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Death Proof

Sunday, October 20th, 2013 by

Me l’immagino cosí io quando han chiesto a Kurt Russell se voleva fare un film con Tarantino. Mi immagino gli abbiano detto una cosa tipo:

‘Tu sei un pazzo fulminato con una brutta cicatrice sul viso, insegui ragazze che stanno passando una serata alcolica di puro divertimento tra di loro. Le insegui a bordo di una macchina ‘death proof’ tamarrissima con tanto di teschio disegnato sul cofano e un papero cromato come simbolo. Qualcuno potrebbe farsi male, magari anche tu, ma nel mentre Vanessa Ferlito ti fa una lapdance tipo questa:

Roba da diventare lesbica.
Fossi stata Kurt Russell avrei detto una cosa tipo: ‘Dove firmo?’.

Il resto é puro Tarantino; ci sono un mare di dettagli femminili, piedini al vento, pancini scoperti, gambe lunghissime, capelli selvaggi.
La storia é tutta un riferimento e un omaggio ai B movies che Tarantino adora, un bellissimo omaggio. La fotografia é la sua: spettacolare come sempre; in certi punti la pellicola é fintamente tagliata male, come certi film degli anni 70 appunto.
Kurt Russell é uno strepitoso cattivo. Le ragazze, ‘the girls’ come sono accreditate dei titoli di testa, sono perfette, ce n’é una per tutti i gusti. L’incredibile Rosario Dawson, che ogni volta mi domando da che pianeta sia arrivata, e la stuntwoman Zoe Bell (Uma Thurman in Kill Bill), che nel film interpreta … se stessa!

Tarantino o si odia o si ama, io ho deciso da tempo da che parte stare, Death Proof é l’ennesima piacevole conferma.

Io sono leggenda

Wednesday, February 4th, 2009 by

A distanza di parecchi mesi dall’uscita in Italia di questo orrido film (avete già capito dove voglio andare a parare), mi è venuta voglia di parlarne. Ho deciso di aspettare, perchè se lo avessi fatto a caldo, avrei solo scritto una sequela di parolacce, e non era il caso.
Lo faccio ora perchè stasera mi sento acido, ed è il momento giusto di parlarne. Questo film merita una stroncatura, perchè violenta e rinnega uno dei libri fondamentali della narrativa di fantascienza/horror americana del secolo scorso. Un libro scritto nel 1954 da Richard Matheson, un brillante scrittore e sceneggiatore che ha ispirato con le sue opere parecchi film. Un libro che ha liberamente ispirato una serie impressionante di film e racconti, a cominciare da “La notte dei morti viventi” in poi. Uno dei libri che, a mio parere, presenta uno dei finali più incalzanti, belli, coinvolgenti, drammatici e riusciti di sempre. Insomma, una pietra miliare di un certo tipo di letteratura.
E’ fatto noto (non sto spoilerando nulla, non temete) che il libro si presenti esattamente nel modo in cui finisce, ovvero che l’ultima frase del libro sia anche quella scritta nel titolo. “Io sono leggenda”.
Quando usci, anche questo aspetto costituiva un fatto nuovo. Così come erano nuove le tematiche presentate dal libro, tematiche molto progressiste e “scomode” sul tema del diverso e dello straniero, del significato di “normalità” ed “anormalità“, di moralità” ed “amoralità, di come questi concetti non siano assoluti (come si vuole spesso credere) ma siano profondamente mutevoli e tutto sommato democratici, ovvero di come li decida la maggioranza. E, aggiungerei, di come la morte sia un concetto profondamente ecologico. Sì, proprio ecologico. Questo è uno dei primi libri che esprimono concetti ecologici in modo radicale e in forma di romanzo.
Ci vuole un libro intero per capire il vero significato di quella frase che dà il titolo al libro. Per arrivare a capire che non ha esattamente il significato che ci si aspetta, ma che ne ha uno davvero inaspettato. Ma che dice una cosa vera, innegabilmente vera, e scomoda. Anzi, una cosa evidente ma che per qualche strano motivo si preferisce occultare, per credere a qualcosa di più rassicurante.
Evidentemente proporre certi temi, anche oggi è considerato scomodo da qualcuno, visto che il film non fa altro che proporre un finale RADICALMENTE opposto a quello del libro. Un finale molto rassicurante e conservatore, un finale che fa stare bene, che manda la gente a casa col sorriso invece che con un dubbio, perchè mette tutto di nuovo in un’ottica di normalità. L’eroe è eroe. Il male è il male. La morte in qualche modo si può sconfiggere. Buonanotte e sogni d’oro.

Ovvio che è proprio questo l’elemento di biasimo: il finale radicalmente rovinato. Si va proprio a distruggere il significato di cui si caricava il titolo del romanzo, per proporre qualcosa di opposto. Ma dando lo stesso titolo del romanzo.
Non credo di esagerare: quando ho visto il film c’era poca gente in sala, ma evidentemente c’era qualcuno che aveva letto il libro. Casualmente alcune delle persone presenti, vedendo il finale, se ne sono uscite con improperi di tutti i tipi, da “ma andate a cagare!” a “ma vaffanculo”… (il “ma vaffanculo” l’ho detto io)

In effetti il libro e il film non sono così drasticamente diversi, se non nel finale e negli intenti, e in alcuni dettagli. Il film è perfino realizzato bene, questo è giusto riconoscerlo. Persone che non hanno letto il libro lo hanno trovato senza dubbio piacevole. Effetti speciali buoni, sceneggiatura senza buchi, Will Smith in forma.
La storia è portata avanti con alcune differenze (attenzione, questo link contiene MOLTI SPOILER sia del libro che del film). Cambiano molti nomi dei personaggi e cambia la location (da Los Angeles a New York, considerata più scenografica).
Il motivo per cui, a fronte di una storia liberamente ispirata al romanzo e dagli intenti molto diversi, si sia deciso comunque di dare il titolo del romanzo, è ignoto. Forse c’è stata della malafede dietro, o forse solo ingenuità dettata dal marketing. In ogni caso un brutto motivo, non c’era alcuna necessità di proporre questo film col titolo “io sono leggenda” traendo in inganno tutti i lettori del romanzo. potevano chiamarlo anche “i marmittoni alle grandi manovre“, nessuno avrebbe detto niente…

Per motivi di affezione, vi propongo la storia così come presentata nel romanzo: Rober Neville è l’ultimo uomo rimasto sulla terra. E’ arrivato il classico virus (classico per noi nel 2009, ma nel 1954 era un tema assolutamente nuovo) che ha trasformato tutti gli altri uomini in vampiri/zombie sanguinari, in esseri animaleschi che girano solo di notte uccidendo altri uomini e succhiando il loro sangue, mente di giorno se ne stanno rinchiusi nelle case a dormire.
Tutti tranne lui.
Robert è un uomo semplice, con scarsissime conoscenze e cultura, un operaio che si trova a dover sopravvivere. Un uomo normale che trovandosi in una situazione eccezionale, può fare solo una cosa: finire sull’orlo della pazzia e cercare di attenuare l’incredibile solitudine con l’abuso di alcool.
Infatti è così: di giorno Robert vagola per il mondo abbandonato a se stesso, cercando provviste o strumenti adatti a difendere la casa, o uccidendo tutti i vampiri che trova mentre sono sprofondati nel sonno. Ha scoperto che l’unico modo per ucciderli è di piantare loro un paletto nel petto.
Quando arriva la sera torna a casa, si barrica dentro, e quando sente che la notte sta portando fuori tutte le orride creature, si ubriaca fino a delirare e poi a svenire nel letto. Tutte le sere e tutte le notti. Insomma un personaggio per niente “positivo” e per nulla “politically correct”.
Il libro è scritto quasi in forma di monologo, in cui tutti gli eventi sono di volta in volta filtrati attraverso le sensazioni del protagonista, compresi i deliri in cui sprofonda la notte.
Man mano che i giorni passano, giunge la rassegnazione della situazione e la consapevolezza che l’unico motivo per cui lui potrebbe essere restato sano, è la possibilità di studiare la malattia e il virus e di far guarire tutti gli altri (proprio lui, un eroe controvoglia, del tutto anti-eroe). Così il povero Robert, senza nessuna conoscenza scientifica, inizia a documentarsi dalle basi leggendo libri presi a caso dalla biblioteca del quartiere, fino ad arrivare a costruire, pagina dopo pagina, una ipotesi su come potrebbe essere fatto il virus, e su come potrebbe agire sulle persone colpite.
Il bello e l’originalità del libro è che riesce nell’intento. Alla fine riesce a spiegare tutto in modo quasi scientifico, compresi i tipici comportamenti vampireschi: la paura della luce e dell’aglio, il terrore della croce e degli specchi, e la morte che sopraggiunge solo tramite il paletto di legno conficcato nel cuore.
Tutto questo costituisce sì il topic principale del libro (l’obiettivo impossibile da portare a termine, l’enorme forza di volontà necessaria, l’aspirazione finale di redenzione per tutto il genere umano) ma anche la principale distrazione.
Il romanzo rivela presto i suoi reali obiettivi poco rassicuranti, perchè mentre Robert è sempre più stretto nel suo piccolo mondo, fatto di mura domestiche, alcool, ricordi dolorosi, rimpianti, deliri paranoici, visioni, ricerche scientifiche e questo folle obiettivo da portare a termine… mente lui è perso in tutto questo, il mondo là fuori va avanti e si evolve senza di lui, finchè un brutto giorno…

Un consiglio? Leggetevi il libro. Le ultime dieci pagine si chiudono con un monologo drammaticamente impagabile. Altro che “lui ora è leggenda”. (mi viene il vomitino solo a pensarci.. bleah!)
Se non avete visto il film, leggete il libro e passate oltre. Dimenticatevi che esista questo film. Ci sono film molto più appaganti e sensati.
Se invece avete già visto il film (e probabilmente vi è piaciuto), beh… provateci lo stesso.
So già che il risultato non sarà lo stesso. Conosco gente che ha letto il libro DOPO aver visto il film, e non l’ha trovato particolarmente eccellente. Il libro è rovinato per sempre.
Fosse solo per questo motivo, andrebbero rinchiusi gli autori del film. Perchè con il loro intento, sono riusciti a rovinare il romanzo per sempre, a chi ha visto il film.
Rinchiudiamoli!

INTO THE WILD

Wednesday, February 20th, 2008 by

Spero che qualcuno degli amici di questo cine-blog (un po’ spento, ma in fase di riattivazione) scriva al più presto una vera recensione di un film bellissimo. Io non ce la faccio, dovrei rivederlo e leggere il libro per esserne capace. Lascio qui solo quello che spontaneamente viene.
Into the wild si candida ad essere il più bel film visto quest’inverno, quel film, le sue parole, le sue immagini, il significato profondo, i significati nascosti tra le pieghe di quelle due ore sono così tanti che saperli scrivere non è cosa da bionda.
Le immagini sono poesia pura, colore vitale, spiegano il motivo per cui tante persone decidono di dedicare la loro vita allo studio della natura nei suoi più vari aspetti, parlano del senso del rispetto che tutti dovremmo portare nei confronti di ciò che viviamo tutti i giorni, raccontano perchè ci si alza all’alba in un inverno gelido per scattare una fotografia.
Tutte le emozioni del protagonista, le sue più intime paure, l’incompresione degli altri, le insoddisfazioni profonde, le sconfitte terribili, arrivano dritte al cervello e ti lasciano incollato alla poltrona. Perchè ognuno di noi ci può trovare un piccolo momento di se’ dentro quel film e la conclusione è perfetta, semplicemente perfetta: la felicità è vera solo quando condivisa.
Da soli niente ha il pieno gusto della felicità.

Che sia difficile trovare i giusti compagni di viaggio è chiaramente un’altra faccenda.

Mr. Magorium e la bottega delle meraviglie

Wednesday, February 6th, 2008 by

Io ve lo dico poi fate quel che volete: non andate a vedere l’ultima impresa cinematografica di D. Hoffman. Mi riferisco a Mr Magorium e la bottega delle meraviglie; lo spot per di Hoffman una famosa marca di caffe’ è più meritevole.
Il film ha due soli pregi, il primo è la sua breve durata il secondo ve lo scrivo tra un attimo.
Trattasi secondo me di caso semplice: buona idea buttata via.
La storia è simpatica: un antico e magico negozio di giocattoli ogni giorno porta un briciolo di follia nella vita dei tanti bambini che lo affollano, vi succedono le cose più straordinarie, libri magici che creano con un battito di pagine il giocattolo cercato, porte che si aprono su stanze sempre diverse, palline rimbalzine dispettose che si nascondono dentro le scatole di altri giocattoli a via dicendo. Un negozio molto curato, in vecchio stile, perfetto per chi vuol fuggire dalle catene di giocattoli tutte uguali in tutto il mondo, tanti colori, tanta allegria e un proprietario folle che vive al piano di sopra in compagnia di una zebra.
Un giorno il negozio inzia a perdere colore, le magie scompaiono o impazziscono, Mr Magorium sta morendo e il suo negozio con lui perchè nessun altro ha il suo stesso tocco magico per tenerlo in vita.
Quale è il problema del film? gli mancano buoni 30 minuti di sceneggiatura, nessuno capisce da dove siano arrivati i personaggi, le loro relazioni, i loro legami come si sono generati, da dove arrivano i poteri di Mr Magorium? La sensazione è quella di essere entrati in sala a pellicola già iniziata.
Una buona occasione sprecata.
Il secondo pregio del film? la scena conclusiva, una dolcissima Natalie Portman che con il suo tocco magico da pianista, danzando tra i giocattoli morti e ingrigiti rianima tutto il negozio delle meraviglie; scena ben girata con romantiche riprese ad altezza pavimento, il movimento di quelle deliziose scarpe fa venire voglia di averne un paio uguali.

Poi ci sarebbe un’altra faccenda ma è questione da trattare in altro blog.

La ricerca della felicità

Wednesday, January 31st, 2007 by

Dato che sento di non avere moltissimo da dire riguardo al film dirò prima di tutto che mi ci hanno trascinato e, seconda cosa, che dietro di me in sala c’era seduto un sessantacinquenne che ho odiato profondamente. Ha passato tutto, sottolineo tutto, il film a fare commenti ad alta voce, commenti di una banalità assoluta, commenti da telespettatore di Incantesimo, risatine insulse e frequenti anticipi di battute; che se già il film è un filino scontato avere uno che persiste nel doppiare il film a modo suo non è che rende la serata fantastica.
Con questa premessa vi dirò che questo è il mio primo film di Muccino, non me ne vergogno, temo che per un po’ credo sarà pure l’unico.
Concentrando la faccenda che non son molto complicati gli accadimenti: questo è un film sul sogno americano girato da un italiano, mi seguite? La mano italica si vede e non sono certa questo sia un complimento.
La sfortuna che si accanisce contro il nostro eroe è talmente insitente da far venire i nervi; ma il fato non fa tutto da solo, la capacità del giovane Chris Gardner di fare la cosa sbagliata al momento sbagliato è fantozziana per certi versi. Molto americana invece la sua caparbietà, la sua determinazione, la voglia di farcela, di raggiungere il sogno americano.
Will Smith sta diventando un attore di tutto rispetto, oltre a restare un gran bel vedere per gli ormoni.
Da parte mia il consiglio è: aspettate pure di vederlo in dvd o in tv, non è decisamente un capolavoro, direi piuttosto angosciante e depresso, decisamente non il mio genere.