday, March 8th, 2009 by

Con colpevole ritardo sono riuscita finalmente a vedere questo capolavoro. E dico capolavoro con convininzione: The Queen e’ un film da vedere assolutamente, che siate estimatori del popolo britannico o meno, e’ una storia vera ed e’ girato con un’attenzione rara.
Il film racconta della settimana peggiore per la monarchia inglese, la peggiore diciamo degli ultimi 10 anni: la settimana seguente alla morte di lady Diana. Non corro rischi di spoiler, dunque, non c’e’ nessuna trama nascosta nella pellicola, nessun complottismo, per fortuna ci si trova solo molta eleganza.

Il film innazitutto ricorda che quello anno fu l’anno dell’incredibile vittoria politica di Tony Blair, il piu’ giovane primo ministro che l’Inghilterra abbia mai avuto, per giunta laburista. Nelle prime scene e’ palese il voler sottolineare la differenza tra la casa del futuro primo ministro e gli ambienti reali. Blair in una casa bella ma normale, piena di libri e di bambini, lui in t-shirt sportiva a seguire le news, la moglie a bofonchiare costantemente contro qualcosa, il disordine imperante e tipico di una casa vissuta. Poi l’ordine, la consuetudine, il rigore di Buckingham Palace dove la regina chiede al suo imperturbabile segretario personale notizie su questo futuro primo ministro, sul “suo” nuovo primo ministro. Il primo incontro tra la regina e Blair e’ da antologia, non so se la conversazione proposta sia la reale conversazione, non mi stupirebbe, in ogni caso molto molto british.
Arrivano le vacanze estive, la famiglia reale si trasferisce nella residenza di Balmoral, Scozia, e li riceve la notizia dell’incidente parigino di lady Diana.
La regina decide che non essendo Diana piu’ parte della famiglia reale in seguito al divorzio dal figlio Carlo, il funerale e tutto quanto ne segue non puo’ che essere affare privato della famiglia Spencer. Decide di restare in Scozia con il resto della famiglia, figli di Diana compresi.
Non so se sia vero, ma nel film si racconta che il principe consorte e il principe Carlo il giorno dopo la tragedia abbiano portato i figli di Diana a caccia. Non so voi, ma questa cosa m’ha lasciato perplessa. Va bene distrarli, ma a caccia? Boh? sara’ che io son plebea fino in fondo. In ogni caso e’ notevole in queste scene la figura della regina madre, molto piu’ che britannica, imperdibile fonte di battute, esattamente come pare fosse in verita’.
Le scene naturali nella tenuta di Balmoral sono molto suggestive. La regina in stivali di gomma alla guida di un fuoristrada malconcio che la lascia a piedi nel mezzo del nulla, e’ una scena da non perdere.

Il proseguo delle vicende e’ noto, il popolo che tanto amava Diana inizia a ostruire i cancelli di Buckingham Palace con migliaia di mazzi di fiori, una processione che diventa incredibile. La regina non si fa commuovere e resta dell’opinione che non ci sia alcun motivo per rientrare a Londra. Ci vorra’ tutta l’abilita’ di Tony Blair per farle capire che agendo in questo modo non fara’ che accrescere l’astio del popolo nei confronti della famiglia reale in questo momento di commozione popolare, arrivando a dire: “Per favore qualcuno salvi questa gente da loro stessi!” e dovendo mettere se stesso a difesa di quello che di meno laburista c’e’: la famiglia reale.
Diana li ha battuti, da morta, ma la regina ha la forza, il coraggio, il carattere per riconquistare il suo popolo.
I reali rientrano a Londra e la regina concede funerali pubblici, una cerimonia ufficiale all’ex nuora.

Il film e’ molto accurato, si vede chiaramente l’attenzione prestata nell’essere il piu’ fedeli possibile alla verita’, dalle ambientazioni, alle conversazioni, ai costumi. L’idea di inserire brevi filmati televisivi autentici rende il tutto ancor piu’ realistico.
Gli attori sono tutti molto bravi, partendo dai minori direi che la moglie di Blair e’ resa ancor piu’ antipatica e saccente di quanto non sia in verita’, cosa non facile. Tony Blair e’ perfetto, impossibile non notare l’impegno dell’attore nel cercare di calibrare ogni movimento sul personaggio vero.
Tra le figure dei reali, l’unico che non mi ha convinto e’ Carlo, ha l’aria e il comportamento troppo intelligente, non e’ quello a cui siamo abituati. Poi c’e’ lei, Helen Mirren, non a caso premio Oscar per questa interpretazione, semplicemente strabiliante, l’unica cosa che non permette di confonderla fino in fondo con la vera regina e’ l’altezza, per il resto la sua capacita’ interpretativa e’ incredibile. Movimenti, accento, sorriso sarcastico, camminata, tutto e’ perfetto, tutto rimanda a Elizabetta II. Un’Oscar piu’ che meritato.

Un gran bel film, vedetelo se ve lo siete persi, magari in inglese.

The notorious Bettie Page

Wednesday, January 21st, 2009 by

She knows what you want; she wants it, too.

E’ il novembre del 1947. Una sconosciuta ragazza del Tennessee scende alla stazione del Greyhound di New York. E’ in fuga da una famiglia difficile, da un ambiente povero e degradato e da un marito violento. La sua è una storia come tante, di occasioni mancate per un soffio (arriva seconda al concorso per una prestigiosa borsa di studio), e speranze deluse. E come tante altre è arrivata a New York per rifarsi una vita e inseguire il sogno di diventare attrice. Sembra l’inizio di una storia scritta da uno sceneggiatore a corto di fantasia, che non trova niente di meglio che ripescare tutti i luoghi comuni dell’American Dream. Invece, sta per iniziare una leggenda e, senza che nessuno se ne renda conto, una rivoluzione epocale.

Armata solo di un sorriso devastante, Bettie diventerà in pochi anni The Pin-Up Queen of the Universe, lancerà al successo Playboy (il cui fondatore continuerà ossessivamente per anni a cercare lei in ogni sua modella), sdoganerà l’erotismo “clandestino” fetish/bondage/sado-maso, e sgretolerà a colpi di tacchi a spillo il moralismo e l’ipocrisia della borghesia americana creando le premesse per la Rivoluzione Sessuale degli anni ’60. Poi sparì, ma il suo revival negli anni ’80 e ’90 la trasformò, con la sua inconfondibile frangetta nera, in una delle icone pop più note del secolo, ispirando attrici e cantanti e portando alla (re)invenzione di un nuovo genere di spettacolo, il Burlesque.

Una donna notevole, la cui storia poco nota meritava di essere raccontata. Come ogni femme-fatale che si rispetti, Bettie Page era un mistero e una contraddizione: intelligente, ingenua, disinibita, repressa, femminista, tradizionalista e religiosa al punto da sfiorare il bigottismo, venne sballottata qua e là dalla vita mentre proiettava un’immagine di donna indipendente e padrona di sè, del suo corpo e della sua sessualità. Divenne lo stereotipo della pin-up, interpretando quell’impossibile tensione tra libertà e puritanesimo, malizia e innocenza, in modo così perfetto che sembrava fosse stato creato apposta per lei. Quasi incosciente del significato di quello faceva e inconsapevole del fatto che questa sua incoscienza la rendeva ancora più esplosiva.

Accanto alle foto da pin-up Bettie posava, senza vederne fondamentale differenza, per foto di bondage e sado-maso, allora proibite come oscene. Il successo fu travolgente, per un genere fino a quel momento clandestino, e non poteva non attrarre l’attenzione morbosa dei guardiani della moralità pubblica. Nel 1958, il “caso Page” venne affrontato dall’infame Commissione per la Delinquenza Giovanile del Senato, che si era autoincaricata di difendere la “sanità morale” dell’America e arrogata il diritto di decidere cosa fosse giusto, sano e normale.
Per Bettie forse non sarebbe cambiato niente: la sua vita aveva ormai preso un’altra svolta. Non ha mai rinnegato quello che ha fatto. Forse non lo ha mai capito davvero. L’ultima parola spetta a lei:

Bettie Page Bettie Page Bettie Page Bettie Page

L’uomo dell’anno

Friday, June 1st, 2007 by

In una calda serata di maggio con grande soddisfazione mi concedo un filmetto da relax.
L’Uomo dell’anno non è infatti un capolavoro come Goodmorning Vietnam, non esilarante quanto Mrs.Doubtfire, forse non ne ha il ritmo, ma Robin Williams è sempre una piacevole compagnia.
Il film ci racconta qualcosa che in verità potremmo benissimo vedere nella vita reale, se solo fossimo più fortunati. Un comico molto pungente e ben informato, senza volerlo, semplicemente perchè una cosa tira l’altra, si trova ad essere candidato alle presidenziali statunitensi. Con pochissimi soldi, molto entusiasmo e geniali battute riesce a farsi strada fino alla votazione finale. Votazioni che si effettuano in modalità completamente automatizzata, niente carta e matita copiativa, basta pigiare un bottone sul video e il gioco è fatto.
Il problema è proprio il sistema di voto, un baco del sistema genera tutti gli accadimenti della seconda parte del film, compresa la comparsa di Laura Linney, convincente nonostante la parte un poco scontata fin da subito. Grandioso C.Walken nella parte del produttore in sedia a rotelle, cinico e leale. Con una faccia così la parte gli pareva cucita addosso.
Imperdibile l’ingresso del designato Presidente al Congresso, vestito da Luigi XV.
Il film, ripeto, non si scosta molto dalla realtà: siamo disposti a credere a un comico televisivo più che a un politico che abbiamo eletto e che ci dovrebbe rappresentare.
Questo dovrebbe farci riflettere, soprattutto di questi tempi.

Uno dei piccoli problemi dei film di R. Williams è l’intraducibilità di alcune battute: sarebbe da vedere in lingua originale. Intuibile per esempio una battuta persa nella traduzione sull’Old Glory, la vecchia gloria, riferimento alla bandiera americana che si perde senza molto senso.
Ve lo consiglio, divertente, semplice, che poi se vuoi ci puoi riflettere un poco; perfetto anche come home-dvd.

The Illusionist

Thursday, May 10th, 2007 by

In molte recensioni di questo piacevole film si legge del confronto con il più visto The prestige, confronto che si dice perso in partenza; io piuttosto trovo sia un parallelo poco calzante. Il punto in comune pare essere la prestidigitazione, il gioco di prestigio, è naturale, ma il senso dei due film è diverso, la logica, lo spirito stesso delle due pellicole non è comune.
Del primo ha già detto esaudientemente Yash, di questo che vi posso dire io?
Fine ‘800, in una splendidamente rivisitata Vienna l’illusionista Eisnheim, Ed Norton, riscuote uno strepitoso successo con numeri che vanno oltre l’umana spiegazione e tutto fila liscio finchè la polizia s’insospettisce di tanto successo, di alcuni numeri bizzarri e soprattutto fin quando l’innamorata d’infanzia del nostro illusionista torna d’improvviso nella sua vita. I guai si infittiscono e il nostro eroe si appropria dell’espressione che meglio viene a Norton: quella del cane bastonato dalla vita, stracciato nell’anima e senza molte speranze.
Jessica Biel, la nobildama amata, è bella, strepitosamente bella. Fine, per stavolta è perdonata, ma che non ricapiti. Menzione speciale per Paul Giamatti, nella parte del commissario di polizia che vuol capire, scoprire e infine difendere.
Il film è splendidamente girato, con un piacevole finale a sorpresa, musiche perfette e un effetto pellicola anticata che ti avvolge e rende perfettamente l’epoca storica. A mio parere è un’avventura romantica, fatta di sentimenti, magia, sorprese, soprusi e rivincite, un finale da Giulietta e Romeo molto ben confezionato. Forse non imperdibile, ma una bella serata.

Das Leben der Anderen

Saturday, March 31st, 2007 by

Ovvero, Le vite degli altri, il vincitore dell’Oscar come miglior film straniero di quest’anno. E’ un inquietante quadro della vita nella Germania Est: lungo, lento, grigio, pesante. Non è un difetto. Voluto o meno che sia, l’effetto è di creare un’atmosfera opprimente che trasmette tutto il senso del film: lo squallore, la povertà, l’angosciante onnipresenza del Partito e della Polizia Segreta nella vita di ogni suddito cittadino della DDR.
Basato su interviste a vittime ed ex-agenti della Stasi il film si concentra su una coppia di artisti di Berlino Est, messi sotto sorveglianza più per soddisfare un potente membro del Comitato Centrale del Partito che per effettiva “devianza” politica. Molto accurato nell’ambientazione e nei dettagli, a dieci minuti dall’inizio ci si ritrova dentro l’incubo orwelliano partorito da uno dei più rigidi regimi comunisti del dopoguerra.

Ciò che stupisce, e continua a stupire nonostante l’ampia pubblicità data dopo il crollo della DDR, è l’estensione dell’organizzazione messa in campo per contrastare il “nemico imperialista”. La Stasi impiegava 100mila agenti, che significa quasi uno ogni 200 cittadini. Un numero spropositato. Un sistema folle, che teneva letteralmente sotto controllo ogni singolo individuo, riportando in lunghissimi, e presumibilmente noiosissimi, rapporti tutti i più minuscoli e insignificanti dettagli della vita di ognuno. La cosa ironica (la Storia, si sa, ha un gran senso dell’umorismo) è che l’apparente successo di questo immane sforzo e dispiegamento di risorse umane e materiali era la manifestazione più evidente del fallimento disastroso del sistema che si proponeva di proteggere. Ma alla fine c’e sempre una crepa da qualche parte. Aperta dalla potenza dell’Arte, magari, o solo dalla disillusione di chi ci credeva veramente.

Gli immensi archivi in cui Georg si avventura alla fine possono apparire il pazzesco prodotto di una burocrazia impazzita, ma non sono un fossile o una curiosità storica. Non in tempi in cui si parla di Total Information Awareness come di una ragionevole (o necessaria) possibilità.

Sai cosa diceva Lenin dell’Appassionata di Beethoven? “Se continuo ad ascoltarla non finirò la rivoluzione”.
Può qualcuno che ha ascoltato, veramente ascoltato, questa musica essere davvero una cattiva persona?