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Sucker Punch

Friday, March 25th, 2011 by


Ho deciso di commentare questo film subito dopo averlo visto, intanto che sono ancora abbastanza stordito da non essere in grado di scrivere troppo.
Questo film fa schifo. Non può essere solo colpa della stanchezza derivante da una settimana di lavoro. Questo film è una immensa esplosione di testicoli prolungata per quasi due ore. Pensavo che nessun regista potesse eguagliare quell’esagitato di Michael Bay, ed invece Snyder lo sorpassa, eccome. Lo supera a destra e gli fa pure il dito medio.

Io avevo già dei sospetti sulla scarsa capacità di questo regista di saper dosare gli ingredienti che fanno un film, capacità che forse gli avrebbe consentito di fare un BEL film, un film di successo, ma mai un capolavoro; lo sospettavo già ai tempi di 300, che era piaciuto anche a me, ma non l’ho mai considerato un capolavoro. Mi sembrava un po’ uno scimmiottamento di Sin City venuto comunque bene, ma comunque un prodotto troppo aderente agli schemi da film d’azione digitale, per essere del tutto innovativo.
La sensazione era stata rinnovata in occasione di Watchmen, che invece era piaciuto a tutti ma a me era sembrato un film fine a se stesso; nonostante non avessi mai visto il fumetto da cui era tratto e nonostante il fumetto fosse un ottimo soggetto da cui trarre un film, il risultato mi aveva lasciato addosso una freddezza un po’ particolare… come se la storia fosse diventata solo una scusa per fare un po’ lo sborone con qualcosa di particolarmente visionario, ma che era entrato in contrasto con qualcosa di freddo e razionale, ovvero la convinzione che bastasse applicare due regole imparate guardando altri film visionari e moltiplicarle per mille, per diventare visionario.

Essere visionari è una caratteristica che si ha, non ce la si può ritagliare addosso. Ecco, Snyder è esattamente questo. Uno che vuole ritagliarsi addosso l’etichetta di visionario, ma c’è da chiedersi quanto lo sia davvero. Non è sufficiente inserire in un film ogni cosa gli sia passata per la testa nel corso degli anni di lavorazione, comprimendo tutto fino allo stadio della deflagrazione, per essere davvero visionari.
Anche i visionari sanno dosare gli ingredienti, ed una torta con 10 chili di zucchero, non è buona solo perché contiene tanto zucchero. O un cocktail non è eccellente solo perché contiene 50 ingredienti alcolici.

Snyder non è certo uno sprovveduto. Ha saputo scegliersi sempre molto bene i soggetti da cui fare film. E il primo fulcro del problema è proprio qui: quello che nei citati film era comunque una garanzia per i contenuti e un eccellente binario entro cui contenere la propria furia creativa, qui viene a mancare. Stavolta la storia non è più tratta da un capolavoro dei fumetti come 300 o Watchmen. Stavolta la storia è tutta farina del sacco del regista, che si ritiene per questo esonerato dall’avere ALMENO un paio di binari su cui far correre il treno.

Il risultato è ipertrofico, eccessivo, esagerato, ossessionante, martellante, estremamente pop; ogni componente di questo film è esattamente così, la trama, la sceneggiatura, i riferimenti ad altri film, la fotografia, i colori, la musica, il montaggio, la recitazione, i costumi, le scenografie. E’ tutto ipertrofico, eccessivo, esagerato, ossessionante, martellante, estremamente pop.

La storia, o meglio quello che ho capito della storia, riguarda una certa Baby Doll (la protagonista si chiama proprio così). Accusata di aver ucciso la sorella, viene fatta chiudere in manicomio dal patrigno. In manicomio dovrà essere lobotomizzata perchè ritenuta pericolosa. Per difendersi da una realtà dura da accettare, Baby se ne inventa altre due, una conseguente all’altra.
In una delle due realtà è una prostituta in un bordello, che ricorda, per stile grafico, il film Moulin Rouge di Baz Lurman (altro film che non ho mai digerito). Nell’altra realtà è una eroina che combatte per la giustizia in un mondo fantastico a suon di katane, arti marziali, bombe iper-esplosive e tutti gli ammenicoli tipici del genere (tra cui gli immancabili slow motion sfrangiaminchia… Matrix sarà anche stato un gran bel film, ma ha ucciso la capacità di immaginare qualcosa di diverso da un rallenty).

Questo è quello che ho capito della trama, che al momento non saprei neanche razionalizzare, per evidenziare i contenuti più importanti. Il tema della fuga dalla realtà è trattato (e coperto) dalla parte del film che più assomiglia ad un videogame. Il tema del doppio, viene moltiplicato per dieci, fino a farla diventare una cosa senza senso.
Un altro spunto interessante poteva essere quello di aver scelto un cast femminile molto gnocchesco, con l’intento di sondare la psicologia femminile per mezzo di una storia di lotta alla sopravvivenza. Peccato che la psicologia finisca morta stecchita dopo la prima sparatoria. E così, mentre Snyder sorpassa Michal Bay facendogli il dito medio, Tarantino gli fa comunque un pippa intergalattica anche solo con un sopracciglio appena sollevato.

Ecco dove sta il secondo grosso problema di questo film: che tutto viene svuotato in questo modo, semplicemente riempiendolo troppo.

Il terzo grosso problema è il montaggio iper-cinetico-finto-visionario. Molti adolescenti, cresciuti ed abituati a vivere bombardati da tonnellate di stimoli istantanei che durano al massimo due minuti (e che per questo non riescono più a seguire un film di due ore e nemmeno sentire una canzone dal loro I-pod fino alla fine) lo troveranno parecchio gradevole. Di fatto ogni inquadratura non dura mai più di 15 secondi senza che venga staccata o non venga contaminata da un montaggio digitale con un’altra inquadratura, dando origine ad un “effetto Matrix” continuato (rallentamento, accelerazione, zoom, movimento stravagante dell’inquadratura, rallentamento, accelerazione, zoom, movimento stravagante…).

Il risultato è così compresso, da provocare l’effetto “bomba che esplode nella testa” dopo pochi minuti. Il film non parla solo di lobotomia… pratica la lobotomia. Con risultati apprezzabili dopo appena otto minuti. Con effetti che perdurano ancora dopo tre ore dalla visione del film. Chi è meno allenato ad opporre resistenza, probabilmente potrà bullarsi con gli amici di aver spento il cervello in trenta secondi netti e riuscirà a riattivarlo solo dopo molti giorni.

Con un paio di film così ogni mese, potremo finalmente diventare il popolo mansueto e scodinzolante, privo di capacità intellettive, che ogni governo vorrebbe avere. Una trovata degna del 1984” di Orwell (il padre di tutti i visionari di sempre).
Se Philip Dick, (altro visionario vertiginoso), fosse ancora in vita, ci avrebbe scritto su un romanzo… avrebbe inventato una storia di alieni provenienti da Alpha Centauri, che usano film del genere per invadere il nostro pianeta. E Carpenter o Terry Gilliam ci avrebbero subito fatto un film.

Vado a dormire. Il sonno della ragione.

L’inquilino del terzo piano

Wednesday, December 29th, 2010 by

Se io mi tagliassi un braccio, poi direi “il mio braccio ed io”. Se mi tagliassi un piede, poi direi “io mio piede ed io”. Ma se mi tagliassi la testa… cosa direi? Che diritto ha la mia testa di chiamarsi “me”?

Un nuovo capitolo per la Fabbrica degli incubi: lo scarafaggio Trelkovski.

Da qualche tempo mi interessano i thriller psicologici, un genere che, come ho già avuto modo di scrivere nei commenti della recensione di Rosemary Baby, punta molto ad interiorizzare ciò di cui abbiamo paura.
Non so perché mi sia nato questo momentaneo interesse, forse dipende dal fatto che anche il cinema di paura sta esteriorizzando tutto. Ormai è così di moda far vedere sangue e budella al vento, che i film psicologici rischiano di risultare (ingiustamente) fuori moda.
In realtà i film psicologici sono i più micidiali. Possiamo chiudere gli occhi quando vediamo le budella al vento e questo le rende molto rassicuranti. Ma se ciò di cui abbiamo paura è dentro di noi, o è una parte di noi, non possiamo chiudere gli occhi e quindi non possiamo più dormire sonni tranquilli.
Penso sia esperienza comune aver avuto a che fare con film che ci hanno inquietato senza mostrare neppure una goccia di sangue o un pezzettino di budella. Anzi, mi viene quasi da dire che siano in realtà solo film di questo tipo ad essere davvero in grado di farci perdere il sonno.

Ci sono molti thriller ed horror psicologici che meriterebbero di essere menzionati come capolavori del loro genere, ce ne sono sia di vecchi che di nuovi. Dopo una combattuta riflessione (e dopo averne rivisto qualcuno), ho deciso per una via di mezzo. “L’inquilino del terzo piano” (classe 1976) merita a tutti gli effetti una posizione sul podio dei migliori thriller psicologici mai fatti. Un vero capolavoro, per molti motivi.

Ironia della sorte vuole che il regista sia il già citato Roman Polanski, qui forse al vertice più cupo e abissale della sua personale parabola rovesciata. Un po’ c’è da capirlo: l’infanzia sconvolta dalle deportazioni di massa durante il nazismo; l’arrivo negli Stati Uniti dove, dopo qualche successo iniziale, un tizio che si fa chiamare con il nome dell’anticristo gli massacra la moglie incinta; la fuga precipitosa dagli Stati Uniti con una accusa, considerata ingiusta, di plagio e stupro di una minorenne… dove si può rifugiare uno, a pochi anni da questi eventi, se non in un film psicotico?

Il risultato è kafkiano. Se Kafka fosse stato un regista, probabilmente avrebbe concepito i suoi racconti proprio così.
“L’inquilino del terzo piano” è un racconto completamente chiuso in se stesso, paranoico, surreale, inquietante, nero, senza uscita, dove non esiste e non può esistere alcuna spiegazione razionale all’assurda, innaturale ed illogica storia narrata, dove la struttura narrativa è invece imponente, indistruttibile, logica, ferrea, e diventa sistema. Il significato non c’è più, il messaggio sparisce, non è neppure importante trovarlo, perché è la stessa struttura narrativa senza senso a prendersi in carico di fare tutto, anche di comunicare il messaggio. Con risultati disarmanti.

Il messaggio, in questo caso, è una denuncia della società moderna che è straripante di regole e che in tal modo annienta e svilisce le singole persone, facendole diventare qualcosa che non sono e non sarebbero mai. Le trasforma tutte e poi le uccide, non risparmia nessuno. Ognuno a modo suo, tutti siamo plagiati e trasformati, quindi uccisi. La metamorfosi avviene in modo logico, seguendo determinate regole, in modo che il risultato sia sicuro, ma non avviene in modo lineare: semplicemente avviene facendo impazzire le persone, in modo che poi possano annientarsi da sole.
E’ la filosofia del “moriremo tutti” e “nessuno uscirà vivo da qui”, ma con molta follia in più.

L’inquilino del terzo piano potrebbe essere chiunque, uno di noi, un Gregor Samsa, uno scarafaggio qualsiasi. In questo caso è Trelkovski (il nome suggerirà qualcosa ai lettori assidui di Dylan Dog) un immigrato polacco che approda a Parigi in cerca di un appartamento in cui vivere, interpretato e doppiato in italiano dallo stesso Roman Polanski (con un fantastico accento slavo, aggiungerei).
L’inizio del film vede Trelkovski varcare la soglia di un arcigno e mastodontico palazzo anonimo di Parigi dove ha sentito dire ci sia una casa che è possibile affittare. La simpatia della portinaia e del padrone di casa palesano subito quello che sarà il tema portante del film, la difficoltà di avere un rapporto normale con gli altri. La precedente inquilina di questo appartamento, Simone, ha tentato il suicidio buttandosi dalla finestra qualche sera prima e al momento si trova in coma all’ospedale. Il padrone chiarisce subito che potrà occupare la casa solo se l’inquilina accetterà di lasciarla libera. Poi chiarisce quale dovrà essere il prezzo della casa e le regole da rispettare, in modo che il rapporto possa essere il più duraturo possibile: niente rumori molesti, niente feste, niente donne, niente sporcizia.
Trelkovski accetta il patto, e lo ritroviamo ben presto in trasferta all’ospedale per fare visita alla povera Simone, per informarsi delle sue condizioni e per capire quando potrà entrare nell’appartamento.
Simone giace in coma totalmente fasciata in un letto, da testa a piedi, ma nel momento in cui Trelkovski si avvicina al letto, lei apre gli occhi, lo guarda, sembra riconoscerlo ed inizia ad urlare.
Questa è l’occasione per Trelkovski di fare conoscenza con una amica di Simone, Stella, di cui diventerà ben presto amante. Dopo pochi giorni Simone muore e Trelkovski è libero di occupare il suo nuovo appartamento.

La vita nell’enorme ed oscuro palazzo fin da subito appare difficoltosa. I vicini sono odiosi, fastidiosi, si lamentano di tutto, soprattutto del rumore… e nel vecchio appartamento qualsiasi cosa fa un rumore insopportabile, dal rubinetto della cucina all’anta dell’armadio. Le pareti sono di cartongesso e sono piene di buchi e spifferi. Il pavimento in legno sembra scricchiolare da solo, anche se nessuno ci sta camminando su. E da qualche parte c’è sempre qualcuno che picchia dicendo di fare silenzio.
Esiste un solo bagno per ciascun piano e quello del terzo piano è quello più particolare di tutti: ha le pareti interamente ricoperte di geroglifici egiziani ed è quasi sempre occupato dai vicini di casa, che sembrano prendere la scusa dei bisogni corporali per chiudersi lì dentro a spiare Trelkovski (la finestra del bagno, per qualche strana legge metafisica, è situata proprio di fronte alla finestra del salotto di Trelkovski).
L’angoscia crescente, sottolineata da un uso particolare di lenti grandangolari che distorcono l’immagine dei lunghi corridoi e delle scale, viene suggellata da una serie di episodi inquietanti: una sera Trelkovski, dopo aver avuto un incontro-scontro con una vicina che gli chiede qualcosa di improbabile, mentre rientra in casa si sente strangolare da due mani. Però non c’è nessuno che lo sta strangolando…
Inoltre le persone attorno a lui sembrano rifiutare l’idea che Simone sia morta e cominciano a trattare Trelkovski come se fosse la povera Simone. Quando va al bar sottocasa nessuno chiede cosa Trelkovski voglia bere: gli portano una cioccolata, la bevanda preferita da Simone, e un pacchetto di Marlboro, le sigarette che lei fumava.
La situazione si fa surreale, i vicini si lamentano perfino del fatto che i ladri che hanno visitato la casa di Trelkovski, una sera in cui lui era a spassarsela con la sua nuova amichetta, hanno fatto troppo rumore mentre portavano via tutto. Trelkovski è spinto a sentirsi in colpa perfino per questo e a non sporgere denuncia alla polizia.
Inizia a parlare da solo (in una casa piena di specchi è la cosa migliore da fare), la sua ossessione è cercare di prevenire i vicini prima che possano lamentarsi di qualcosa e spostare i mobili di casa per trovare i buchi nel muro, da cui è convinto che qualcuno lo spii. In questo modo, in un buco dietro l’armadio che scricchiola, trova due denti umani avvolti da un batuffolo di cotone. A questo punto una nuova ossessione si aggiunge alle altre: trovare gli oggetti sepolti nei muri di casa sua. La crisi d’identità di fa più incipiente, tanto che Trelkovski inizia ad indossare un vestito di Simone, abbandonato nell’armadio scricchiolante, e compra una parrucca. Come se non bastasse, la situazione è aggravata da una imminente schizofrenia, che si palesa ed esplode una notte in cui Trelkovski, recatosi in bagno per un malore, dalla finestra vede se stesso nel salotto di casa sua, mentre si osserva con un binocolo dietro le tende per non farsi scoprire.

Pensate a qualsiasi disturbo psichiatrico… in questo film c’è. Schizofrenia, dissociazione, fuga dalla realtà (gli oggetti sepolti nei muri e i geroglifici egiziani in bagno), paranoia, disturbi della personalità, disturbi ossessivo-compulsivi (l’ossessione di prevenire i vicini, in modo che non possano lamentarsi di niente). C’è tutto e shekerato bene. E non pensiate che la spiegazione sia così semplice, come appare…
Il risultato è inevitabile: il tutto si richiude ed implode su se stesso, senza uno scopo o un fine. Ma è dotato di una incredibile struttura che rispetta fino in fondo le regole narrative, i tempi e i luoghi. Una struttura narrativa rigida, complessa, regolamentata. Addirittura logica, nonostante narri argomenti profondamente illogici e privi di senso.
Nonostante il film si risolva in qualcosa senza capo né coda, è dotato di un finale a sorpresa in grado di stupire, che è esattamente quello che ci si aspetta da questi film, rispettando così fino in fondo anche la principale regola narrativa di un film thriller.
Il risultato è schizofrenico, perché è logico ed illogico nello stesso tempo. E’ logico nella struttura, ma illogico negli intenti…
In pratica è come avere un enorme palazzo dall’architettura mastodontica ed imprevedibile, fatto per stare in piedi, ma perfettamente privo di qualsiasi altro scopo se non quello di stare in piedi.

E’ sbagliato pensare che sia tutto lasciato al caso e che il risultato possa essere casuale. Il film è al contrario molto studiato, tanto che è impossibile fare appiglio alla sua parte logica e ferrea per spiegarlo, e la cosa è probabilmente voluta.
Negli anni è stato passato al setaccio per tentare di trovare una spiegazione che possa dare un significato alla struttura, e soprattutto al finale. Sono state individuate tre o quattro probabili spiegazioni, dalla più razionale (che vede coinvolta la psiche dei due principali personaggi, in due spiegazioni distinte e opposte), a quella paranormale (qualcosa vorranno pur dire i geroglifici egiziani e i denti trovati nel muro), passando per quelle più improbabili.

La cosa più interessante è che nessuna di queste spiegazioni riesce a spiegare interamente il film, ma sempre e solo una parte di esso. Di solito riesce a spiegare qualcosa, ma è in contrasto con qualcos’altro. E le spiegazioni non possono coesistere, perché molte si annullano a vicenda. Di conseguenza è inutile trovare una spiegazione. E’ il palazzo che esiste solo per stare in piedi.

Però un messaggio c’è: che non c’è più niente di umano nel mondo d’oggi. E’ impossibile essere uomini, avere una identità, essere qualcuno o qualcosa.
E’ impossibile essere se stessi, in una società che impone regole capaci di massacrare e triturare chiunque. Dove si viene massacrati sia dalle regole, sia da chi è stato massacrato prima di noi ed è impazzito e si è snaturato prima di noi. Polanski ha creato un misterioso concentrato di tutto ciò che probabilmente gli faceva paura e che faceva parte del suo mondo interiore, e che un po’ fa inevitabilmente parte anche del nostro.
Un mondo che non è possibile smettere di guardare semplicemente chiudendo gli occhi.

Note particolari sui titoli di testa e coda (a rischio spoiler, da NON leggere se non ci si vuole rovinare il finale): da qualche tempo, anche io come Anna, sono affascinato dai titoli di testa e di coda dei film. Presi per quel che sono, hanno il solo scopo razionale di elencare chi ha preso parte alla lavorazione del film. Per questo, mi piace quando la struttura narrativa o il significato del film riescono a contaminare il mondo asettico dei titoli di testa o di coda.
La trovata che viene adottata ne ” L’inquilino del terzo piano” è particolarmente elegante, originale, ed è coerente con tutto l’impianto narrativo del film.
Alla fine di tutto, dopo la rivelazione che tutti si aspettano da un thriller, il protagonista lancia un urlo lancinante e la cinepresa sembra addirittura entrare nella sua bocca spalancata per perdersi nel buio della cavità. Il film si conclude con il logo della Paramount, senza titoli di coda. Uno dei finali più brutali, essenziali e veloci mai visti. La sorpresa, un urlo, il buio di una bocca spalancata, il logo della Paramount, si accendono le luci, prego accomodarsi all’uscita in fondo alla sala e buona notte a tutti. Nemmeno il tempo per razionalizzare…

Il motivo di una chiusura tanto brutale, in realtà è sotto il naso di tutti fin dall’inizio. Perchè i titoli di coda del film… stanno all’inizio del film.
Provate a guardarli. Nei “titoli di testa” c’è tutto quello che di solito sta nei titoli di coda. Molto dettagliati, c’è perfino il visto della censura americana, i ringraziamenti alla azienda produttrice della pellicola, la dicitura “qualsiasi fatto a persone, bla bla”.
Io sono arrivato alla conclusione che i titoli di coda stanno in testa al film, e l’inizio del film (di solito il logo animato del produttore), è stato messo in coda. Quasi a lasciare intuire che il film sia stato montato e scorra a rovescio.

Ah… la sensazione di inversione della linea temporale è un grave disturbo psichiatrico, tipico della schizofrenia… E la società odierna rende tutti un po’ schizofrenici. Ve l’aveva mai detto nessuno?

Shadow

Saturday, October 23rd, 2010 by

Di recente ho sostenuto la tesi per cui l’horror è diventato un genere assolutamente in voga, quasi preponderante nelle produzioni internazionali di mezzo mondo. Negli anni duemila, dopo quasi 15 anni di morte apparente, ecco che la realtà si fa meno rassicurante di come la si dipingeva negli edonistici anni ’80. La realtà all’improvviso si impregna di parole come “guerra” e “terrorismo”, ci si sveglia dal sogno e ci si ritrova catapultati in un mondo che è ben più brutto di quello che si era immaginato o sognato.
Di fronte a questo brusco risveglio, anche il cinema torna sui suoi passi, sfodera le armi migliori e riprende a sfruttare il suo potenziale, per andare a risvegliare il più atavico tra tutti i sentimenti umani, quello della paura.

Fino ad ora il cinema di mezzo mondo era andato dietro a questa ondata di terrore. Mezzo mondo tranne l’Italia. Proprio l’Italia, che negli anni ‘70 era stata una delle principali scuole a livello mondiale per il cinema di paura, da più di venti anni giaceva ancora sopita, avvolta nelle sue rassicuranti commedie sentimentali, nei film sui drammi generazionali e nella comicità da panettone.

E’ ridicolo che proprio l’Italia sia stata l’ultima a risvegliarsi dal letargo, ma finalmente qualcosa si è mosso. Non tanto perché Shadow costituisce di fatto il primo film horror italiano serio da venti anni a questa parte, in grado di tenere testa a molta produzione internazionale, sia per i mezzi utilizzati (di tutto rispetto), sia per il budget impiegato (segno che dietro c’era qualcuno che ci credeva), sia per il contenuto emotivo e metaforico.
Il vero dato di fatto da evidenziare è un altro, perché bisogna ammettere che non a tutti può piacere il genere e quindi non ci si può limitare ad esultare per la sua rinascita. Questo film può costituire un indizio sul fatto che finalmente siamo pronti ad uscire dal nostro bozzolo rassicurante fatto di piccoli drammi di tutti i giorni, di realtà provinciali, e siamo pronti a guardare in faccia alla realtà un pochino più grande e spaventosa, di quella che possiamo trovare nel nostro orticello. Il cinema è una specchio culturale incredibile, mostra quello che scorre nella testa e nel cuore delle persone. Il fatto che qualcuno, anche in Italia, abbia preso in considerazione l’idea di produrre e dirigere un film poco rassicurante, spero sia indice di un nuovo corso, in cui la voglia non sia quella di farsi solo cullare dal cinema, ma quello di analizzare la realtà, guardandola in faccia per quella che è.

E’ abbastanza stravagante che il primo italiano a volersi cimentare in grande stile sia stato Federico Zampaglione, già noto musicista, cantante e leader dei Tiromancino. Proprio lui che ci aveva abituato con la sua musica ad essere rassicurati da melodie sentimentali. Strano ma vero. Di recente Zampaglione si è riscoperto regista per passione (già era regista dei videoclip del gruppo) ed ha decisamente cambiato genere, sia con il suo film di esordio (Nero Bifamiliare, una commedia grottesca-noir) e ancora di più con questo Shadow, di cui ha scritto anche il soggetto e la sceneggiatura.

Un progetto del tutto originale, quindi, che parte dal punto più facile da cui potrebbe partire: rifacendosi ai gradi italiani del passato, come Mario Bava o Lucio Fulci, e “mostri sacri” nel mondo dell’horror come Non aprite quella porta”.

Altro punto fermo da cui ripartire era la realtà degli anni 2000. Realtà che il cinema avrebbe il compito di analizzare attentamente. Il film è diviso in tre parti molto diseguali tra loro e la prima parte è ambientata, pensa un po’… in Iraq.
Troviamo il protagonista, David, un ragazzo in missione in Iraq, mentre sta scrivendo una lettera a casa. Gli orrori della guerra sono troppi e troppo forti, sia quelli lontani che quelli vicini a lui. Si sa che spesso l’orrore ne chiama altro. Il desiderio è quello di fuggire anche dai suoi compagni e da tutta la situazione alienante che solo una guerra può portare.
Il desiderio presto si realizza, David torna a casa e si prende una lunga pausa di riflessione sulle Shadow Hills, una fantomatica località frequentata dai bikers, dai panorami mozzafiato, sita da qualche parte nel centro dell’Europa. Solo lui e la sua bicicletta, nei boschi, dove poter avere tutto il tempo necessario per dimenticare quello che ha visto e tornare a fare pace con il mondo. Su queste colline trova Angeline, una ragazza anche lei sola con la sua bicicletta e con il suo fardello di problemi da dimenticare, in cerca di un luogo dove poter fuggire.
I due inevitabilmente decidono di condividere questo solitario momento di fuga e per un po’ l’idillio sembra funzionare. Ma ben presto la realtà torna a chiedere il suo tributo di orrore. I due vengono prima presi di mira da due spietati cacciatori del luogo, che considerano quelle montagne come il loro territorio di caccia, i due ragazzi in bicicletta come le loro prede e l’attività di inseguimento come un macabro gioco. Così la fuga dalla realtà di trasforma in una fuga molto più materiale e meno figurata, un nuovo inseguimento e una lotta per la vita che si fanno sempre più estremi e senza senso.
Ma la fine di un orrore è solo il principio per un orrore ancora più grosso. Questo sembra voler sottolineare continuamente il film. E così, lo schema che si è già proposto nel passaggio tra la guerra in Iraq e la violenza senza senso tra i boschi, è pronto a ripresentarsi di nuovo quando tutti e quattro, sia le prede che i cacciatori, finiscono catturati da un essere misterioso che ha preso dimora nei boschi delle montagne di Shadow. Un essere tanto grottesco quanto disumano (che ruolo avreste fatto mai interpretare a Nuot Arquint, attore svizzero che nella realtà ha questa faccia qui?), che li incatena nella sua casa con il solo intento di torturarli, farli a pezzi e cibarsi di loro. I quattro dovranno inevitabilmente allearsi per poter fuggire, anche se l’impresa sembra diventare subito più grande di quel che sembra, visto che l’essere misterioso sembra avere della capacità che davvero non sono umane. Chi o cosa è davvero?

Finale azzeccato, che nei tre livelli di discesa agli inferi che il film propone, costituisce il vertice più basso. Forse non originale al 100%, ma comunque non così abusato da non sembrare originale.

Dal punto di vista tecnico il film non si risparmia. Come dicevo poco sopra, si vede che qualcuno ci ha creduto. Moltissime delle scene girate realmente nei boschi (anche scene di inseguimento molto veloci con i due protagonisti in bicicletta), sono tecnicamente eccellenti in ogni aspetto.
Lo stile è, come la storia, diviso in parti diseguali che impongono un crescendo emotivo, man mano che propongono un orrore diverso dal precedente. Prima l’orrore alienante della guerra, moralmente disgustosa, poi l’orrore fisico ancora più basilare, quello dell’istinto di sopravvivenza e dell’adrenalina di fronte ad una violenza che non ha un motivo, ed infine l’orrore metafisico di qualcosa che sfugge alla comprensione umana… quest’ultimo proposto nel film con uno stile lisergico ed alienato. La lunga scena dell’essere misterioso che lecca un rospo e finisce in preda alle allucinazioni mentre si prepara a torturare le sue vittime, è originalissima e da sola vale il biglietto. E fa capire che l’horror italiano sta provando a rinascere ed è partito con il piede giusto.

PS: una piccola nota, che può anche costituire una curiosità sul film. L’essere abominevole ha un nome, che viene rivelato solamente nei titoli di coda, nell’elenco degli attori e dei rispettivi personaggi. Il motivo per cui non viene detto prima del finale, ma solo DOPO il finale è facile da capire, tuttavia molti siti internet risportano bellamente il nome del personaggio. Forse era un motivo facile da capire, ma non da tutti…

Parliamo del 3D al cinema?

Wednesday, October 13th, 2010 by

Credo sia venuto il momento di parlare del fenomeno che sta invadendo letteralmente i cinema (che ormai riguarda circa la metà dei film che si possono trovare in un multisala), ovvero quello dei film in 3D. Un po’ credo di aver esplicitato il mio pensiero già in occasione dei commenti al film del secolo, Avatar.

A me viene da fare una domanda un po’ provocatoria: ma non è che il 3D sta un po’ uccidendo il cinema? Dove per cinema intendo tutto l’insieme di cose che fanno diventare un film, semplicemente un gran bel film.
E’ un dubbio lecito, soprattutto quando succede di restare deluso praticamente dal 90% dei film visti e girati con questa tecnica. Mi hanno già accusato da più parti di essere un po’ snob, anche se io posso tranquillamente ribattere che sono di bocca buona, visto che mi ritengo anche un cultore di film trash. E allora perché il 3D non funziona, cosa ha ancora di meno rispetto ad un volgarissimo sottoprodotto di serie C?
Per quanto mi riguarda la risposta è semplice: buona parte di questi film in 3D sono bellissimi da vedere, ma decisamente vuoti.

Sono ben contento che la tecnica si evolva e che le sale cinematografiche, che subiscono la concorrenza spietata di tv satellitari, mega schermi LCD da 180”, blue-ray e perfino dai cellulari che mentre guardi il film ti fanno anche il popcorn , si adattino per poter stare in piedi.
E lo stesso motivo percui si sono salvati soprattutto i multisala, che possono offrire esperienze sensoriali di elevatissima qualità, anche e soprattutto in 3D.

Questo lo dico per sgomberare il campo dalle accuse di non volere vedere il cinema evolversi, o cose simili.
Il problema è proprio che il 3D probabilmente basta da solo a portare la gente al cinema e per questo non è necessario metterci altro. Non ne sentono l’esigenza i produttori e di conseguenza neppure i registi che vi si cimentano.
La gente va, si inforca gli occhiali malefici, prende i popcorn (che immancabilmente si ritrovano allo spettacolo successivo sulle poltrone), il cellulare in mano perché non si sa mai che arrivi un SMS a cui è fondamentale rispondere, e si gode lo spettacolo… ma che spettacolo? Perché se ci guardiamo bene, in cosa consiste questo 3D, se non una serie di espedienti travestiti da sceneggiatura per far provare allo spettatore l’esperienza delle profondità di campo iperboliche, delle vertigini, e dello spavento che possono provocare le cose che sembrano venirci addosso.
Almeno per il momento lo schermo a 180 pollici, il cellulare, il blue-ray, la tv satellitare, ancora non ci danno il 3D (ma manca poco… sale cinematografiche, per favore evolvetevi ancora, ci sono cinque sensi da appagare, sceglietene un altro o la gente si stuferà presto)

E’ triste che tutto si riduca ad una battaglia di tecnologia il cui unico scopo è dare forti sensazioni sensoriali, lasciando in secondo piano le idee. Possiamo dire che anche questo è il trionfo della superficialità e del mondo dell’apparenza?

Sono stato al cinema negli ultimi mesi, dicevo, anche a vedere qualche film in 3D che ovviamente si è mostrato essere quello che dicevo sopra. E’ deludente constatare che Toy Story 3D, ad esempio, sia un film mediocre da ogni punto di vista.
Magari paga la stanchezza tipica del terzo episodio della serie, magari no. La Pixar ha sempre proposto film con una quantità di idee industriali da far venire la congestione al cervello, eppure questo Toy Story 3D in confronto a tutti gli altri… diciamolo, fa schifo. Stesso destino è toccato a Shrek 3D.

Ma c’è di peggio, c’è la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso.
Io adoro Tim Burton. Un regista eccezionale che ha fatto solo due film bruttissimi: il remake de “Il pianeta delle scimmie” e “Alice”. Guarda caso Alice è un film in 3D. Perché si evince abbastanza chiaramente che Alice non ha avuto nessun apporto di idee TimBurtonesche (cosa che uno, come minimo, si aspetterebbe da Tim Burton come base contrattuale per decidere di comprare il biglietto del cinema). Io l’ho trovato un film senza qualità, che vive solo perché ha il 3D da offrire ai suoi spettatori. Non aggiunge niente a ciò che esisteva già sul tema.
Quello che Alice ha, è solamente il 3D, ma non il 3D funzionale al film… no, è proprio il 3D facile,quello che vai al cinema, indossi gli occhialini malefici, mangi il popcorn, se puoi lo rovesci sulle poltrone, ogni tanto controlli il cellulare se è arrivato un sms, e poi quando non sei preso da tutte queste cose ti godi il protagonista del film che ti fa cadere addosso qualcosa, e quel senso di vertigine tutto particolare, e tutti i trucchetti travestiti da sceneggiatura che permettono questo.

Non è triste, è squallido. E se c’è caduto anche lui… non ci voglio pensare!

Se metto insieme tutti i tasselli, mi viene proprio da pensare che nessuno di questi sia un caso.
E che anzi, Avatar sia in realtà l’unico vero FILM in 3D (e per questo sono pronto a rivedere il giudizio parzialmente negativo precedentemente dato). Di fatto quando si parlava di Avatar come del primo vero film in 3D, forse avevano tutti ragione… uno dei pochi casi in cui dietro al 3D ci sono delle idee, c’è un regista e soprattutto c’è un film.

Se ci sono altri casi di film veri in 3D, mi piacerebbe farne la lista. Qualcosa che abbia un messaggio più articolato di “piove, prendi l’ombrello, è arrivato un sms, rispondi al cellulare”. Perché sicuramente non li ho visti tutti e forse quelli buoni me li sono persi. Ci voglio credere, per cui venite a confortarmi.

Come se non bastasse, come per ogni teorema anche qui c’è il corollario. Di recente ho visto anche ottimi film ed erano tutti senza 3D. In particolare di uno parlerò a breve, devo solo raccogliere le idee perché non è facile capire da dove iniziare.
Un ottimo film senza la terza dimensione (nonostante se lo sarebbe potuto permettere) e con così tante idee da far venire mal di testa. Sarà un caso che di fronte ad una sceneggiatura così, né il regista né il produttore abbiano sentito l’esigenza di tappare dei vuoti che non ci sono?

L’unica cosa è sperare che sia come per le “Vacanze di Natale”, che questi film che riempiono le sale in modo facile, servano per produrre quelli che le riempiono un po’ meno. Ma per quanto si potrà andare avanti, con la concorrenza spietata di altri mezzi che promettono esperienze sensoriali sempre più esaltanti? Riuscirà tutta la baracca a stare in piedi quando l’uragano “l’esperienza sensoriale più suprema ed inimitabile” sarà passato a chiedere il suo tributo di sangue e di cervello?

Forse è inutile piangere, cerco di chiudere con una nota di ottimismo… Non molti anni fa qualcuno cantava “Video killed the radio star”, e sappiamo che la radio non è affatto morta. E forse io sono solo uno stupido nostalgico, a cui piacerebbe ancora vedere un film che emoziona senza dover ricorrere alle profondità di campo iperboliche, che angoscia senza utilizzare il senso di vertigine, e spaventa senza aver bisogno di lanciarmi addosso nessun oggetto.
Se il cinema deve sottostare alle leggi di mercato e se la gente non ama più andare al cinema ad emozionarsi con uno squallido schermo piatto, allora l’evoluzione si compirà senza che nessuno possa fare niente. Il pubblico si emozionerà solo con le profondità di campo iperboliche e amen.

La nota di ottimismo è che voglio credere che il 3D immaturo che si vede sugli schermi in questi anni non sia il capolinea delle idee, ma che sia solo una inevitabile fase di passaggio verso un cinema 3D più maturo… ci vogliamo credere?

Immaginate di essere a Parigi nel dicembre del 1896. Siete fuori dal Grand Café sul Boulevard des Capucines, ed un cartellone davanti a voi recita “L’arrivée d’un train en gare de la Ciotat”.
Entrate incuriositi, pagate il biglietto, ma non sapete nemmeno cosa state facendo. Vi sedete su una sediaa, si spengono le luci, non ci sono popcorn e cellulari a rompere i coglioni, e su una parete delle sala vedete questo:

Vi alzate terrorizzati poco prima che il treno arrivi.
E’ stata una forte emozione, non è così? Ecco, questa era la profondità di campo iperbolica per un abitante di Parigi, nell’anno 1896.

Adesso tornate al 2010 e pensate a cosa avete davvero visto. Avete visto il primo vagito del cinema, ma tutto sommato pensate a quale inconsistente filmato di 55 secondi avete visto. Un treno che arriva in stazione.

Possiamo tranquillamente affermare che per fortuna il cinema è nato lì, ma non si è fermato lì?

Ecco, speriamo che la fase immatura e infantile del cinema 3D, quella delle profondità di campo iperboliche, finisca presto e non duri anni, perché io mi sono già rotto le balle.

Chiedo troppo?

Shutter Island

Sunday, April 11th, 2010 by

“Dottor Sheehan, lei pensa sia meglio vivere da mostri, o morire da uomini per bene?”

Ovvero quando un film non è niente di nuovo sotto il sole, ma è fatto decisamente bene…

Shutter Island è la storia di due agenti federali (Leonardo di Caprio e Mark Ruffalo) che vengono spediti con un battello su un’isola che è sede dell’Ashcliff Hospital, uno dei manicomi criminali più grandi degli Stati Uniti, che ospita i pazzi criminali più pericolosi mai esistiti.
I due agenti arrivano sull’isola per investigare sulla scomparsa misteriosa di una pericolosa infanticida, Rachel Solando, che sembra essersi dileguata nel nulla dalla sua cella blindata, senza lasciare alcuna traccia. L’agente Daniels pare nutrire fin dal principio dei forti sospetti sulla veridicità delle dichiarazioni di medici ed infermieri, che sembrano nascondere (male) una verità scomoda.
Un uragano costringe i due agenti a protrarre il soggiorno sull’isola, durante il quale le indagini proseguono ed emergono particolari sempre più inquietanti, con una trama che riesce a rilanciarsi abbastanza spesso da far passare le due ore di film in un batter d’occhio.

Ci sono pazienti che sembrano essere più lucidi di altri e sembrano sapere più cose di quel che sarebbe loro concesso. Alcuni di loro sembrano suggerire più o meno esplicitamente ai due agenti di fuggire il prima possibile da Shutter Island, perché il rischio e che restino lì per sempre.
Altri pazienti, i più pericolosi, sono segregati nel blocco C dell’istituto, una specie di fortezza dove nessuno può mettere piede, a parte un numero ristretto di infermieri. Altri pazienti sembrano essere spariti nel nulla, negli anni, e il sospetto degli agenti è che nell’ospedale si conducano esperimenti illegali su nuove tecniche di lobotomia. E poi la storia profondamente inquietante di un ex-agente dell’FBI che anni addietro si era recato a Shutter Island per indagare sulla gestione dell’istituto, e che era finito rinchiuso come paziente nell’istituto stesso per sospetta schizofrenia e perdita di contatto con la realtà.
E ancora un nuovo rilancio della trama, già abbastanza contorta, con il ritrovamento di Rachel Solando che si dimostra essere qualcuno che gli agenti non avrebbero mai sospettato.

Come se non bastasse tutto questo, l’agente Daniels inizia ad avere delle visioni notturne che riguardano la moglie defunta in un incendio avvenuto in casa, e le sue esperienze di guerra contro gli ufficiali nazisti.

E qui bisogna dirlo. Queste sequenze oniriche, che intervallano il film, sono decisamente spettacolari. Hanno tutto quello che serve per renderle un cult: sono incisive, sono ricche di citazioni e simbolismi (come a dire che se interpretare i sogni ci aiuta a capire meglio la realtà, allora è giusto che i sogni siano così pieni di indizi, da raccontare più verità di quante non ne racconti il resto del film… quindi occhio, guardatele con attenzione perché non sono campate per aria), sono irrazionali ed insensate, hanno una buona potenza visiva ed emotiva e mescolano stili cinematografici diversi tra loro (si passa in pochi fotogrammi da un film sentimentale, ad un horror quasi splatter, e viceversa).

Siamo di fronte ad un classico thriller che ha l’obiettivo di inquinare le acque e di agitarle, spesso senza motivo, perché in questo modo tutto viene reso molto difficile da comprendere. La tecnica non è nuova. Se il film è fatto e confezionato molto bene, come in questo caso, è sempre piacevole farsi ingannare.

La storia ha taglio psichiatrico, che si presta molto bene a confondere ancora di più le acque, e permette un buon ritorno emotivo da parte di chi guarda.
Scorsese con gli anni sembra essere diventato un relativista assoluto, e non è nuovo a giochi di questo genere. Poco tempo fa ha cercato di dirci che “il bene e il male” sono concetti decisamente relativi. Possono addirittura scambiarsi i ruoli, senza che nessuna struttura morale venga alterata da questo scambio.

Ora cosa cerca di dirci, se non che la verità e la menzogna…. sono la stessa cosa? Perché verità e menzogna sono una costruzione della società e della mente, e quindi non sono concetti assoluti.

Sono una costruzione della società, perché chi decide chi deve finire in manicomio e chi no, se non la società stessa? E’ la maggioranza che decide cosa è normale e cosa è anormale, cosa è lucidità e cosa è pazzia. Chi deve stare da una parte o dall’altra delle sbarre. Chi è il medico e chi il paziente.

Sono una costruzione della mente, perché la mente umana cerca di mettere a posto tutte le tessere del mosaico in modo razionale, ma a volte lo fa sbagliando, ovvero mettendo delle tessere al posto sbagliato. L’importante è che alla fine tutto abbia una spiegazione logica, e che non ci siano tessere rimaste senza posizione (che equivalgono ad una spiegazione irrazionale della realtà), anche a costo di metterne qualcuna nel posto sbagliato.

Ci si ritrova a credere a qualcosa di palesemente falso, solo perché fa comodo crederlo, o peggio ancora solo perché è la struttura sociale a spingerci a credere che sia vero.
A volte la menzogna è comoda e ci fornisce un ottimo alibi per non accettare la realtà e a non combattere contro i fantasmi che crea. Il dramma sta nello scoprirsi essere umani che vivono completamente avulsi dalla realtà, e comprendere che questa è una difesa contro qualcosa che non piace.

Se noi guardiamo la piccola società che vive all’interno di Shutter Island, possiamo vedere una netta metafora che è uno spaccato della società umana.

Una pecca del film? C’è e non c’è allo stesso tempo…
La pecca potrebbe essere che la storia non è nuova, e nemmeno il tipo di inganno che nasconde. Alla fine, se uno bazzica un po’ film di questo genere, arriva a capire la sorpresa finale già a metà film.

Tuttavia, nonostante il finale esplicito a sorpresa possa non essere una vera sorpresa, il film lascia lo spazio ad una ulteriore interpretazione aggiuntiva, che invece è più intrigante perché è del tutto aperta ed irrisolta, ed è una possibile fonte di discussione fuori dalla sala, o a tv spenta.

Nonostante tutto, questo è un film riuscito per molti motivi e meritevole di essere visto, e che dimostra che un thriller non può basare se stesso solo sull’effetto sorpresa finale, come spesso molti thriller degli ultimi anni ci hanno abituato a credere.